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Roma postatomica

pian

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sapete qual è l’illustrazione perfetta per la Roma di oggi? Ma è ovvio, è una delle “Antichità Romane” di Piranesi!   delle quali parla lui stesso così: “vedendo che i resti degli antichi edifici di Roma, sparsi in gran parte negli orti e in altri luoghi coltivati, diminuiscono giorno per giorno o per l’ingiuria del tempo o per l’avarizia dei proprietari che con barbara licenza li distruggono clandestinamente e ne vendono i pezzi per costruire edifici moderni, ho deciso di fissarli nelle mie stampe”.

Come allora la capitale di un impero, un tempo  sontuosa e altera, maestosa ed  possente, luogo di riflessione sulla storia, privilegiato crocevia di stili, luogo d’incontro di intellettuali ed artisti,  mostra oggi al viaggiatore “interno”, al cittadino che nel lungo ponte di giugno non si fosse recato in amene seconde case del Circeo o dell’Argentario, o al ridente paesello dei nonni, strade deserte, serrande tirate giù malinconicamente su negozi vuoti e polverosi, hotel sbarrati, pure quelli di proprietà ecclesiastica orbati di pellegrini, pure l’Hassler disertato dai petrolieri texani e russi, e poi  bar e ristoranti sulle cui porta campeggia la notifica di fallimento del tribunale, come quello dello Zodiaco che affaccia sconsolato  sulla metropoli silenziosa.

Solo la sera carovane di macchine circolano nelle vie della grande greppia fusion, popolando localini abilitati a riservarsi spazi gratuiti su viuzze anguste, dove su tavolini appiccicati in barba al distanziamento si può gustare qualche vivanda cosmopolita, tra kebab e matriciane, pollo coi peperoni e sushi.

Non si può non sospettare che il prolungamento dell’allarme, la denuncia di nuovi focolai che divampano a carico di irresponsabili  dediti a crapule, grigliate e rave, o che il teatrino kabuki sul palcoscenico europeo: Mes offerto benignamente  dai carnefici come l’ultimo pasto del condannato che deve pagare il conto, la pausa di riflessione di Conte come le finte nei tornei dei dilettanti e i moti nello scopone,  nascondano da una parte l’incapacità e l’impotenza a gestire il “dopo” Covid, l’inadeguatezza a governare  il “durante” e invece la sapienza nel rimuovere il “prima”, cui fa da controcanto la sensazione che chi pensa di essere esente dagli effetti secondari (che come sempre si abbattono sui civili più esposti) voglia proseguire in questo strano anno sabbatico, che si adatti alla pandeconomia e ai suoi riti domestici di lavoro e sfruttamento compresi,   con la volontà non del tutto consapevole di ripristinare quella normalità che pure si è capito essere all’origine di morte e distruzione.

Anzi , qualcuno è talmente posseduto dalla nuova ideologia  igienico- sanitaria della sopravvivenza al posto  della vita, da attendere  il ripresentarsi dell’epidemia che avrebbe l’effetto di giustificare la delega, di legittimare lo stato di emergenza e la conseguente eccezionalità, per autorizzare l’affidamento a autorità “superiori”, tecniche e manageriali al posto delle istituzione democratiche fallite o aggirate.

Basta pensare al rinnovarsi degli appelli all’unità e alla coesione, formula aggiornata e altrettanto velenosa e falsa della stantia “siamo sulla stessa barca” convertita nel “rischiamo la stessa terapia intensiva”, che ha permesso che in questi mesi Confindustria indicasse il da farsi e Governo e Regioni scrivessero sotto dettatura, con il valore aggiunto ideale di task force in forza appunto alle ragioni dello sviluppo da rilanciare nei soliti modi, cantieri, appalti opachi ad personam o comparto, mascherine comprese, e grazie al contributo di manager e bancari di fiducia, immobiliaristi accreditatisi con il marchio doc della Cassa depositi e prestiti, innovatori che hanno partecipato al disegnare il volto della nuova Milano all’ombra di emiri, cementieri, speculatori.

