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Occupazione stradale proibita, ma non per l’I phone

filaAnna Lombroso per il Simplicissimus

C’è da provare una certa amara stanchezza nel vedere l’affaccendarsi dei professionisti dell’antifascismo di questi giorni, sorpresi dal rinnovarsi inatteso di un incidente della storia  che con tutta evidenza li coglie talmente alla sprovvista da guardare con rimpianto a un’età di Pericle nella quale il tiranno di Atene assunse le fattezze del cavaliere, con tanto di macchie sulla reputazione e pure sulla fedina penale, e con un’unica paura, non della morte ritenendosi immune per censo, ma di scomparire  dalla scena politica con le conseguenze che ne deriverebbero per il suo ego ipertrofico e per i suoi poliedrici interessi.

Il sospetto ( ne avevo scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/09/28/fascimo-malattia-senile-del-capitalismo/ ) è che ci troviamo di fronte a una strumentalizzazione dell’antifascismo  da parte dell’establishment come difesa di ultima istanza del proprio potere e dei propri interessi, che sollecita a prendere le difese dello status quo minacciato dagli empi populismi e dall’ancora più degenerato sovranismo. Tempi bui per chi non si arrende all’arruolamento forzato nei due fronti, quello che cerca di coagulare una opposizione di salute pubblica al governo in carica, intorno a un immaginario simbolico che fino a ieri considerava arcaico e superato, l’altro che dietro alle bandiere ripiegate dell’antieuropeismo e della lotta ai privilegi della casta, dimostra l’inettitudine o l’impotenza a rovesciare il tavolo liberista.

A dimostrare che si fa bene a pensar male, basta guardare allo stupefatto sdegno con il quale i riformisti si sono fatti  sorprendere dalle misure del decreto sicurezza la cui paternità attribuiscono al golem crudele cui è stata soffiata la vita per svolgere i lavori sporchi, il cattivo ghignante dei manga e che si dicono impegnati a contrastare con un referendum abrogativo, che in questo caso ci augureremmo abbia più successo di quello con il quale pensavano di cancellare lo spirito costituzionale. Non solo qui e non solo ora, studiosi della materia ma anche semplice gente con gli occhi aperti hanno diagnostica e compreso il nesso sistematico tra la distruzione dello “stato sociale” e il rafforzamento dello “stato penale”, favorito tra l’altro da un razzismo che non è nemmeno quello poi tanto originale. Le varie leggi che apparentemente dovevano regolare il fenomeno migratorio, Bossi-Fini, Maroni, Turco-Napolitano, hanno sancito in via giuridica e amministrativa che gli immigrati poveri debbano “prestarsi” senza alcun diritto e sotto costante ricatto. I fisiologici contrasti fra la forza-lavoro italiana e quella immigrata, la riduzione del costo del lavoro che ne deriva, determina una frattura insanabile che fa perdere di vista perdere di vista il vero nemico di classe.

Eh si, questo risveglio, il sospetto che quello che viene messo in atto per i migranti possa compire anche gli indigeni, è remoto ma comincia a farsi largo, sia pure con la certezza che le misure di repressione siano opportunamente pensate solo per colpire gli indigenti: se ha suscitato preoccupazione la norma che potrebbe proibire gli assembramenti e blocchi stradali,  possiamo star certi che i nostri ragazzi in fola per l’iphone di nuova generazione, le madamine no-no-tav, i caffeinomani di Starbucks potranno continuare a esercitare il loro inviolabile diritto, a differenza dei metalmeccanici che convennero a Roma – Alemanno sindaco – dirottati perché non offendessero decoro e bellezza dei luoghi storici, a differenza dei risparmiatori che protestavano contro il salvataggio di Banca Etruria.

E così via, in virtù di leggi  dello stato e ordinanze sindacali che mettono un’ipoteca sulle libertà di espressione e circolazione, come nel lontano 1956 quando venne arrestato Danilo Dolci alla guida di cittadini che invasero una via, sì, ma per ripararla, o in occasione delle manifestazioni per la celebrazione del 60° anniversario dei Trattati di Roma, quando decine di manifestanti hanno ricevuto fogli di via preventivi, dal territorio romano, senza nemmeno poter arrivare in città; e sui diritti compreso quello alla difesa sulla base del censo o dell’appartenenza etnica, come  2008, quando per tutti i reati era stata introdotta la circostanza aggravante dell’essere il fatto “commesso da chi si trovava illegalmente sul nostro territorio”.

