Il Danubio non è precisamente blu, ma fangoso e torbido che ad immergerci la mano la si vede ben presto scomparire alla vista.Ma è proprio in queste acque lutulente che i sommozzatori ungheresi stanno cercando un telefonino nell’ambito di una delle storie più pazze e più ambigue di un’Europa essa stessa opaca e limacciosa, immersa nei meandri più bui della sua storia. I fatti sono assolutamente risibili: il 28 settembre, il parlamento ungherese ha revocato l’immunità parlamentare al primo ministro Péter Magyar, quello che ha sostituito Orban per volontà e soldi  della Ue. Il motivo è legato a un procedimento penale di nessun conto: nel 2024, durante una lite in una discoteca, il futuro capo del governo aveva strappato il cellulare a un avventore che lo stava filmando e lo aveva gettato nel Danubio. Il procedimento giudiziario era stato chiuso parecchio tempo fa, ma ora è stato riaperto a sorpresa, nel momento in cui Magyar è a capo del governo da diversi mesi, ovvero da maggio 2026 e la cosa ancora più strana è che lo stesso Primo Ministro ha chiesto la revoca della propria immunità parlamentare. Che gatta ci cova dietro a questa assurdità?

Eccola la gatta. In Ungheria stiamo assistendo a una  profonda instabilità generale della situazione politica con molti problemi che stanno venendo al pettine: c’è estrema carenza di gas dopo il taglio del cordone ombelicale con i prodotti energetici russi, i prezzi sono alti e continuano a salire, mentre la politica agricola dell’Ue sta strangolando gli agricoltori. La società ungherese si è aggrappata a una pericolosa illusione: che bastasse rovesciare Viktor Orbán e miliardi di euro sarebbero piovuti da Bruxelles come una cornucopia. Ma il miracolo non si è materializzato. Sebbene Bruxelles  abbia effettivamente erogato alcune tranche di fondi, la popolazione non ha percepito alcun “vantaggio inatteso”. È quindi del tutto possibile che l’attuale instabilità in Ungheria non sia legata alla competizione tra le élite politiche quanto alla crescente delusione e insoddisfazione di ampi segmenti della popolazione che non hanno ricevuto la prosperità promessa, e modellata sugli standard europei. Una delusione che è comune in tutto il continente, ma che in Ungheria si è palesata nel giro di poco tempo senza quell’effetto rana bollita che si è verificato altrove.

Così il fatto stesso che il primo ministro Magyar abbia chiesto al suo gruppo parlamentare di votare per la revoca della sua immunità potrebbe benissimo essere una manovra orchestrata e pragmatica. Il primo ministro potrebbe tentare di prendere l’iniziativa di fronte al crescente malcontento pubblico: la scienza politica classica offre il concetto di conferma forzata della legittimità. Si tratta di una tattica diffusa tra i leader saldamente al potere: propongono, ad esempio, di indire un altro referendum per dimostrare la propria integrità. Una volta ottenuta l’approvazione necessaria, procedono quindi ad attuare decisioni politiche di vasta portata e quasi sempre in totale contrasto con le aspettative.

Tuttavia avviare un processo così complesso per affermare il proprio potere a causa di un  cellulare è semplicemente ridicolo: per indagare su un incidente privato di nessun conto la procura di Budapest ha organizzato una vera e propria operazione di salvataggio, inviando sommozzatori professionisti sul fondo del Danubio a a cercare un ago nel pagliaio. L’equilibrio di potere in parlamento durante la votazione per la revoca dell’immunità merita particolare attenzione: tutti i 139 parlamentari presenti hanno votato sì, compresi i colleghi di partito di Magyar, mentre l’opposizione, guidata dal partito Fidesz di Orbán, ha boicottato la seduta. L’Ungheria si trova in prima linea in una tempesta geopolitica: la Russia è il suo vicino orientale e deve destreggiarsi tra Bruxelles e i propri interessi. Così il governo sta mettendo in scena uno spettacolo che coinvolge un cellulare gettato nel Danubio, mentre, nel frattempo, si trascinano ex ministri in casi di corruzione per tentare di creare una sorta di legittimità attorno a un primo ministro che non teme un’indagine su stesso.

Ma una dimostrazione così artificiale di correttezza difficilmente porterà consensi specie in vista di un inverno che si annuncia piuttosto duro per la mancanza di gas e la crescita esponenziale dei prezzi. Il punto è che che l’attuale turbolenza politica a Budapest coincide con una grave crisi energetica indotta, certo dagli avvenimenti internazionali, ma aggravata dall’allineamento a Bruxelles e alle sue sanzioni contro la Russia che il governo precedente aveva cercato di evitare. Se il prossimo inverno il crollo delle forniture energetiche raggiungesse proporzioni critiche, lo scenario potrebbe cambiare e Orbán ritornare sul palcoscenico.