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Trilogia di Babbo Natale /1 Le origini

Santa-Claus-Pics-0415Quando ero bimbo, un secolo fa, Babbo Natale alias Santa Claus era solo un dio minore degli splendori natalizi: tutto era ancora focalizzato sul presepe, sui suoi sfondi stellati, su quell’improbabile, ma affascinante pastorizia da tratturo e al massimo levitava sotto forma di carta stagnola e cioccolato appeso ai rami dell’albero assieme alle palle traslucide e alle prime lucine intermittenti. Del resto i regali li portava la Befana o al massimo Gesù bambino in quelle case dove si poteva esagerare e tutti, anche i più piccoli credevano al Bambino o alla vecchia dell’Epifania, e sapevano o intuivano facilmente che Babbo Natale era un’invenzione. Ed era meglio così perché nelle rare apparizioni il vecchio barbuto tirava fuori un Oh Oh Oh che metteva i brividi, che non apparteneva al personaggio panciuto e bonario cucitogli addosso: aveva come vedremo un’altra più vera e più inquietante natura. Soltanto dagli anni ’70 in poi Santa Claus è diventato il monopolista del Natale man mano che esso si trasformava da ricorrenza religiosa e momento mistico o se si vuole ancestrale rito di passaggio tra la morte della natura e la promessa della sua rinascita, a culto commerciale ovvero a epicentro della modernità ludica ed inerte al tempo stesso.

Certo con tutto quello che succede, con tutto quello che c’è da dire e si dovrebbe gridare sembra ozioso perdere tempo e spazio per parlare di queste cose, ma in realtà la presa di potere di Babbo Natale è l’esempio quasi perfetto ancorché laterale più che marginale dei meccanismi del’egemonia e delle strade maestre: innanzitutto è un caso di scuola, per giunta familiare a chiunque, della strategia del pensiero unico che prende un elemento culturale, sociale, politico e senza minimamente cercare di cancellarlo o di sopprimerlo, lo lascia intatto da fuori, ma lo svuota da ogni significato originario per poi usarlo ai suoi fini. In questo senso la democrazia sta facendo la fine del Natale. Poi, come vedremo, alla celebrazione della divinità viene inopinatamente sostituita l’adorazione di uno spirito del male che appartiene a tradizioni lontanissime ed estranee, profilandosi come emblema di un imperialismo culturale costruito a insaputa delle sue vittime e più omogeneo al sistema di valori e di memi sui ci attualmente si regge il potere. Non c’è dubbio, come vedremo, che il Natale di oggi è più affine al demonianco che non al divino. Infine, come correlato,  tutto questo è utile a mostrare come siano sciocche e superficiali le paure identitarie che immaginano guerre di civiltà e temono conquiste dell’Islam, mentre non si accorgono di essere già state svuotate come zucche di Halloween, di avere ben poco da difendere se non forme senza sostanza. Anzi per ironico sberleffo della storia si pongono come presidio al nido del cuculo.