Tanto per aggiungere qualche dato recente, l’approvazione dei Decreti Legge nn. 13 e 14 dello scorso febbraio, con le firme degli allora ministri Minniti e Orlando, incaricati di dare un senso di “sinistra” alla sicurezza e l’autorizzazione a aver paura dei diversi, dimostravano che la scelta  del “sorvegliare e punire”, addirittura superando e inasprendo il terreno già seminato dal Decreto Sicurezza di Maroni del 2008, altro non è che il concretizzarsi sul terreno securitario dei capisaldi della concezione dello Stato nella trasformazione aberrante del neoliberismo, che si sottrae dall’ottemperare ai suoi compiti nei confronti della “cittadinanza”   per scatenare l’indole più ferina del mercato, affinché sia possibile l’espandersi dei dispositivi penali per gestire le conseguenze sociali generate dalle disuguaglianze. In modo che l’emarginazione e la punizione di poveri corrisponda a un disegno “sanitario”, di difesa dei beni e dei privilegi minacciati dalle vite nude dei falliti, giustamente estromessi dalle magnifiche sorti del mercato, che è meglio vengano sottratti alla vista della gente per bene abilitata a conservare dignità e decenza, eliminandoli dal panorama comune in qualità di  molesti prodotti delle politiche governative, o veritiera  profezia di quello che potrebbe capitare ad ognuno di noi, a causa di quelle stesse politiche, perché non possa venire alla mente di immaginarsi una vera e praticabile alternativa.

Prima di questo decreto sicurezza, i Daspo urbani, le ordinanze dei sindaci, gli interventi del governo Gentiloni per “contrastare l’immigrazione clandestina” con l’azzeramento di tutta una serie di diritti costituzionalmente garantiti, a cominciare dalla giurisdizionalizzazione delle Commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione e l’abolizione del secondo grado di giudizio, hanno aperto la strada indisturbata a quello che oggi pare una fulminea e inattesa epifania nefasta. Che riguarda tutti i paesi occidentali, le cui leggi ma pure la percezione e perfino l’immaginario sono condizionati dagli Usa, e che hanno scelto la repressione più che la dissuasione anche di comportamenti considerati “offensivi” ma non definiti come reati, o che erano reati in passato ( si pensi alla prostituzione e  alla mendicità) e che lo ridiventano,  grazie al fine desiderato di “ripulire le strade dagli indesiderati” comune agli amministratori del Galles e alle ruspe di Salvini, a quello di contenere inquietanti fenomeni giovanili, ma anche il bighellonaggio comune alla gente de borgata e ai profughi di Padova, limitati da apposito muro.

Si può tranquillamente dire che uno dei valori indiscussi della fortezza europea è mettere al sicuro i primi e rassicurare i penultimi, criminalizzando e penalizzando gli ultimi, come appunto in Spagna, con le  “Ordinanze per il civismo e la convivenza”, in Francia con la criminalizzazione dei “comportamenti incivili” più che mai se e assumerli è gente in gilet, deplorata perfino da Madame Le Pen o in Belgio, dove vige anche là quella combinazione di leggi statali e provvedimenti di autorità locali, che ha ispirato le politiche securitarie italiane in modo da promuovere discrezionalità e arbitrarietà, dispiegate su base “economica”.

A guardare indietro e a guardare l’oggi si capisce che il fascismo abituale declinazione capitalistica, conserva come da tradizione il suo target di propagatori e consumatori ben mimetizzati e integrati nelle file del folclore con cui dividono la riprovazione per chi non si uniforma ai diktat imperiali, per chi non accetta incondizionatamente l’immigrazione così come non aveva appoggiato la partecipazione a necessarie guerre esportatrici di democrazia, per chi non schifa la possibilità che Stato e popolo si esprimano in materia economica.

Da tempo la frase che campeggia sul mio profilo in Twitter è quella di  Enzensberger:  ai tempi del fascismo non sapevo di vivere ai tempi del fascismo. In realtà da anni io lo sapevo e lo so, in molti lo sapevamo e lo sappiamo. Non era difficile a meno che non ci si trovasse bene ai tempi del fascismo, di ieri come di oggi.

