Annunci

Archivi tag: Benigni

Novello 2000 e Signora

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quante volte, magari a corredo di rimproveri per intemperanze e capricci infantili ci siamo sentiti narrare di quel babbo che per premiare i fanciullini ubbidienti e parsimoniosi li conduceva la domenica in piazza a guardare i signori che mangiavano il gelato? Beh un fondamento ci doveva essere a vedere l’estatica ammirazione fino alla cieca idolatria con la quale molti nostri connazionali, stampa in testa guidata dalla delirante signorina coccodè di RaiTre,  hanno seguito, trepidanti e adoranti,  le fasi del viaggio della coppia reale e augusti accompagnatori in America, da far invidia alla leggendaria missione in Cina di Craxi, famiglia e famigli.

A fare la hola, c’erano i cottimisti del Si, galvanizzati dalla brillante iniziativa del premier di trasportare i banchetti della propaganda oltre Oceano a spese della collettività, per raccogliere l’imprimatur del quasi pensionato, beato lui, e, magari, per tirar su qualche consenso della comunità italiana, compresi cervelli in fuga e emigranti in genere, possibilmente affetti da tenace masochismo, come, peraltro,  gran parte dei suoi fan in Italia.

Ma non solo. In rete si sono sprecati i posseduti dal demone del Politically Correct,  quelli che sotto la cipria della  civile compostezza e della sobria obiettività, inseguono il sogno illusorio della convenienza di stare dalla parte di chi vince, scegliendo di chiudersi volontariamente nella gabbia di conformismo e convenzioni, nella speranza, grazie a una malintesa ammissione alla cerchia del comando, di salvare beni e rendite effimere e già a rischio, privilegi miserabili e già minacciati proprio da quelli cui offrono in sacrificio approvazione, voto, libertà e diritti. E tutti a lanciare gridolini di ammirazione per il gusto squisito della First Lady, a deliziarsi per l’irresistibile simpatica faccia di tolla del guitto, non Benigni, l’altro,  a compiacersi del trattamento ricevuto dall’imperatore in via di deposizione, segno evidente, a loro dire,  del prestigio riconquistato dal paese e non sigillo a marchiare lo stato di servitù e la riconfermata sudditanza.

E tutti a esprimere riprovazione per questa nuova declinazione del disfattismo, a deplorare maicontenti e odiatori seriali che hanno osato sollevare dubbi  e critiche impietose su tutto, dalle scarpe della supplente in gita,   alla presenza di ben due giullari, uno istituzionale per via dell’Oscar e uno no, dalla esibizione dell’autorità anticorruzione,  figura che dovrebbe preferire luci bassi e lavoro nell’ombra anche in vista dei risultati scadenti,  alla non proprio elegante mostra delle mense imbandite e dei trionfi sartoriali,  in coincidenza coi dati allarmanti sulla povertà in Italia. Che scandalo, che vergogna, era tutto un biasimare e condannare chi non ci sta a contribuire e a fare da claque all’ennesimo teatrino stanco del piazzista che, a suon di balle e patacche, cerca di vendersi il Made in Italy, la Milano capitale del progresso e del lavoro che non c’è più, i monumenti in affitto, la narrazione di un governo stabile che almeno ha l’effetto di far ridere più di Benigni.

Ah, dimenticavo, c’erano quelli, in forma bipartisan, che le vicende dei reali, le storie pruriginose delle dinastie, la foto della cellulite delle dive e degli abiti indossati sul red carpet non gli bastano mai. Che per fortuna che c’è dagospia così si può essere aggiornati sempre anche quando non c’è Chi in edicola con gli album di famiglia non solo di Carolina di Monaco, ma anche, e soprattutto, delle nuove stirpi,  meno fiabesche, meno suggestive, offerte col  condimento di confidenze, confessioni intime per dare il senso di una vicinanza con noi, il popolino, per dare ostensione a virtù private,  così somiglianti a quelle della gente comune, per svelare delicate debolezze, tanto “democratiche”.