Partiamo dunque dal Babbo Natale storico, l’omone gioviale vestito di rosso che come tutti sanno fu inventato nella sua iconografia attuale dalla Coca Cola sullo stampo delle immagini prodotte nelle seconda metà dell’Ottocento dal disegnatore di origine tedesca Thomas Nast, una specie di fotoreporter del tempo che usava la matita al posto della macchina fotografica ancora di là da venire. Per inciso a lui dobbiamo anche parecchia dell’iconografia garibaldina, avendo seguito la spedizione dei Mille per l’ Illustrated London news, ma la sua opera di addomesticamento di Babbo Natale,  non è del tutto casuale visto che Nast la cui famiglia era dovuta emigrare a causa delle idee socialiste era anche fortemente anti cattolico e probabilmente la sua interpretazione bonaria di un personaggio per molti versi oscuro era già diretta a una sostituzione sassone del natale tradizionale. Le precedenti iconografie 1-Krampus-Christmaserano davvero diverse e spesso inquietanti  come quella che compare nell’ immagine a sinistra perché in realtà avevano un’origine molto diversa da quella della narrazione costruita nell’Ottocento. Secondo quest’ultima Santa Klaus non sarebbe altro che San Nicola, noto nel medioevo per i suoi miracoli in soccorso di fanciulle e per elargire doni ai bambini. Ma solo agli inzi del  17° secolo in Olanda nacque ufficialmente il mito di Sinter Klaas e i bambini olandesi iniziarono la tradizione di appendere le loro calze al caminetto la sera del 5 dicembre per celebrare la memoria del vescovo. Quando gli Olandesi nel 1626 fondarono in America la colonia di Nieuw Amsterdam (divenuta poi New York) portarono anche questa usanza peraltro abbastanza recente e peraltro combattuta dal rito protestante . Ma essa non ebbe immediatamente fortuna e diffusione: bisognerà aspettare il 1809 quando il saggista americano Washington Irving e la sua satira popolare sulla nascita di New York intitolato A Knickerbocker History of New York, perché Babbo Natale, trasformatosi nel frattempo in Santa Claus, entrasse a pieno nella cultura popolare con i suoi caratteri essenziali come ad esempio la slitta volante (anche se era ancora un carro trainato da un cavallo), la discesa dal camino o l’abitudine magica di riempire una calza con i doni.  Anche la data di arrivo era spostata alla notte di Natale, facendo del vecchio una creatura tipicamente americana che si cementerà irrimediabilmente nel pantheon delle american things una ventina di anni dopo con la celebre ( e peraltro orrenda) poesia di Clement Clarke Moore, The Night Before Christmas. 

Certo è un po’ difficile concilare tutto questo con un santo del cattolicesimo e infatti non ce n’è alcun bisogno perché per il momento diciamo che San Nicola non c’entra proprio nulla, se non nelle assonanze del nome,  come origine di Santa Claus, tanto più che non abbiamo alcuna traccia della sua esistenza reale e la stessa Chiesa 1969  decretò la rimozione della festa di San Nicola dal calendario romano cattolico, unitamente a quella di altri 40 santi, a causa dell’assenza di prove certe in merito alla loro esistenza. Come vedremo nella prossima puntata per trovare degli indizi più consistenti occorre rivolgersi alla mitologia nordica.

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Economia criminale

usuraioUno dei guai del berlusconismo, caduto in contemporaneo con la definitiva colonizzazione del Paese, è stato quello di perpetuare e potenziare una delle illusioni più radicate ancorché più irrealistiche, ossia quello della “destra europea”, di un liberalismo etico ovvero di un capitalismo corretto e onesto, in contrapposizione con quello opaco e corrotto di stampo nazionale. L’idea diffusa a piene mani in maniera così sospetta da apparire quasi come la creazione di un alibi, sarebbe che in realtà il liberalismo, ossia la tradizionale espressione politica del capitalismo, si basi sul rispetto delle regole e addirittura su uno Stato forte nel farle rispettare. Certo è singolare che fino a qualche decennio fa l’unica regola effettivamente esplicitata dagli ideologi di quella parte fosse la sorveglianza anti monopolistica che disgraziatamente è del tutto incoerente con i principi smitiani & c , anzi rivela le contraddizioni palesi e i limiti di una teoria perpetuasi oltri i limiti della sua funzione storica, divenendo un totem dipsonibile ad ogni tipo di sciamanesimo imperialista e reazionario. Lo stesso Croce che pure era uno dei priori della parrocchia  per quanto riguarda l’Italia, si rendeva conto che qualcosa non funzionava e scrisse negli anni del dopoguerra che ” il liberalismo non ha un legame di piena solidarietà col capitalismo o col liberismo economico della libera concorrenza”.

L’ideologia ufficiale corrisponde infatti solo a una fase capitalistica, non alla sua essenza, tanto che certe visioni ottocentesche alla Einaudi nelle quali l’ “impero della legge” si accompagna alla libertà di mercato, sono state giustiziate ampiamente dal neo liberismo americano, benché da noi sopravvivano ancora radicate illusioni secondo le quali tutto funzionerebbe a meraviglia se non ci fosse una corruzione pervasiva e dilagante. Purtroppo come sappiamo bene chi ha le risorse economiche fa anche le leggi, (pensiamo solo a quelle che hanno depenalizzato di fatto i reati dei politici e dei loro referenti imprenditoriali) dunque in un certo arco di tempo la legalità diventa puro fatto formale, autoctisi legale dei ricchi.

