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I poveri sono matti

ca3df6d6-fed5-4bef-8569-08d5f0624fb5_largeTutto si paga, la storia non consente dilazioni. Due recenti studi condotti in Gran Bretagna fanno emergere una realtà drammatica che è l’altra faccia dell’antropologia imposta dal liberismo selvaggio. Quasi 250 mila tra bambini e adolescenti soffrono di gravi disturbi mentali che vanno dalla depressione ai disturbi alimentari, dalle sindromi ossessive compulsive, alle fobie e il numero comprende solo quelli che si rivolgono ai servizi sanitari. E’ un numero enorme, ma comunque sempre inferiore a quello della ragazze fra i 16 e i 24 anni che vanno soggette ad episodi di autolesionismo: circa il 25 per cento. Del resto l’aumento delle malattie mentali è in rapido aumento in tutto il mondo occidentale, come emerge dalle ultime meta analisi.

La cosa è certo spaventosa, ma non sorprendente: la specie umana è, come dire, ultra sociale dotata di un cervello che si è sviluppato proprio per interagire con gli altri: tutta la nostra vita e pure il nostro benessere per non dire l’essere sono legati a questa continua costante relazione. Ma col tempo si è affermata un’ideologia costruita per dare giustificazione etica allo sfruttamento e al profitto senza limiti, per la quale questa relazione è sempre competitiva, è sempre radicata in un egoismo futile ed estremo allo stesso tempo e dunque nell’isolamento. Lo studio britannico su bambini e adolescenti mette in relazione chiara e inequivocabile l’aumento dei problemi di salute mentale con il crescere delle pressioni per essere competitivi a scuola, per essere belli e popolari sui social network, per aderire ai modelli proposti dalla pubblicità ed è altrettanto ovvio che l’incidenza dei disturbi aumenta con il diminuire del reddito perché si hanno meno strumenti e possibilità di ottenere successo e visibilità, ma soprattutto si hanno anche meno prospettive di poter cambiare in futuro la propria condizione. E tutto questo viene imposto da un piccolo numero di persone che sono sempre vissuti al riparo dei soldi e dei clan di potere.

Se la situazione non è esplosa è perché esiste una medicina che non cura la malattia, anzi l’aggrava, ma fornisce un temporaneo sollievo che deve però essere reiterato in continuazione, una pozione magica che mentre consente di tenere alti i profitti (specie se si produce in Asia i cui prodotti marchiati e poi venduti come occidentali a prezzi  dalle 12 alle 100 volte superiori al costo di produzione) opera anche come controllo sociale  di base. Si chiama consumismo e serve a riempire il vuoto, anche alla fine isola ancora di più. Anzi le persone stesse in qualche modo hanno bisogno di presentarsi non come esseri umani, ma come prodotti che devono essere apprezzati secondo criteri standard: alcuni articoli in merito al dilagante autolesionismo femminile fanno notare come le ragazze inglesi alterano costantemente il proprio aspetto per essere apprezzate sul mercato dei social che ha sostituito la socialità: le foto truccate una volta appannaggio di esperti della computer grafica oggi possono essere ottenute con app di costo contenuto. Pelle liscia, tratti regolarizzati, impostazioni ” bellezza” o, altre che tendono ad avvicinare il proprio aspetto a quello dei divi famosi: ormai il 90% delle foto che compaiono in rete vengono fatte così e sono un alias di se stessi, per non parlare poi dell’invenzione di personalità. Del resto bisogna essere competitivi, non si è mai abbastanza belli, abbastanza cool nel vestire, nelle diete, nei gusti indotti e non maturati, mai abbastanza massificati nell’originalità e distinzioni fasulle proposte dal mercato.Mai abbastanza conformisti senza futuro.