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Commedia all’Italiano

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mentre noi dormiamo Freud lavora. E anche quando siamo svegli. Sarà per quello che durante uno di quei suoi comizi a porte chiuse con l’euforbia e il ficus al posto degli operai in ferie coatte, guardando compiaciuto il  confindustriale bresciano rincuorato dal finanziatore della Leopolda neo iscritto, che  dice: «Il sin­da­cato è un osta­colo sulla strada del rilan­cio dell’Italia»,  e dopo aver rivelato che  «c’è un dise­gno cal­co­lato, stu­diato e pro­get­tato per divi­dere il mondo del lavoro», è scivolato in un lapsus eloquente: “fare gli italiani vuol dire realizzare cose che nessun altro sa fare”.

“Fare gli italiani”, come li vorrebbe Toto Cotugno a Sanremo, Woody Allen a Hollywood,  il vecchio sussidiario con le pagine dedicate al popolo di santi, navigatori e poeti, gli stilisti del made in italy  nostalgici della Milano da bere. “Fare gli italiani”, non troppo laboriosi ma creativi, meglio se individualisti, meglio se litigiosi, meglio se divisi  e invidiosi. “Fare gli italiani”, conformisti, mediocri, scanzonati, codardi, Albertisordi, ma preferibilmente senza riscatto. “Fare gli italiani”, in modo da corrispondere a tutti gli stereotipi, clientelismo, familismo amorale e traffichini, corrotti, deboli, così diventa inevitabile, anzi doveroso applicare loro una severa pedagogia, costringerli alla fatica, alla penitenza.

“Fare gli italiani”, come erano, come si sono descritti e come li hanno raccontati, quando erano un popolo di una nazione nuova con una democrazia fragile, ma dotati ancora di una memoria collettiva fatta di ubbidienza ma anche di riscatto, ora  retrocesso a marmaglia, a plebe, a massa indistinta. “Fare gli italiani”, interpretazione alla quale ogni tanto  il segretario-presdente si presta come un guitto, quando sempre più raramente si mette nei panni dei lavoratori, lui che il lavoro non lo conosce, dei pensionati, lui che i pensionati li avvilisce, delle donne, lui che le usa come hostess, soddisfatte e appagate, nei suoi convegni e nelle sue cene elettorali, nei malati di Sla, lui che dopo la doccia taglia i fondi per la loro sopravvivenza dignitosa.

Ogni tanto, raramente, lui “fa l’italiano” per compiacere la ciurmaglia, che immagina supina davanti ai teleschermi, schermata dai vetri fumè della macchina,  tollerata solo se selezionata per le sue convention di vendite piramidali, altrimenti tenuta lontana dietro ai cordoni di sicurezza, sprovvista degli odiati intermediari, siano sindacati o partiti,  come era nei programmi della sua rottamazione,  intesa come pietra tombale sulla forma partito  messa da un  membro della vecchia nomenclatura che ha guadagnato  la leadership del partito attraverso i media e i gazebo e il governo   grazie a  un’incoronazione ecumenica che è avvenuta fuori  dalle istituzioni e – è ormai dichiarato – contro di esse.

Ogni tanto lui “ha fatto l’italiano” per mostrare di essere uno di noi, per persuaderci di essere fuori dall’arcaica aristocrazia, dalla tossica oligarchia dei politicanti, per convincerci di aver spezzato la catena di comando della struttura elitaria,  quella che copre reati, comportamenti illeciti o inopportuni   individuali  grazie a  un cordone sanitario di correità e corresponsabilità.

Sempre “fa l’italiano” come  dipinge l’italiano il vertice dell’impero occidentale scricchiolante, infingardo, traditore, Badoglio, arlecchino e leporello in una commedia dell’arte dove recita il burbanzoso coi deboli e il cortigiano dei potenti, con l’indole del sottobanco, dell’opacità, delle pastette, delle finte baruffe come i guappi del rione che si fanno tenere dagli altri teppisti perché “sennò l’ancido” il finto nemico col quale si sono messi d’accordo prima, complici della rapina, dello scippo, della coltellata alla vecchietta.