Nella Capitale deserta come in un’arcadia post- atomica, come nel resto d’Italia. ci sarà che pensa di essere al sicuro, chi pensa alle ferie come anelito di libertà dopo la reclusione, perché la lenta ripresa, i dubbi, le statistiche farlocche, le minacce e gli avvertimenti di santoni non disinteressati, i sussulti dello Stato risuscitato e i revanchismi della regioni avide di maggiori competenze proseguono nella loro opera di vaccinazione contro consapevolezza e partecipazione democratica, con l’aiuto di una informazione che tace le previsioni  del WTO che avevano già indicato in tempo non sospetto come nel 2020 il commercio mondiale potrebbe diminuire tra il 13% e il 32% (WTO 2020), o la penalizzazione  dei  flussi  turistici per via delle nuove normative sul distanziamento, tanto che anche i ricchi a volte piangono, se il magnante americano Buffett  ha preferito vendere  le sue partecipazioni nelle quattro principali compagnie aeree americane, o le   valutazioni dell’Istituto Nazionale di Statistica che annunciano per l’anno in corso, il 2020, un crollo del Pil dell’8,3% su base annua, causato soprattutto dalla forte contrazione della domanda interna (-7,2 %).

E mentre i cerotti governativi, dal FIS (Fondo per l’Integrazione Salariale) al blocco temporaneo dei licenziamenti (fino al 17 agosto),nascondono le piaghe dolorose, mentre la cassa di “tutti” offre prestiti garantiti dallo Stato alla FCA con sede fiscale  all’estero e nessuno ha pensato di sospendere la misura che   raddoppia i finanziamenti alle scuole private (da 80 a 150 milioni nel 2020), si tace sul fatto che molte aziende impiegano  lo strumento della Cig, approfittando della chiusura forzata per mettere a riposo  parte dei dipendenti e ridurre i costi a scapito dei lavoratori.

E le sirene del padronato invitate agli Stati Generali, Boeri, Gualtieri, Ichino,  son tornate a  cantare la solita nenia, che per smuovere l’economia bloccata dalla crisi e frenare la disoccupazione non c’è che il ricorso a contratti a tempo determinato, a “patti” anomali, a precarietà e mobilità, quando la verità è che le imprese assumono solo se c’è domanda sufficiente per i loro prodotti,  se il mercato gira e c’è un rilancio dei consumi.

La Grande Illusione nutrita dalla narrazione “progressista” di quello che poteva essere il “dopoguerra”  raccontava di una utopia a forza di  recupero dell’economia di prossimità, dei preliminari per una automazione che doveva cancellare la fatica, grazie allo smartworking, a una riscoperta della solidarietà e di una più equa cooperazione e collaborazione  internazionale, a una ristrutturazione dell’economia in funzione di quei beni essenziali per l’esistenza e la pacificazione con l’ambiente.

Ma si sa che lo sviluppo come lo vuole chi è in alto e al sicuro è come Giano bi-fonte, ha dimostrato che i vantaggi del progresso scientifico e tecnologico crollano sotto i colpi di ariete di un virus, e rivela che la maggiore produttività dello smartworking è frutto della superiore  flessibilità dell’orario di lavoro, facendo prevedere un domani segnato  dall’esasperazione dello sfruttamento, che il processo di concentrazione e centralizzazione del capitale porterà vantaggi alla grande distribuzione, massacrando i dettaglianti, le botteghe sotto casa, le produzioni artigianali di tutti i paesi.

È che il tragitto da Villa Pamphili ai Palazzi o all’aeroporto da dove decollavano gli aerei imperiali, è stato compiuto in limousine dai vetri oscurati e è stata nascosta agli augusti viaggiatori del Gran Tour della ricostruzione la vista delle rovine.

 


Ecologia di mercato

statue of liberty under water Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sebbene per appartenenza generazionale io sia ahimè più vicina ai detrattori che ai fan, non so trattenere la collera nei confronti di chi, col cappotto di cammello e il suv parcheggiato lungo il percorso della manifestazione, o invece ben collocato davanti allo schermo del Pc, impartisce la pedagogia, differente nelle modalità espressive, ma analoga nelle motivazioni: andè a lavura’, oppure vi insegno io come si fa il ’68, il ’77 e pure la corazzata Potemkin e l’ingresso a Cuba con Che,  che, visti i risultati, non appare poi né  credibile né convincente. Gli uni convinti che si tratti al più di anime belle, moleste e visionarie da dileggiare e contrastare perché ostacolano lo sviluppo, gli altri, posseduti dal disincanto e dall’invidia, che non vogliono mollare l’osso spolpato della “critica”, ormai ridotta a stanca nostalgia e a uno spirito “umanitario” che nulla vuole e può contro il totalitarismo economico e finanziario.