Abituati ad orecchiare qualcosa che prende il nome di etica del capitalismo è difficile sottrarsi a queste suggestioni che poi lavorano nel sublimine, ma in realtà il capitalismo nasce come fenomeno intrinsecamente corruttivo e non ringrazierò mai la buona sorte di essere incappato nel mio primo anno di università nelle lezioni del medioevalista Ovidio Capitani che teneva un corso sulla secolare disputa tra banchieri e chiesa cattolica sul concetto di usura, dal quale si può evincere come fin dalla culla il capitalismo ha avuto una natura eticamente ambigua. Come forse qualcuno sa la Chiesa in origine riteneva peccaminoso esigere un interesse per il prestito di denaro, non solo per ragioni religiose, ma perché secondo il pensiero della Scolastica, che seguiva il dettato di Aristotele,  il denaro svolgeva solo  la funzione di unità di conto, era “sterile”, rompeva il legame tra ricompensa e lavoro. Dunque non si può ricavare valore dal semplice scambio di esso. Tuttavia la crescita impetuosa del capitalismo mercantile, soprattutto in Italia, epicentro del cattolicesimo cominciarono a cambiare le carte in tavola soprattutto all’epoca delle prime crociate: dapprima si cominciò a dire che l’usura era lecita se applicata agli infedeli, poi l’usura stessa comincia ad essere distinta dal ” giusto interesse” che in realtà non viene mai determinato concretamente, ma affidato per così dire al mercato, al caso per caspo. La questione è  molto complicata, comprende molti capitoli, compresa la nascita e la formalizzazione dell’antisemitismo, ma in estrema sintesi, possiamo dire che l’interesse  sul danaro cominciò ad essere giustificato dal rischio del prestatore, ma anche e sopratutto dal fatto che il denaro prestato si traduceva in azioni che potevano rivelarsi un bene per la comunità. L’accumulazione del banchiere, il successo del mercante o del mastro di bottega, se non quello dell’usuraio stesso ( il quale spesso si incarva negli stessi personaggi)  diventavano di per sè un fattore positivo, a prescindere dalle azioni che concretamente ponevano in atto, ad eccezione di quelle contro la proprietà che era sacra a Dio assai più della dignità degli uomini.

Il fatto insomma che il perseguimento dell’interesse individuale produca sempre e comunque bene pubblico, capisaldo delle teorie liberali, nasce proprio allora, ma già fin dall’inizio sotto il segno di un equivoco, perché tale bene si produce anche in presenza di attività illegittime. E’ facile vedere come le concezioni economiche odierne non sono che un rigoglioso sviluppo sulle medesime radici, anche se ovviamente adattate a tempi e suggerite dai nuovi accumulutari di capitale: la ricchezza produce un bene collettivo ancorché derivi dallo sfruttamento del lavoro altrui e dalla sopressione dei diritti degli altri. Dunque non ci si può stupire se l’arricchimento più immorale conservi la sua dimenzione etica e in qualche caso anche salvifica. Persino nel calcolo del Pil si considera l’economia criminale e se questa portasse a uno suo deciso aumento si farebbe festa.

Perciò non dobbiamo affato stupirci dei crimini dei colletti bianchi, delle azioni indegne delle multinazionali, della distruzione del pianeta, del sempre maggior sfruttamento delle persone: sono fenomeni intrinseci a una visione che vede nel profitto illimitato e incondizionato la sua massima etica e acquistano preminenza nel momento in cui non trovano più significativi contrasti nè in altre visioni sociali, nè nel tradizionale mondo borghese sempre più travolto da inconsistenti visioni, spacciate attraverso dosi letali di puri slogan. Del resto l’approccio strettamente economico, non sociale o sociologico o umano, al crimine, risale già a i tempi di Bentham ed è stato rivitalizzato negli anni ’90 da Gary Beker uno dei massimi esponenti della scuola di Chigaco, grazie al quale possiamo ricordarci come le azioni economiche che creano ricchezza per pochi siano il massimo bene.


