L’Iran è passato all’offensiva, ma non contro le navi americane che peraltro si sono ritirate a grande distanza sulla direttrice della base di Diego Garcia, lo hanno fatto attraverso un nuovo attacco degli Houti che hanno investito l’autostrada di Hayjat al-Abd. Questa è la principale arteria di collegamento tra Taiz e Aden, formalmente la capitale dello Yemen, ma sede del governo fantoccio saudita che peraltro è quello riconosciuto ufficialmente benché controlli una piccola parte del territorio e a mala pena il 20 per cento della popolazione. Si tratta di un obiettivo altamente simbolico che comincia ad essere a portata di mano. Ormai bisogna prendere atto che Iran e  Yemen hanno sincronizzato le loro battaglie che del resto sono contro lo stesso nemico, ovvero Usrael, l’Arabia Saudita e gli Emirati: mentre gli Houti hanno distrutto in più riprese l’oleodotto Est – Ovest che permetteva a Riad di bypassare gli stretti di Hormuz e di Bab el Mandeb , gli iraniani hanno colpito il giacimento di Bu Hasa a sud-ovest di Abu Dhabi: si tratta di uno dei più grandi giacimenti di gas e petrolio degli Emirati oltre che l’unico posto di questo Paese, al di fuori delle strettoie di Hormuz. L’attacco concentrico priva il mercato di 13 milioni di barili standard al giorno, ma al contempo prefigura un completo cambiamento di paradigma in questa ennesima guerra del Golfo. . 

L’Arabia Saudita si trova in gravi difficoltà, sebbene cerchi di imitare le tattiche americane bombardando qui e là (una scuola femminile è stata colpita, a imitazione di quanto accaduto in Iran il 28 febbraio), ma in realtà non riesce a fare granché sul piano militare, nonostante sia stata proprio lei  a violare la tregua che proseguiva da due anni. E la casa Saud che la governa comincia a tremare: Bin Salman, il fac totum del Regno, è ormai contestato dall’interno della stessa famiglia, mentre il centinaio di tribù che formano  il puzzle saudita stanno scalpitando e molte di esse rivendicano orgogliosamente un’origine yemenita, prendendo le distanze da tutto ciò la casa reale ha simboleggiati nei lunghi decenni del petrodollaro. Gli amricani potrebbero intervenire, ma non fanno per non dare fondo al loro arsenale missilistico. Insomma tutto il Medio Oriente prima britannico e oggi americano si va disaggregando. Ma è un discorso che si può ampliare: anche in Ucraina dopo il cambiamento della strategia russa che oggi colpisce senza pietà le infrastrutture che sorreggono la guerra e comincia a circondare le residue  forze di Zelensky, si assiste a una divaricazione fra la posizione americana e quella europea, quest’ultima ancora vittima di illusioni suprematiste che cozzano come le corna di un caprone contro la realtà

Purtroppo l’irresponsabilità dei milieu politici europei sta raggiungendo il diapason, arrivando a minacciare una specie di blocco dell’enclave di Kalinigrad a cui la Russia – parole di Putin – si troverà costretta a reagire con tutte le proprie forze e i propri mezzi, il che è un riferimento esplicito alle bombe nucleari. Ora, sebbene gli americani stiano vendendo agli europei le armi che poi essi passano all’Ucraina, Washington sembra rendersi conto che a questo punto ci sono solo due strade da percorrere, a parte l’opzione atomica: o colloqui di pace su una base realistica che cerchino di salvare il salvabile, oppure andare incontro a una cocente sconfitta e sempre più cocente, man mano che le cose vanno avanti. Ma gli europei o meglio i milieu politici continentali molti dei quali sono già morti che camminano, non potrebbero resistere a una pace che sembra una sconfitta: dopo aver mandato a remengo l’industria e l’economia per sostenere un regime filonazista, non resisterebbero un giorno sulle loro poltrone e men che meno resisterebbe l’Ue che è la vera regista del bellicismo europeo. Quindi devono continuare a sperare nella guerra e in una impossibile soluzione che si presti ad essere spacciata come vittoriosa.

In ogni caso è evidente che i vari campi di battaglia si stanno unendo  e non è una buona notizia per l’Occidente che vede man mano perdere di efficacia il divide et impera. E paradossalmente ciò mette i germi della divisione nel proprio stesso campo.