Piacerebbe anche a me il racconto gentile di un mondo salvato dai ragazzini, di un/una piccola davide contro i  golia, di una fanciullina che smaschera le nudità suicide dell’impero,  declinato in governi nazionali, nelle istituzioni internazionali, nelle municipalità e nelle associazioni imprenditoriali, nei sindacati, nelle cosiddette forze politiche e nell’informazione, e che nel nostro Paese sono incarnate perfettamente nel fronte che sostiene l’alta velocità, un prodotto ideologico che contiene in sé anche un finto messaggio verde, quello della conversione al ferro del traffico merci, a nascondere sacco del territorio, impatto pesante,  impiego di materiali inquinanti, occupazione a termine e dequalificata, oltre a un costo economico formidabile a fronte di irrilevanti benefici, ammesso che esistano davvero.

Però non è azzardato, né malevolo dire che siamo di fronte a un “fenomeno”, che si colloca ben bene nella conversione del dissenso in spot, in modo da normalizzarlo o meglio ancora da ambientarci un messaggio inequivocabile, gridato da una vocina infantile quindi potentissima  nell’attività di risveglio di coscienze assopite  in nome e per conto della “future generazioni”.  Un messaggio che è quello che da sempre si addice ai padroni del mondo, quello del richiamo all’assunzione di una responsabilità collettiva, per via della  quale, essendo tutti a pari grado colpevoli, saremmo tutti ugualmente impegnati, i Riva come la massaia che non fa la differenziata, l’Eni come l’impiegato che non spegne il Pc prima di lasciare l’ufficio, Autostrade come il pendolare che usa l’auto per andare al lavoro. Lo stesso che  ci esorta tutti a spenderci per condividere l’immane prezzo delle migrazioni in corso ( si calcola che nell’Africa subsahariana saranno più di 200 milioni le persone costrette ad abbandonare la propria casa entro il 2050 e già il 30% degli abitanti della zona del Sahel del Burkina Faso ha dovuto migrare negli ultimi vent’anni), che pare diventato l’unico problema che preoccupa governi e forze politiche di mezzo mondo, o che ci chiama  a raccolta per difenderci dall’invasione, nascondendone le cause remote e vicine, guerre di occupazione e saccheggio, colonialismo con relativa esportazione di corruzione e altre patologie “democratiche”.

Per questo non c’è poi molto da sperare in questa “insorgenza”, nella possibilità che un ’48 o ’68 ambientalista  venga lasciato  crescere in dimensioni, radicalità e capacità di articolarsi in programmi e iniziative, anche ammesso che non sia già occupato e “posseduto”  dalla deriva delle  politiche ufficiali, tutte a vario titolo compromesse, comprese quelle che hanno  effettuato una diagnosi delle cause e delle dinamiche dei cambiamenti climatici, ma che non vogliono più che non sapere, trovare delle soluzioni. Perché si tratta di rovesciare completamente il modello di sviluppo, di contenerne le velleità dissipatrici, di abbattere l’idolo della crescita smisurata e illimitata, di limitare i consumi dissoluti di chi ha e le aspettative legittime ma ormai temerarie di chi vorrebbe avere altrettanto.

Si, non c’è molto da sperare su un cambio di rotta che ha l’effetto di qualche cerotto, di qualche aggiustamento riparatore quando servirebbe semplicemente una rivoluzione che traslochi le decisioni e gli atti dai palazzi e dalle centrali di comando alla “cittadinanza”, che disarmi la globalizzazione fondata sul depredare per più consumare,  ma che, soprattutto,  non affidi al mercato, come principio regolatore del funzionamento del sistema sociale, la soluzione dei problemi che il mercato produce, obbedendo all’imperativo di salvare il capitale naturale per  salvare il capitale economico e finanziario cui è affidata la gestione della nostra sopravvivenza.

Che a questo serve il mito “riformista” della green economy, la menzogna rassicurante che i veleni si contengano regolandoli con la negoziazione borsistica e con un sistema commerciale di trading, che sia sufficiente accreditare la sostenibilità come business e la salvaguardia come brand profittevole, che le  “soluzioni” possano ruotare intorno alla monetizzazione della natura,  alla appropriazione ad un costo il più basso possibile, o perfino gratis, delle risorse per  contrattarle al prezzo più alto possibile, dando vita a un sistema di commercio internazionale che consente ai paesi industrializzati nell’Occidente di esonerarsi dagli obblighi di riduzione dei gas serra investendo nel brand delle emissioni. E promuovendo una “cultura” ecologica che dovrebbe responsabilizzare la collettività risparmiando le imprese e il sistema finanziario dall’imposizione di regole e limiti alla pressione inquinante e alla speculazione con l’intento di trasferire la responsabilità dalle relazioni sociali capitalistiche agli atteggiamenti individuali, perfino propagandando il credo fideistico nella decrescita che immagina di poter incorporare mercato, denaro, lavoro, proprietà così come sono, in una arcadia del dopo-sviluppo.

Nemmeno i 10 più ricchi del mondo si salveranno così  in quel mondo venturo, tra ecologia e salute, fitness e wellness,  che rotolerà vuoto e disperato,  nel quale il sole non riuscirà a specchiarsi nei cristalli dei grattacieli di Wall Street, senza olio di palma, light e deterso, rispettoso di celiaci e intolleranti, che nel frattempo si saranno modernamente estinti.

 


Il Parlamento di mercato contro la Cina

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Ultime immagini della Cina di mercato in possesso del Parlamento di Strasburgo

Rivolgo al Pontefice  una supplica perché istituisca un nuovo culto, quello di Nostra Signora dei Cretini e metta il parlamentino lobbistico di Strasburgo, niente più che un costoso gadget in simil democrazia, sotto la sua santa protezione. E’ necessario perché se non sapessimo che questa ineffabile assemblea agisce sotto schiaffo e mancia dei più svariati gruppi di potere, potrebbe parere che si tratti di un’istituzione assistenziale rivolta alla tutela di deboli di mente. Che dire infatti della risoluzione votata ieri con la quale, sotto suggerimento di Aegis europe, lobby conglomerata di vari settori manifatturieri, in primis quello dell’acciaio, il parlamento – si fa per dire – ha votato un documento i cui punti principali erano già indicati per filo e per segno sul sito dell’Aegis stessa  e nel quale si dice si dice che la Cina non è un’economia di mercato e per giunta vende sotto costo. Dunque si invita la commissione europea a non concedere a Pechino lo status già riconosciuto in passato e se proprio lo deve fare, metta qualche ostacolo.

Ora che gli ufficiali pagatori di alcuni potentati facciano i loro interessi è un conto, che un’assemblea politica sottoscriva le loro sciocchezze, è un’altro e testimonia ancora una volta della sua totale subalternità al potere economico. Dopo aver delocalizzato a più non posso nel celeste impero e zone circostanti, dopo averci spiegato per anni che dobbiamo sacrificare, retribuzioni, diritti e speranze perché non siamo più competitivi, ora costoro dicono sdegnati che in Cina si produce sotto costo (ma rispetto a che cosa?) e che non è un’economia di mercato, ovvero dicono che quando il mercato dà loro torto allora non vale più.  Il che in termini pratici significa che vogliono mantenere intatti i profitti senza distribuire nemmeno un centesimo. Povero occidente, ridotto alla stupidità, costretto a sacrificare al mercato ogni cosa quando conviene ai ricchi e a mettere in piedi farse geo commerciali quando essi lo impongono. Possibile che al Parlamento di Strasburgo non si accorgono che negare alla Cina lo status di economia di mercato, significa dire che l’economia più dinamica e gigantesca del mondo, la quale ha qualcosa a che vedere persino – facciamoci il segno della croce – con il comunismo è molto più efficiente della nostra? Possibile che giochino su assurde e ridicole accuse di dumping come faceva  quarant’anni fa nei confronti dell’industria giapponese dell’auto l’ineffabile avvocato Agnelli generoso di parole davanti a una stampa inginocchiata, ma avaro di investimenti per fare prodotti migliori e incurante del fatto che i salari giapponesi erano persino più alti di quelli italiani?  Il risultato di questi atteggiamenti è che oggi persino la Corea produce cinque volte più auto dell’Italia con salari corrispondenti nel settore a circa 70 mila euro l’anno.

Decisamente ci vuole un’augusta  patrona che sorvegli gli imbecilli , i mentitori e i corrotti perché la votazione la quale oggettivamente si situa sulla strada del Ttip e lo strangolamento del continente, è avvenuto proprio nel giorno in cui l’economia cinese ha fatto registrare una vittoria di civiltà sull’economia di mercato. Le autorità di Pechino hanno infatti imposto al motore di ricerca Baidu, il google d’oriente, di ridurre a meno del 30 per cento le pubblicità in ogni pagina e di eliminare completamente gli spot a pagamento relativi alla salute. La decisione è venuta dopo la morte per cancro di uno studente che si era fidato di cure alternative pubblicizzate in rete. Il taycoon di Baidu, Robin Li, prossimo acquirente del Milan, non ha  fatto storie, pagherà tutto il dovuto per quel decesso e ha istituito un fondo di 750 milioni di euro per compensare gli utenti ingannati dalle pubblicità a pagamento. Da noi tutto questo è semplicemente fantascienza e forse il Parlamento di Strasburgo dovrebbe pensare come ridurre un po’ l’ossessione del mercato e farsi venire un po’ di gusto per la civiltà. Peccato che esso stesso sia sul mercato. 


Fassina, l’evasione dalla politica

Le ultime parole famose

Le ultime parole famose

A qualcuno potrà fare impressione che il giovane turco e ormai anche vecchio marpione Fassina, abbia ripercorso il sentiero di Berlusconi, arrivando a giustificare l’evasione fiscale. Ma in realtà se ciò che fino a qualche anno fa scandalizzava una sinistra sempre più sedicente mentre oggi è diventato tema delle strizzatine d’occhio, è del tutto ovvio: é la logica conclusione di un cammino, il risultato finale del vacuo ecumenismo sociale inaugurato dal Pd e cementato dalla totale assenza di politica.

Un ceto politico che vuole rappresentare tutti e finisce col non rappresentare nessuno, un’idea di partito la cui ambizione non è la trasformazione o l’evoluzione della società, ma solo il patchwork di interessi scomposti e sovrapposti , non può che arrivare a difendere l’evasione di fronte agli evasori, la fedeltà fiscale di fronte ai fedeli coatti e in generale arriva alla schizofrenia del consenso.

La mancanza di politica è evidente e non perché Fassina abbia torto marcio quando strizza l’occhio ai commercianti, ma proprio perché in un certo senso ha ragione: la massiccia, sistematica evasione fiscale permessa per oltre quarant’anni ha finito per dar vita a tutta un’economia basata proprio sulla possibilità di nascondere  gran parte del proprio giro d’affari. L’infedeltà fiscale è’ diventata da episodica a strutturale. La miriade di piccole attività, in numero del tutto incongruo rispetto a Paesi comparabili, può vivere solo grazie a questo meccanismo, contribuisce a tenere lunghe le filiere, alti i prezzi e nutre infine  tutta un’economia parassitaria che ricava cifre indecorose dal possesso dei “muri” o dalle intermediazioni opache. L’evasione è moralmente intollerabile, ma non si può nemmeno fingere di voler dire basta dal giorno alla notte dopo aver accettato per mezzo secolo che venissero usati dadi truccati.

E proprio perché Fassina ha ragione che sono ancora più scandalose e disperanti le sue parole: da una situazione così non si esce facendo balenare la “comprensione ” del governo e del Pd, non si esce accennando a “contratti” elettorali anomali e sottobanco. Questo può farlo tranquillamente Berlusconi che ha nell’anomalia la sua ragion d’essere e che lascia dietro di sé le macerie di un Paese, ma è evidente che la soluzione la si può trovare solo attraverso un nuovo patto sociale che con gradualità, ma con decisione raddrizzi le storture del modello italiano. Vale a dire attraverso una politica di respiro e di lungo periodo che riscopra la dignità del lavoro, il senso di cittadinanza e dunque un’etica pubblica, non quella robaccia da fast food o da mensa Caritas priva di senso che ci viene proposta ogni giorno.

Tuttavia questo sembra essere un compito al di fuori delle possibilità di un ceto politico anch’esso ormai parassitario e irresponsabile che cerca il consenso senza tuttavia riuscire a rappresentare altro che i propri interessi di sopravvivenza. Quindi lo stesso soggetto politico recita sia la parte in commedia di sinistra con la teorica lotta senza quartiere all’evasione, peraltro mai realizzata nonostante ve ne siano tutti gli strumenti, sia quella di destra con le strizzate d’occhio. Il tutto per conservare accuratamente lo statu quo ante, cioè facendo quello per cui sono davvero portati: non fare nulla, non pensare nulla.

 


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