Eh si, “fa l’italiano” del volemose bene, dell’ Italia “unica e indi­vi­si­bile di chi vuol bene ai pro­pri figli», e non è difficile dimostrarlo se nati da lombi privilegiati, protetti, garantiti per prerogative di dinastie anche quelle un po’ straccione del piccolo notabilato di paese, dell’indotto berlusconiano, quando al tempo stesso conduce una lotta divisiva contro i figli degli altri, i nostri, condannati all’instabilità, alla precarietà, all’incertezza, all’emigrazione, né più né meno di quelli che arrivano qui di passaggio, preventivamente puniti per il reato di disperazione e confinati in lager o respinti come pesi ingombranti e pericolosi. E infatti “fa l’italiano” quello degli italiani brava gente, “costretta”  dalla dittatura  a spia di condominio, delatrice ai fascisti, baldanzosa sostenitrice di leggi razziali intese come necessario strumento punitivo della concorrenza tra poveracci. E “fa l’italiano” quello  provinciale e meschino,      invidioso di fasti regali fino a mandare uomini in stivali di cartone e fucili inceppati a conquistare un impero, fina a adeguarsi entusiasticamente ai dettati dell’impero vero e implacabile: lo stato ha un debito troppo alto, dovuto all’eccesso di spesa; il problema è il costo eccessivo del lavoro; per rilanciare la crescita bisogna ridurre le tasse alle imprese; gli impegni  di Bruxelles sono onerosi, ma bisogna pur mantenere gli impegni, per non fare brutta figura, per non farci riconoscere e se ci scappa la fine della democrazia, meglio così, così si mette su una colonia commissariata, che assicura la sopravvivenza del proconsole, dei suoi esattori, del suo esercito mercenario.

Ma se “fa l’italiano”, se non si riconosce come tale, sallora siamo autorizzati a trattarlo da clandestino, fare come fa lui, come fanno i suoi alterni alleati e fan, espellerlo, respingerlo, buttarlo a mare.

 


Riforme all’acido solforico

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ve le ricordate le ricostruzioni delle battaglie nei musei con gli eserciti di piombo allineati, le scene dei film storici, le campagne cui partecipa Barry Lindon, con le prime file messe là a cadere in virtù di una  spietata lotteria che schiera avanguardie di deboli, ragazzini, vecchi soldati destinati a una morte soltanto differita nelle colonne successive, che godono di qualche altro minuto di sopravvivenza tra lo scoppiettio dei fucili e nel bagliore delle baionette.

Ieri ne sono morti altri 4 in quella prima fila. Nei talk show di stamattina, che pure parlano di lavoro e della sua prolungata agonia, non vengono pudicamente rammentati, come se quei “caduti” della guerra condotta contro garanzie, sicurezze, conquiste avessero perso anche il diritto di essere chiamati lavoratori, convertiti sbrigativamente in vittime probabili di un “errore umano”. Come se potesse essere considerata umana, oltre che civile, una disattenzione suggerita dalla paura di  perdere il posto, una leggerezza dettata dal timore di essere presi di mira dal kapò del cantiere, così che ci si mette volontariamente in quelle prime file, ci si convince che è necessario giocarsi la pelle, che si è perso ormai il diritto a proteggere la propria vita perché l’unico diritto rimasto è la fatica per conservarsi il salario e il rischio e il sacrificio, addirittura fino alla morte, sono diventati l’unica certezza che resta.

I vigili del fuoco sostengono che all’origine dell’”incidente” nel quale sono morti 4 operai mentre un quinto versa in gravi condizioni,   ci sarebbe stata una manovra errata condotta nelle operazioni di trattamento dei reflui, che avrebbe dato origine ad una nube tossica di anidride solforosa. Ma il Pm di Rovigo invece ribadisce che sembra ”evidente“, ad una prima analisi, l’esistenza di problemi di sicurezza all’interno della Co.Im.Po”.

Dopo, dopo l’incidente, dopo la nuvola nera, dopo i 4 morti, i vigili del fuoco hanno provveduto a mettere in sicurezza l’area. Dopo,  i tecnici dell’Arpav hanno collocato delle  centraline mobili per monitorare l’aria. Dopo, il Ministro Poletti, quello, bontà sua, delle tutele crescenti, che si vede che sono ancora piccole, ha osservato che si deve pretendere di più: “Per quanto i numeri dicono che c’è una condizione di migliore sicurezza fino a quando accadono fatti tragici come questi vuol dire che ci sono ancora degli elementi di pericolosità e rischio troppo alti”. Dopo il Re del Quirinale che sollecita un’accelerazione della “riforma” contro il lavoro, pronto a firmare come d’abitudine qualsiasi nefandezza, ha espresso vibrante cordoglio. Dopo, forse, lo manifesterà anche la presidente dell’Eni, promossa dal premier, come Descalzi, per i suoi meriti di manager al servizio di un sistema di iniquità, disuguaglianze, corruzione, quelle si sempre crescenti, nota, è bene ricordarlo, per aver guidato l’applauso di Confindustria ai vertici criminali della Thyssen.