Il ritorno delle mummie

111838240-ee4280a9-609c-415a-8814-f3865943c6a8Il giubileo straordinario andava male: un po’ la diffusione delle porte sante in ogni continente, un po’ la crisi economica, un po’ la paura del terrorismo non hanno portato a Roma e a Piazza San Pietro le folle di pellegrini che ci si aspettava e chi vive nella capitale può godere dello spettacolo grottesco di pattuglie armate fino ai denti, in perfetta solitudine davanti a chiese dove non compare un’anima viva. Così da una parte si è ridato spazio alle bancarelle prima escluse per ragioni di sicurezza e dall’altro sono stati gettati nel calderone dello show business religioso i pesi massimi della credulità popolare, ovvero le mummie di Padre Pio e di non so qualche altro santo sotto formalina utile ad attirare i pellegrinaggi  della slavonia cattolica.

E parlo a ragion veduta di credulità e non di fede o devozione, perché le carcasse esposte non hanno alcuna relazione con la religione cattolica ufficialmente praticata: le anime dei santi dovrebbe sedere accanto a Dio nell’aldilà e le loro spoglie mortali, anche ammesso e non concesso che siano reali, non convogliano più miracoli o prodigi. Sono appunto solo resti che di per sé non sono più efficaci di una sincera preghiera, né il fatto che i corpi mummificati, restaurati e incerati si conservino è prova di niente, altrimenti dovremmo adorare Tutankamon che di anni sottoterra ne ha passati un po’ di più.

In effetti questo “spettacolo” potrebbe essere considerato un sacrilegio e un’espressione della più volgare superstizione se non fosse che la Chiesa cattolica ha sempre giocato su questo doppio binario: da una parte il monoteismo di origine orientale, tradotto, sia pure faticosamente, nei termini razionali dell’aristotelismo, dall’altro il politeismo tipico del mondo greco romano (ma anche celtico e germanico) che di fatto utilizza i santi come i Lari dell’antica Roma, mettendoli a patroni ogni azione, località, mestiere e avida di miracoli. Da una parte l’ineffabile mistero trinitario, dall’altro la vergine come nuova Mater Matuta e le reliquie cui chiedere grazie, favori e protezione per la vita terrena. E’ da questa ambiguità mai risolta e anzi pronuba di grandi affari visto che ha permesso alla Chiesa di farsi tramite e in qualche modo padrona dell’altro mondo oltre che santa protettrice del potere, che nasce lo spettacolo di questi giorni, quello delle mummie itineranti la cui decomposizione è artificialmente rallentata per fa sì che il soldino risuoni nella cesta.

Si tratta dell’esatto contrario di una visione che predica la caducità della vita e il primato dello spirito, pretendendo che la santità eviti in qualche modo questo destino, che la grandezza dell’anima (anche ammesso che vi sia stata) si traduca in corpi incartapecoriti esposti all’adorazione. Per questo  ciò a cui assistiamo potrebbe tranquillamente appartenere  a una scena di 3000 anni fa, nella quale tuttavia la modernità gioca un ruolo paradossale e rafforzativo aggiungendo all’idolatria anche il rifiuto della morte. Tanto che viene da chiedersi se questa corte dei miracoli giubilare non esprima in realtà una di quelle identità subliminari dell’occidente, variamente incarnatesi nel tempo e nello spazio, che consiste nella difficoltà di andare oltre la concezione dell’ opzione pratica, della materialità immediata e della prigione dell’io, per cui il mondo dello spirito e dell’essere, ancorché teorizzato, non può che rivelarsi attraverso segni tangibili di favore nel presente. Un elemento che Calvino aveva trasferito dagli ex voto all’accumulo di capitale.

Abbandono subito questo discorso che ci porterebbe lontano, per tornare al totemismo padrepiistico e alle torme di gente che si affollano davanti al corpo incerato per chiedere un lavoro per il figlio, una liberazione dall’artrite, la sopravvivenza di un parente, un avanzamento di carriera e quant’altro, esattamente come a Medjugorie o in qualsiasi altro miracolificio.  Niente che abbia a che vedere con un mondo migliore che nessun prodigio è in grado di produrre, ma solo l’impegno, la speranza, il progetto umano. In fondo non so se sia più mummia Padre Pio o i suoi adoratori.


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