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A casa tutto male

a casaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Per fortuna grazie alla  pirateria domestica, me lo sono visto sul divano di casa il pluripremiato film sulla famiglia 2018 con tanto di rivelazioni e riconciliazioni, corna e pentimenti, fogli prediletti e pecore nere da piano bar, karaoke stonati in tinello e saltuaria autocoscienza, baci rubati e baci negati.

Si, per fortuna,  così mi sono risparmiata le facce compiaciute all’uscita, il sollievo di chi si è riconosciuto negli idealtipi in cinemascope, il conforto di chi si è identificato nel sentire comune di un ceto orgogliosamente arroccato, fieramente intento alla difesa di piccoli confort e privilegi superstiti, salvaguardati a costo e in cambio delle rinuncia a sogni, desideri, aspettative, desideri, talenti.

A casa stanno tutti bene, e fallo anche stare male quel clan, benevolo tanto da riaccogliere alle celebrazioni comandate chi si è allontanato, purché  saldamente fidelizzato e a condizione che non rechi le sgradite stimmate ruspanti e vernacolari della manicure. Una cupoletta con gli usi e i tic appunto di una mafia domestica: complicità, intimidazioni, ricatti, estorsioni – perlopiù fallite, del suddetto nipote prodigo –  e perfino un delitto mancato. Il tutto recitati in una pantomima con i cipigli da Padrino, gli urlacci e i pianti isterici e uterini da Chi ha paura di Virginia Woolf, le nenie di un’Ofelia de noantri che canticchia Jovanotti, in modo da farci capire con le citazioni che siamo al cospetto di un film d’autore e di vecchie  e nuovi mattatori.

Ma non si pensi che siamo al cospetto di un affresco ruffiano sui conflitti generazionali o di genere, macché.  Quello  è invece un potente documento politico, al servizio del pensiero mainstream, un manifesto pedagogico che predica e raccomanda la rassegnazione, l’abiura, l’egoismo, in modo da mostrare all’ingenuo spettatore che è meglio e più conveniente votare Pd, o se si è proprio degli insurrezionalisti forse LeU,  assecondare il vento anche quando ferma gli aliscafi, che la colpa non è del cambiamento climatico ma di madre naura che poi rimette tutto in ordine così di può tornare alla vita di sempre, alle confortanti e note abitudini, ai letti conosciuti e senza sorprese.

E infatti le donne del film vivono come un codice genetico l’accettazione delle corna e dei tradimenti, proprio come le nonne che leggevano i consigli di Vanda Bontà e la posta del cuore  prima di Donna Moderna, destinate  alla lodevole e necessaria sopportazione che tanto prima o poi i mariti tornano all’ovile, che la sbandate coniugali sono come una malattia che poi guarisce, e allora si può approfittare della fase del fisiologico rimorso per ristabilire in via definitiva chi comanda davvero, chi detta le regole  della casa. A dimostrazione che l’altra metà del cielo, perbacco, un potere ce l’ha e non è quello che tira più dei carri di buoi, bensì la pazienza, in attesa della rivincita  e forse della dolce vendetta.

Ah i maschi, quelli poi, secondo l’abbecedario stantio dei ruoli nella guerra dei sessi, non possono che essere cazzari e libertini, ingenui e cialtroni,  eterni pater pan, velleitari, codardi nel pubblico come nel privato, romantici con le amanti e ciabattoni con le mogli,  stitici e irresponsabili nei sentimenti, in qualità sempre fallimentare  di figli, padri, fratelli e pure zii, mammoni tanto da volerne più di una di madre e d ricercarla in varie figure femminili, mogli amanti amiche cognate sorelle.

Anche loro condannati e rassegnati, nel matrimonio, nell’azienda di famiglia, nella indifferenza  al dolore altrui esorcizzato dalla pacificatrice scoperta che pagando ci si sottrae alla vista di malattie e vecchiaia conferite nei depositi adatti,  gioiosamente persuasi che gli sconfitti e i marginali  la loro condizione se la meritano perchè non sanno adattarsi, non accettano i diktat  di appartenenza al consorzio civile, estranei al mondo intorno, stato favorito dalla momentanea permanenza in una arcadia sopportabile in quanto provvisoria che risparmia grazie all’assenza di tacche dall’irruzione di guerre e carestie remote, ma che di tanto in tanto tentano di mettere di malumore gli interpreti della commedia umana intenti ai loro affari di cuore e denari.

Eh si quella è proprio una società come piace ai regimi, cui piacciono lo stato, i governi e la politica quando danno e per il resto sono invisibili, difensiva quando basta, coi suoi fondamenti “sani”: impresa, proprietà, risparmi, alleanze e complicità, coi ragazzi beneducati come piacciono a Serra, gli anziani saggi e autorevoli come piacciono al cavaliere e al re non abbastanza detronizzato, i parroci di campagna benedicenti, le cameriere affaccendate, i pescatori che danno le previsioni del tempo, il giardino bello e ben e del resto dell’isola chi se ne importa, tanto è fuori dal cancello.

È  una società di soli che di tanto in tanto si incrociano per poi tornare alle proprie solitudini gradite perchè autorizzano a vivere nell’accidia, nell’ingeneroso isolamento, della sfiduciata diffidenza.

Eh certo, mica tutti sono Scola o Allen o Bergman,  e mica tutti sanno guardare con affetto e amicizia a famiglie nelle quali ci si sceglie anche perché non ci si assomiglia, per curiosità, per passione, per voglia di scoperta, per parlarsi e ascoltarsi  e sentire  da compagni,  insieme con quelli con i quali si divide il pane e si sognano gli stessi sogni.

 

 

 

 

 

 

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One response to “A casa tutto male

  • jorge

    Scrive FM

    Trent’ anni e più fa, Massimo Fini già aveva scritto: “Non c’è peggior tiranno della tirannia liberale (democratica) perchè è una tirannia con la parvenza della libertà, la più subdola e umiliannte delle tirannie, perchè inquina anche l’orgoglio della resistenza”.

    Certo, la liberaldemocrazia da a tutti dei diritti formali, poi cazzi tuoi se non hai i soldi per realizzarli, potranno dire sempre che è colpa tua

    mi piace molto come viene espressa la cosa da massimo fini, ma si riferiva alla resistenza individuale, fiaccata perchè chi non ce la fà lo deve a se stesso, è colpevole, o il giornalista si riferva alla resistenza antifascista?

    Che poi il senso non cambia, per i liberaldemocratici la resistenza storica è stata un pedaggio da pagare alla plebaglia, incapace di arricchirsi e quindi portata all’nvidia sociale, ma sarebbe interessante sapere a cosa si riferisse massimo fini

    Mi piace

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