Moltissimi esperimenti fatti negli anni e recentemente riassunti nella rivista Physiology and Behaviour mostrano come in tutte le specie sociali si preferisce il dolore all’isolamento: così diventa chiaro come il male  delle ferite auto inflitte serva a superare quello più sordo della separazione dagli altri. e non solo le stesse ricerche suggeriscono che proprio questa condizione di homo hominis lupus fa aumentare non solo le malattie mentali, ma anche quelle fisiche, gli ictus, i disordini cardiaci e metabolici oltre a diminuire la resistenza ai virus, come se qualcuno vuole approfondire può leggere qui.

E’ fin troppo chiaro che tutto questo non può richiedere solo una risposta politica nel suo senso funzionale di proposte e schieramenti, nel senso della continuità e della governabilità, ma richiede il ribaltamento di una intera visione del mondo, richiede una nuova cultura del vivere.


La colpa è di Facebook. L’abiura della responsabilità

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Pare sia necessario ricordare al gentile pubblico del web che se cadono delle bombe su un villaggio, facendo un’ecatombe di vittime inermi, la colpa non è degli ordigni e nemmeno dei droni, ma di chi li ha manovrati nell’asettica e “chirurgica” indifferenza di una sala comandi, o in uno studio ovale, in una guerra nella quale le vecchie concezioni di  corpo a corpo sono diventate obsolete, così astratta che nessuno si sente davvero investito della responsabilità di quell’uccisione anonima, noi compresi che ci sentiamo assolti grazie a un altrettanto astratto rifiuto umanitario della violenza. A meno che, ovviamente, non sia legittimata dalla opportunità di contrastare vari flagelli, non bene identificati, nell’eterno duello tra Bene e Male.

Altrettanto se una ragazza viene travolta da uno scandalo e si suicida temendo lo stigma infinitamente ripetuto, la condanna alla memoria perenne di una sciocchezza, l’anatema inesauribile della comunità benpensante o guardona o pruriginosa, la colpa non è dei social network, largamente criminalizzati in questi giorni, perché, si sa, non viene mai persa l’occasione per  proporre benefiche limitazioni di libertà, provvidenziali censure, dettate da una pietas pelosa e intermittente.

Il fatto è che tutto concorre a liberarci dalla responsabilità, verso noi stessi e verso gli altri. Grazie all’egemonia della delega, in politica, nel contesto pubblico come in quello privato: gli italiani dimostrano di esserne soggiogati se preferiscono essere condotti al macello bendati, trascinati da un citrullo che ogni giorno dimostra con il suo vaniloquio e la sua tracotante quanto vuota prosopopea la sua natura di lacchè, di utile idiota al servizio dell’impero, dopo essersi innamorati di un arricchito grazie a attività criminali. Si affidano in qualità di espressione geografica ormai priva di sovranità e autodeterminazione, a un’autorità artificiale, che combina autoritarismo amministrativo e  burocratico solo apparentemente asettico, con un’indole indirizzata alla cancellazione di democrazia e diritti, anche grazie a muri eretti per difendere  le fortezze delle cancellerie. Molti genitori si aspettano dalla scuola l’assolvimento delle funzioni che spetterebbero a loro. E d’altra parte una scuola sempre più brutalizzata assegna alla collaborazione e alla beneficienza arbitraria delle famiglie la sua sopravvivenza, integrando altri fattori di disuguaglianza e discrezionalità in un contesto già segnato dalle differenze prodotte dalla lotteria naturale e dalle sue estrazioni cieche e crudeli.

E poi non c’è amministratore, dai comuni ai condomini, che non attribuisca i suoi fallimenti alla precedente gestione, ai danni prodotti da chi c’è stato prima, su, su fino alle caverne di Altamira. Per non dire di processi imitativi che assolvono da reati virtuali o materiali, perché così fan tutti, perché familismo, clientelismo e micro-corruzione sono peccati veniali tollerabili e autorizzati in tempi nei quali tutto è labile e precario e è necessario, anzi doveroso difendersi. Anche l’abiura di aspirazioni, la rinuncia a diritti e prerogative, determinata da un regime che ha fatto del ricatto e dell’intimidazione “sistema di governo”, vengono impiegati per liberarsi dall’onere pesante dell’arbitrio personale, libero per quel che resta e ci hanno permesso, ma che dovremmo difendere come un bene prezioso, invece di dismetterlo per esercitare una pretesa di innocenza e una rivendicazione dello stato di vittime, che ci esonerano da scelte e da assunzione di responsabilità. Che deve  riguardare tutti, uomini sessisti o indifferenti o donne fragili o gregarie, ugualmente oppressi dalla stessa cultura patriarcale e dalla stessa morale confessionale che a fronte di una apparente emancipazione da canoni pruriginosi e repressivi, riconduce sessualità e eros alla sfera del peccato, della vergogna, sottoposti al giudizio della gente, alla reprimenda dei benpensanti, alla circolazione delle penitenze nel confessionale dei social network.

Non è colpa della rete se una trentenne fragile pensa che il suo valore sarà misurato dal desiderio che susciterà grazie a un filmato, che abbia una diffusione solo tra intimi, amici di Fb o contatti su Twitter, quando donne e uomini sono sottoposti alle leggi di mercato proprio come merci, le loro qualità sono quantificabili allo stesso modo di quelle di prodotti rari, firmati, esclusivi, come la loro permanenza in vetrina e la loro appetibilità sugli scaffali del grande supermercato. Non è colpa della rete e nemmeno tanto degli imbecilli che la animano se viviamo in una realtà “rappresentata” dove le persone ritengono di aver vissuto e di poter ricordare solo quello che è diventato filmato, immagine, selfie, se riguarda la loro esistenza, mentre assistono a guerre, esodi, eccidi, repressioni, massacri, come se fossero fiction che scorrono in tv, con la pretesa di non parteciparne in alcun modo, senza crederci davvero, grazie alla possibilità di eludere la verità mutuata dal potere, noi, perché non ci faccia male con la sua potenza rivelatrice, i regimi per non svegliarci dall’opportuno letargo.

È giusto provare pena per quella ragazza fragile, ma non sarebbe giusto assolvere la sua incapacità di tutelare la sua dignità di persona, pena la conferma di una “naturale” e biologica debolezza femminile, di una indole alla soggezione e alla gregarietà muliebri, di un istinto di genere a attribuire importanza al giudizio degli altri, a sottomettersi come a un giogo implacabile ineluttabile  a convenzioni, conformismo e perbenismo paesano, a quel “che dirà la gente” che ha portato la mamma di una ragazzina stuprata a praticare un comportamento criminale ispirato a correità, violenza e sopraffazione.

La rete, i social network (Facebook è il continente, sia pure virtuale, più popoloso del mondo) sono pieni di imbecilli proprio come il mondo fuori e dentro casa. Anche di sfruttatori, anche si sopraffattori, anche di violenti, anche di malfattori, come il mondo fuori e dentro casa. E proprio come fuori e dentro casa la soluzione non è nel tirar su muri e confini, nell’imporre bavagli, nemmeno nelle lezioni, auspicate da pensosi commentatori, di educazione digitale, al posto della rimossa educazione civica. Al contrario, consiste nel praticare realtà e verità, invece di rappresentazione e recita, nel riprendersi il gusto di parlarsi invece di esprimersi con smorfie, faccette e con una propaganda di sé fatta di finzione, come fossimo prodotti che si offrono al consumo.  E nel ritrovare il bene della ribellione, della collera, della libertà, anche dello sberleffo e dell’invettiva, che ormai ha circolazione solo nelle catacombe virtuali, prima che, per dispiegare la doverosa compassione per una donna vulnerabile, ci interdicano la possibilità di ingiuriare, come ci spetta e le spetta di diritto, la Boschi.

 

 

 

 


Noi sì che valiamo

autostimaNon contiamo un amato un cazzo, ma in compenso valiamo. Valiamo come acquirenti di shampo, come animali da consumo, come ammiratori incondizionati  di supposti “talenti”, come vittime di serie televisive, come citrulli dello chef, come mandrie da cinema e automi di telefonino. E’ la moderna antropologia occidentale che anestetizza attraverso il desiderio continuamente stimolato come fossimo topi da laboratorio, la condizione di servi della gleba del nuovo medioevo. Come cittadini siamo ridotti a zero, siamo indispensabili solo come indiretti produttori di profitti altrui, eppure non siamo in grado di svolgere la matassa di inganni e di inautentico che ci avvolge, anzi partecipiamo come comparse piene di entusiasmo e trepidazione al grande spettacolo. In ogni caso pensiamo positivo e invece di chiederci perché siamo precari o di lavoro non ne abbiamo proprio, disoccupati, perché le retribuzioni si fanno minuscole e le pensioni sono in pericolo costante, perché la ricchezza finisce solo in poche mani. non ci passa nemmeno per la mente di agire di conseguenza e porre un argine al masacro, preferiamo l’autoinganno  non riuscendo ovviamente a superare decenni di esposizione al consumismo, all’egotismo, al conformismo e all’alienazione. Al culto dell’io nelle sue forme più tristi.

Così il disoccupato preferisce inventarsi un lavoro, il licenziato diventa consulente, la cameriera manager nel campo della ristorazione, il cuor contento pilota di droni, il protervo a una dimensione si accalca alle selezioni televisive di qualunque tipo e il venditore porta a porta si trasforma in imprenditore. Tutto questo pare più adeguato all’ideologia corrente, mentre l’analisi della propria condizione e delle sue cause è qualcosa divenuto sospetto: sum ergo non cogito. Queste le cose le conosciamo, le vediamo ce le raccontiamo come un groppo in gola che non vuole proprio andare giù. Ma uscire dalla rete del consenso è difficile ancor più che per i branzini perché un disarmante circolo vizioso chiude l’orizzonte: più siamo mediocri, più ciò che consumiamo diventa mediocre, e rassomiglia a un pastone per il truogolo del consenso, più attingiamo a questa fonte e più diventiamo miseri: ci facciamo fanatizzare come bambini da musica scritta al computer, assentiamo pensosi all’arte che ci viene suggerita da un meccanismo di arricchimento commerciale, siamo disposti a pensare che qualunque gadget banale sia un avanzamento tecnologico, le più trite ideuzze divengono  incensate starup, battiamo le mani al talento che appena vent’anni fa sarebbe sembrato un dozzinale dilettante, viviamo immersi  nell’immagine creata dal foro stenopeico della moda e del mercato che poi detta i suoi criteri anche al discorso pubblico e politico che mai era stato così rozzo, quasi primordiale come oggi, nel quale le parole stesse sono state svalutate a spiccioli buoni per ogni occasione e per ogni stagione o schieramento. E del resto cosa ci si potrebbe aspettare se in anni e anni di produzione, serie pseudo politiche sulle quali si forma la mentalità degli adolescenti e degli adulti mentalmente coetanei, non riescono ad esprimere un solo, unico, miserabile concetto politico?

Alla fine questa falsa dinamicità, questa autoreferenzialità del sistema  non produrrà che un mondo scadente e grossolano, fondato sull’auto menzogna e sulle illusioni. Anzi lo sta già producendo da tempo mettendo le basi per il declino occidentale. Talvolta  con esisti esilaranti come i presuntuosi brand fatti e pensati integralmente altrove, comprese le tecniche di stampa dei medesimi sugli oggetti del desiderio o le esultanze per l’ingresso nel settore spaziale dei privati, oggetto di un battage senza precedenti in Usa, salvo scoprire che questi utilizzavano i fondi di magazzino dell’industria spaziale sovietica, venduti a caro prezzo  nonostante fossero modernariato degli anni ’60. Ma insomma basta vedere l’uniformità soffocante dalla quale siamo schiacciati per accorgersi cosa si muove dietro lo specchio.  Cioè, absit iniuria verbis, dietro di noi che non ce ne accorgiamo impegnati come siamo ad amarci, a “fittarci” e affittarci senza requie.

 


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