Massimo Pizzoglio per il Simplicissimus

Cominciamo con una domandina semplice:
vi sembra logico che la stragrande maggioranza dei negozi faccia, nel 2012, gli stessi orari del 1952?

Nel 1952 gli italiani affittavano la casa vicino al posto di lavoro, dove, per altro, lavorava solo il capofamiglia e la moglie si occupava della casa. Nell’intervallo di pranzo, gli italiani si sedevano a tavola, a casa, a mangiare con la famiglia e la sera, alle sette e mezza, erano già di nuovo tutti al desco (qualcuno aveva già addirittura finito). Le spese venivano ponderate con calma e si andava nel negozio sotto casa o, comunque, nel quartiere.

Nel 2012 gli italiani hanno trovato casa dove potevano, sono sempre più spesso single o famiglie in cui entrambi i genitori lavorano (si spera). Nell’intervallo di pranzo, quando c’è, mangiano un boccone al volo in giro, anche perché “casa” è irraggiungibile in tempo, alle 19.30 sono ancora in buona parte al lavoro oppure su un veicolo imbottigliato sulla strada di ritorno. Le spese sono sovente “umorali” e si va nel negozio che ha “quella” cosa che si desidera, se è aperto quando la si desidera (e questo è, ohimè, indipendente dalla crisi o dalla disponibilità economica).

Questi sessant’anni sembrano passati invano per un numero infiniti di piccoli negozi, che si ostinano a non fare il continuato, a non voler chiudere un po’ più tardi, a non voler capire che il mondo è andato avanti anche senza di loro, che nuovi strumenti e nuove realtà non solo si sono affacciati sul mercato, ma si sono già serenamente sedimentati.

Con tutte le dovute, e fortunatamente non poche, eccezioni, il negoziante è’ conservatore, nel senso più stretto del termine: legato alle tradizioni (anche quando sfuggono alla realtà), al “ma si è sempre fatto così”, al sentito dire (quasi mai il negoziante ha notizie di prima mano, anche sul suo lavoro) su cui infioretta le sue teorie che rigira per originali alla clientela, alla lamentela verso lo Stato (e tutte le sue emanazioni), causa di tutti i disagi.
La causa dei suoi problemi è sempre esterna e ha sempre un colpevole ben definito. Non sentirete mai un negoziante, seppur amico, dirvi che non va tanto bene perché ha sbagliato gli acquisti o non ha formato a dovere il personale o non ha tenuto conto delle esigenze della clientela a cui si rivolge (sempre che abbia idea di quale sia la sua clientela).
E’ sempre colpa della crisi, del tempo, del Comune, delle tasse, “del negozio nuovo dei cinesi sull’angolo”, della grande distribuzione, degli “aulet”…
E si pompano anche tra loro, nelle associazioni di via o, più raramente, nelle, molte, associazioni di categoria.
(Sono stato a lungo, in una delle mie vite professionali, negoziante e so perfettamente di cosa parlo)

Il problema più grande è che la piccola distribuzione funge da cassa di risonanza non trascurabile sulla clientela, che tendenzialmente prende per buone le lamentele dei negozianti pensando che, essendo dei professionisti, siano preparati sulle cose che li riguardano e che riguardano i loro dintorni.
Alimentando così voci e distorsioni: la superficialità al quadrato.

Ma la vera tragedia è che, proprio per questo effetto tam tam, sono coccolati dai politici populisti e malpancisti che sposano le loro cause perse con la scusa di chissà quale difesa di civiltà.
E così si vedono presidenti di regioni, di segno molto diverso, contestare la liberalizzazione degli orari di apertura in nome della guerra alla grande distribuzione, alle comunità straniere, alle tradizioni sociali o a qualunque altra fesseria possa servire allo scopo di ottenere consenso e visibilità.

La piccola distribuzione deve capire che se fa la guerra alla grande sullo stesso campo, non la vincerà mai, la battaglia di Culloden insegni.
La grande distribuzione, per mezzi e mentalità, sarà sempre in grado di dribblare i paletti e gli ostacoli che man mano si inventeranno per arginarla.

E’ nell’elasticità della piccola dimensione, nell’inventiva, nel rapporto diretto con la clientela (quello su cui sono più carenti), nella differenziazione dei prodotti, nella ricerca che devono puntare i negozianti.
Certo è che devono mettersi a studiare un po’, a tenersi aggiornati davvero, aver notizie certe e di prima mano, usare la tecnologia basica ed economica che serve (un pasticcere che vende le paste a 40€ al chilo e non ha il bancomat?), soprattutto guardare cosa capita nel resto del mondo (e lo può fare senza muoversi da casa, oggi).
In Francia, dove la grande distribuzione ha quarant’anni di vantaggio su di noi, la piccola distribuzione non solo non è sparita, ma ha trovato nuovi stimoli e vitalità (e speriamo che la crisi mondiale dia il colpo di grazia alle catene delle griffes).

Trovo tragicamente esilarante, poi, che i politici che contestano la liberalizzazione degli orari siano quelli che fino ad oggi si sono riempiti la bocca di parole come mercato, libertario, liberismo, liberale (e il povero De Ruggiero si starà rivoltando nella tomba).
Quelli che dovevano togliere lacci e lacciuoli alla libera iniziativa, che dovevano dare impulso all’imprenditorialità e al consumo.
Non ci vengano a raccontare che la liberalizzazione degli orari produrrà una chiusura in massa dei negozi con centinaia di disoccupati, perché dicevano lo stesso con la legge Bersani sulla eliminazione delle licenze e non è avvenuto. Non ci vengano a raccontare che cambierà il tessuto sociale dei quartieri, perché basta guardare casi come San Salvario a Torino, per vedere come un capovolgimento etnico e anagrafico degli esercizi ha prodotto un consolidamento della vita sociale che viene riportato ad esempio nel mondo.

Chiedano a gran voce controlli più attenti sui contratti di lavoro delle grandi superfici, sul rispetto delle condizioni di lavoro e di salute, sull’impatto ambientale dei centri commerciali.
Ma li esigano poi anche sul lavoro nero, sull’igiene, sugli scontrini della piccola distribuzione.

Ma forse questo è un altro paese, quello dei cittadini onesti, non dei politicanti da strapazzo.