Ma a ergersi paladine dell’Agnese si sono viste anche alcune fondamentaliste di genere, talmente possedute dal pregiudizio favorevole da trovarsi a difendere l’indifendibile purché femmina. Perfino la moglie che piase, tase, sta in Casa, Bianca, però. Che sopporta stoicamente, proprio come le regine tristi, un marito sbruffone e inaffidabile, tutto in nome dalla famiglia, e anche del familismo, però. Che si commuove all’Expo quando cantano l’inno nazionale, ma conserva il ciglio asciutto quando quella nazione va in malora.

Vuoi vedere che per la seconda volta  ci tocca scegliere tra repubblica e monarchia, sia pure di Travicelli? Votate bene per  favore.

Annunci

I Benigni giullari del renzismo

benigni-620x381Rischio di non essere sereno e lo dico subito perché  Benigni non l’ho mai sopportato, nemmeno quando prendeva in braccio Berlinguer, figurarsi ora che è lui in braccio a Renzi, pronto all’ultima svendita della Costituzione. Raramente mi ha strappato un sorriso o stimolato il senso dell’humor e ho sempre guardato con sospetto quel fare pinocchiesco, il vitalismo falso e ostentato, quel brancicare freudiano da ubriaco, il macchiettismo totale, l’apparente dissacrazione che faceva baluginare fin troppo la necessità di un padrone. Il Benigni secondo il quale il No alla riforma costituzionale è come il Brexit (ma magari) non è come stato detto il “fu Benigni” rispetto a quello della “Costituzione più bella del mondo”, è sempre lo stesso, il fatto è che è cambiato il padrone.

Proprio per questo la carriera e la sua traiettoria sono in qualche modo omologhe, esemplari rispetto a quelle dell’Italia spettacolare e culturale: balia asciutta di Berlinguer quando il Pci contava molto nel Paese e poteva aprirgli le porte della scatola magica televisiva, cambia man mano tonalità, forse raggiunge il meglio della sua carriera con Non ci resta che piangere, dovendosi misurare con il grande Troisi e dunque anche con tutt’altro continente di comicità e di ironia, ma in seguito, con l’ascesa del craxismo e della sua bulimia di potere si trasforma in progressista futile e goliardico. Poi quando comincia la disgregazione dell’Urss, lo vediamo immediatamente volare verso l’America, a trafficare con Hollywood dove riesce a inserirsi in modo marginale proprio grazie alla sua mimica che supera la barriera linguistica e culturale, con la sua natura giullaresca, priva di veri e definiti contenuti. Così passo passo arriva all’Oscar con la Vita è bella, trasformando ambiguamente una tragedia in gioco e aggiudicandosi la statuetta che vale oro in termini monetari, ma praticamente zero sotto tutti gli altri aspetti, anche grazie a una quanto mai opportuna falsificazione della storia, facendo liberare Auschwitz  dagli americani e non dai sovietici. Le truppe alleate nel gennaio del ’45 ovvero al tempo della liberazione del campo di concentramento erano ancora al di là del Reno e anzi si stavano leccando le ferite dopo una controffensiva tedesca che quasi li aveva accerchiati.

Ovviamente Benigni non si è prestato a una falsificazione penosa e ridicola, ma ad una operazione simbolica con la quale l’America imperiale e di conseguenza la colonia italiana faceva i conti definitivi con l’Urss e la espelleva metaforicamente dal novero dei vincitori del nazismo, ancorché essa fosse stata il maggior protagonista della lotta contro la dittatura hitleriana. Gli Usa del resto avevano bisogno di appropriarsi di questo mito fondativo, di questo alibi per il loro impero millenario e tanto meglio se ad aprire le danze era uno straniero: quindi la Accademy si buttò a capofitto su questo film, che del resto veniva spinto in modo del tutto inconsueto per un fil strabiero dalla Miramax attraverso una distribuzione a pioggia  di cassette nel mondo che conta e imponendo la presenza di Benigni in tutti i talk show americani, piccoli e grandi, sconosciuti o famosi. Il comico doveva interpretare la parte dell’italiano tipo secondo Hollywood: gesticolante in maniera inconsulta, dotato di un eloquio sommario e rozzo, amante della pasta e della mamma, emotivo e incapace di controllo. Il comico che non era ancora un chiosatore della Divina Commedia si è tranquillamente prestato a questa indegna farsa con lo scopo di far conoscere il protagonista del film e avvicinarsi all’oscar. Non a caso nell’edizione americana sono stati tagliati nove minuti nei quali il personaggio abbandona lo stereotipo italico e magari rischia di passare per essere umano normale.