Li chiamano gli effetti secondari della crisi, come se si trattasse di un evento naturale imprevedibile ed incontrastabile. E infatti proprio come per le bombe d’acqua, le inondazioni, perfino i terremoti sono invece chiare ed esplicite responsabilità e colpe che fanno sì che i fenomeni diventino estremi, che le conseguenze siano mortali, per trascuratezza, volontà di impoverire e defraudare per svendere, liquidare, alienare. Sono della stessa materia della rinuncia ragionevoli a curarsi, a istruirsi, a difendersi in tribunale, a rivendicare diritti fondamentali, alla dignità, a un’alimentazione sana e variata, perché ormai ha vinto il ricatto, ha vinto la costrizione sotto minaccia, diventati legali se non legittimi, nel momento nel quale vengono scritte leggi che sanciscono la ineluttabilità dell’abiura di garanzie, sicurezze, facoltà, prerogative e conquiste civili e sociali.

Nel nostro paese entrare in fabbrica fa più morti che un percorso di guerra. Fino a qualche anno fa ne cadeva più d’uno al giorno, schiacciato come una formica da macchinari, passerelle sovrastanti e evidentemente non verificate, tuffi in vasche mefitiche, per via di utensili guasti, gru e camion, perché manca la dotazione, come ieri, di attrezzature di protezione. Sembra che siano diminuiti, ma è solo perché sono diminuiti gli “occupati” e perché se cade da un’impalcatura un irregolare, diventa naturalmente clandestino, non conclamato, più atipico che mai. Non dimentico che un ministro del lavoro  del Pd, Damiano, propose, per contrastare il “fenomeno”, di abbassare l’età pensionabile per i lavori usuranti, in modo da limitare le morti bianche, intendendo probabilmente che  gli operai finiscono spiaccicati perché non si tolgono da sotto la trave  in quanto usurati?, perché hanno riflessi meno pronti. Come se non crepassero e non fossero crepati anche i giovani per esalazioni, ma anche per cancro, asbestosi,  e che non si sarebbero salvati  accedendo tre anni prima alla pensione, magari intorno al 2035.  Oggi nemmeno si sforzano di proporre qualcosa di altrettanto vergognoso, che di introdurre criteri e requisiti di sicurezza nemmeno si ‘parla, che non ci sono quattrini per controlli, che anzi Fare e Semplificazioni mirano proprio a smantellarne definitivamente il sistema e la rete, creando artificiosi espedienti per aggirarli, per accelerare procedure, per scavalcare le rappresentanze dando luogo a negoziati opachi tra privati, enti, organismi di vigilanza, sicché basta pagare multe, modeste sanzioni per evitare investimenti in protezione e sicurezza dei lavoratori e dei cittadini.

Sono servi e posseduti, loro sì, da un’ideologia che è diventata l’armatura  oltre che il motore intellettuale e “morale” della controffensiva del profitto, che ha condotto la classe capitalistica transnazionale contro i lavoratori, i popoli, le democrazie. La riconquista di privilegi, l’esercizio di sopraffazione, sono ormai un’opera sistematica, condotta con mezzi scientifici, con una disponibilità formidabile di mezzi e di strumenti di persuasione che hanno convinto non solo chi è nato dalla parte “giusta” del pianeta che si può e si deve far denaro solo tramite il denaro, che se si toglie ogni vincolo ai soldi, siano d’oro, stagno o meglio ancora transazioni immateriali, si genera crescita, si conquista benessere. E se non è per tutti, meglio così, in modo che le differenze e le disuguaglianze si riproducano e origino superiorità, rendite di posizione, benefici per pochi a fronte di più povertà e subalternità per molti. E se qualcuno cade, si sa, è fatale, l’importante è stare nelle retroguardie, nei posti di comando, magari essere caporali o kapò.  E allora non facciamoci assoldare: anche se abbiamo la fortuna di non essere nelle prime file, siamo  in pericolo anche noi.

 

 


Siamo tutti clandestini

1421929831Si lo so, la cronaca incalza con l’Alitalia, anzi meglio con i “capitani coraggiosi” sovvenzionati dalle poste con raccomandata di Letta e un milione di altre cose. Ma dopo l’uscita di Grillo e di Casaleggio sulla bontà del reato di clandestinità ne leggo di tutti i colori. E mai come in queste occasioni ci si accorge che la realtà sembra un puzzle di cui ognuno tiene una tessera senza riuscire a costruire un’immagine complessiva, un’immagine di mondo, ma soprattutto che non vuole farlo, che è convinto che il pezzo nella sua mano sia tutta la realtà. In qualche decennio una cultura velenosa ci ha fatto diventare come i bachi di Feuerbach: la nostra foglia di gelso è diventata l’infinito perché solo una piccola minoranza – magari quei 200 mila individui che detengono 45 triliardi di dollari vale a dire quasi la totalità del pil mondiale –  possa servirsi della seta.

Così gli stessi che decretano l’inutilità dello stato, anzi la sua negatività poiché contiene quei principi di cittadinanza e di solidarietà che sono solo un costo, un attentato al profitto individuale, sono poi quelli che sfruttano gli istinti di appartenenza più rozzi per imporre un senso di precarietà e di paura che faccia passare la “necessità” dell’impoverimento. In questo senso siamo tutti clandestini: quelli che fuggono dai regimi creati dalle multinazionali o dal cinismo delle segreterie di stato complici delle prime, sia quelli che li accolgono, sottoposti in altro modo alla spoliazione.  Se poi questo porta ad aderire ai movimenti di ultradestra fautori dell’inviolabilità delle frontiere, ma anche della infinita libertà di profitto, tanto meglio.

La confusione regna suprema, ma non ci aspetterebbe di trovarla anche in chi dedica la propria vita alla “ricostruzione” del disegno globale. Così Zygmunt Bauman, inventore della società liquida e di tutte le successive liquidità di ogni tipo, ci dice, interrogato in merito al nobel per Lampedusa, che tutto questo accade perché la migrazione, che ha accompagnato la modernità fin dai suoi inizi, produce persone “inutili” che tendono perciò a spostarsi dove ritengono ci siano condizioni migliori. Lasciamo stare la mania vetero novecentesta che manipola a suo piacimento i termini di modernità e tecnica, ignara che la storia umana è esattamente la storia della grande migrazione che ha permesso il diffondersi della specie su tutto il globo, che il mischiarsi è un destino scritto nel Dna e che la tecnica è il modo fondamentale dell’essere nel mondo dell’uomo. Sono questioni che riguardano la filosofia. Ciò che sorprende è che Bauman non sembra minimamente chiedersi e interrogarsi su una società dove gli uomini possano essere considerati inutili come bovini in una comunità di vegani. E’ davvero straordinario che tutto questa venga accettato dall’illustre sociologo come se fosse una realtà data e immutabile, la filigrana delle cose, che gli sfugga che non sono le macchine in sé a rendere inutili le persone, ma il fatto che esse siano utilizzate solo nella logica del profitto e dell’accumulazione di capitale. Anzi le macchine stesse per loro natura reclamano dei “consumatori”, ovvero i proletari del prodotto.

E’ del tutto evidente che Bauman  è vittima dell’egemonia culturale liberista che impone di districarsi tra ciò che è senza minimamente interrogarsi su come si possa trasformare. E tuttavia in un senso diverso ha ragione nella sua tesi degli “inutili” e a collegarla in qualche modo agli attuali fenomeni migratori. Ma le macchine e le sue concezioni un po’retro non c’entrano proprio, c’entra anzi l’esatto contrario: ovvero che non solo il lavoro umano, ma anche le macchine servono sempre di meno. Il fatto è che da tempo il rendimento di capitale oltrepassa costantemente il tasso di crescita della produzione e del reddito, umiliando così il lavoro, portandolo ai suoi minimi termini insieme ai diritti conquistati e connessi, creando ineguaglianze insostenibili e arbitrarie che stanno svuotando le democrazie. Quando il denaro è investito in denaro, cosa dimostrata dal fatto che i titoli finanziari valgono 7 volte il Pil, è proprio la modernità che se ne va a farsi friggere in favore di un nuovo medioevo. Questo accade sia dentro i Paesi che tra i Paesi e le aree del mondo ed è per questo che siamo tutti realmente clandestini delle nostre speranze.


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