Del resto il personaggio Benigni aderiva perfettamente al modello italian Hollywood, una delle ragioni del suo successo oltre atlantico, bastava solo eliminare la parte di sarcasmo, di irriverenza e iconoclastia che sono al di fuori della portata dell’americano medio. Quindi niente di più grottesco e fuori posto del petto gonfio di orgoglio per quell’oscar. Ma insomma andiamo avanti: la parabola dell’ormai amerikano Benigni rimane a mezz’aria perché da una parte deve soddisfare il proprio pubblico tradizionale con l’anti berlusconismo che del resto conta in Italia decine e decine di orfani incapaci di ritrovare un senso politico al di fuori del personaggio di riferimento, dall’altra cerca di togliersi da militanze presenti e future riciclandosi con tutto Dante, di diventare il comico istituzionale. Chi si stupisce del tradimento di oggi è perché non si è accorto di quello di ieri. Ma come si vede ha raggiunto felicemente l’obiettivo in mezzo a una folla di clientes una volta critici, che però si offrono al premier per mantenere le loro miserabili rendite o aumentarle in cambio dell’aiuto dell’ultimo momento, quello che conta  davvero oltre le chiacchiere. E’ l’Italia cortigiana con i suoi giullari che deridono non il potere, ma i poveri fessi che non ce l’hanno.


Scoperto l’assassino di Benigni

82713In Italia gira un tizio che ha ucciso Roberto Benigni, ne ha assunto le fattezze e l’anagrafe, ma che non riesce ad essere credibile nella parte che ha assunto per coprire il suo delitto. Da giullare esagitato e vernacolare, privo di vera ironia, ma pronto alla battutaccia e al gesto atellano contro il potere, abbracciatore compulsivo di Berlinguer su pellicola e su palco, è man mano scivolato verso insistenti e un po’ ridicole parti di fine dicitore dantesco, di noioso e incompetente commentatore biblico per ridursi alla fine ad abbracciare Renzi e ciò che esso rappresenta.

Il fatto è che non riesce ad imitare il vero Benigni, nonostante gli somigli come una goccia d’acqua e spesso non si capisce più se le sue siano battute o prese di posizione seriose: dopo aver detto che voterà si al Referendum, cioè che si prepara ad approvare il massacro della Costituzione che cosa si deve pensare quando subito dopo dice che il family day lo ha organizzato lui? E’ una battuta, una confessione o un lapsus freudiano?  Un giullare ha il dovere della coerenza, deve schernire e fare capriole al di là del tavolo: se diventa commensale attento alle convenienze politiche e al relativo galateo, non può alzarsi ogni tanto per far le fiche (espressione dantesca per evitare equivoci): non è più credibile. Soprattutto non fa ridere perché la cosa dopo tanta bibbia e invocazioni papali, non sembra affatto pervaso dal “sentimento del contrario” come direbbe Pirandello.  Il vero Benigni è quello di Mario Cioni o quello che tenta di impedire a Colombo di scoprire l’america in Non ci resta che piangere.

Poi l’America l’ha scoperta lui ed è cominciato un progressivo declino verso le modalità hollywoodiane culminato con la Vita è bella, film oscarato perché da una parte spezzava il plumbeo political correct in cui sguazzano la mancanza di idee e l’ipocrisia americana e dall’altra perché  facendo entrare un’elemento leggero e favolistico nell’Olocausto, avvalorava in un certo senso la fine della storia prepotentemente divenuto un elemento essenziale dell’egemonia liberista. Dopo di allora di Benigni si sono perse le tracce, scomparso nel grande nulla del presente e il suo assassino ne ha preso il posto: mancando di verve e di ragioni, senza più l’istinto del giullare, ma ormai paludato si è dedicato a straziare Dante. E ora passa alla Costituzione.

Certo i giullari devono essere sempre giovani, la piroetta verbale e fisica non si addice ai capelli grigi e oggi il falso Benigni sarebbe preso in braccio da Berlinguer piuttosto che il contrario: è una forma di comicità che invecchia precocemente. Ma finire in braccio a Renzi e ai suoi piani sguaiati, significa proprio essere decrepiti. Anzi proprio morti.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: