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L’imperdonabile sfrontatezza dei morti

25morti_lampedusa_NNiente è più scandaloso dell’ovvio quando scompagina il piccolo e neghittoso mondo nel quale ci rifugiamo. Anzi qualcosa c’è: trasformare questi momenti di apertura in ferite da richiudere immediatamente con la vecchia pelle protettiva. Così la nuova tragedia del mare, la più grande sui registri di una memoria breve ed episodica, suscita le domande di sempre, nel rito ossessivo e futile, nel quale ci rifiutiamo di darci risposte: ci domandiamo perché e perché l’Europa non si faccia carico della tragedia, non cerchi di di trovare di dare aiuto e dignità a “quelli che vagano inventandosi cammini, che diventano cadaveri consegnati dal mare sulle coste proibite o corpi senza nome che giacciono sotto terra nell’altro mondo dove volevano arrivare” come scriveva Eduardo Galeano scomparso da pochi giorni.

Ma come non è chiaro il perché? Non è evidente che le migrazioni epocali sono dovute al caos, alle guerre, ai milioni di morti provocati per detenere le riserve energetiche e conservare il primato geopolitico, sono il frutto della creazione di nemici sovvenzionati e poi maledetti per la loro barbarie o dell’impoverimento estremo determinato dalle politiche della Banca mondiale e dell’Fmi che pretendono la loro libbra di carne e si servono di elite disposte a tutto, secondo un modello che cominciamo a sperimentare anche sulla nostra pelle?

E quando mai l’Europa dei profitti, delle banche e del mercato si è rivelata attenta alle persone e non le ha invece cinicamente sacrificate ai nuovi poteri? Forse lo abbiamo visto in sogno e ci sembra realtà. Forse non vogliamo prendere atto della logica delle cose e sempre di più ci lasciamo prendere dalla disumanizzazione che si serve del razzismo come  di un unguento da spalmare sulla perdita di status sociale di una piccola borghesia impoverita dalla crisi e tradita da poteri che considerava alleati. In effetti c’è poco altro da dire sull’ennesima tragedia dell’ennesimo barcone, se non quella di mettere un secchio metaforico sotto il fiotto parolaio dell’ipocrisia: il dramma della migrazione, non può essere affrontato con gli stessi criteri e nello stesso momento in cui lo si crea. Non potrà certo farlo quell’Europa che per salvare i profitti di qualche banca francese e tedesca ha creato un problema umanitario in Grecia, né quella che ha tenuto bordone ai guerrafondai incistati a Washington e nella Nato per distruggere l’Ucraina, né quella che ha ucciso Gheddafi probabilmente per salvare un presidente gangster, neanche quella che ha collaborato alla creazione di eserciti anti Assad poi confluiti nell’Isis. Farlo davvero e non solo nei documenti significherebbe contraddire lo spirito e il fondamento sui quali agisce.

Oltretutto i migranti che vanno in pasto ai pesci hanno l’ìmperdonabile sfrontatezza  di farlo sulle rive di casa, rendendo impossibile ignorarli come accade ai milioni di vittime degli export di democrazia, delle guerre contro il terrorismo auto prodotto, delle missioni di pace, dell’appoggio al medioevo delle petromonarchie, che sono solo numeri esotici sui giornali, lontani sull’atlante e inesistenti nella nostra umanità, esaurita dai due euro sul telefonino e logorata dalla paura per il futuro. Certo, è da quelle situazioni che nasce la migrazione oltre che dai criteri di azione della finanza mondiale: ma proprio per questo i morti sono imbarazzanti. E infatti ciò che chiediamo davvero è solo di non essere messi a confronto con i morti. Che ci siano pure, ma altrove. E ci stupiamo che il resto dell’Europa, investita sì dalla migrazione, ma senza il confronto con queste tragedie, non capisca il nostro dramma psicologico: ci lascia soli con i fantasmi. Per questo si invocano blocchi navali, bombardamenti, invasioni, secondo un immaginario da telefilm di serie B, culmine culturale di certa politica che riesce ad essere persino più ridicola e ottusa nel suo concreto di quanto non sia vergognosa per i propri fini. Ma questo è il cattivismo degli imbecilli, nient’altro che una stampella per evitare di pensare.

Eppure quei morti avrebbero molto da dirci, se non proprio sul piano di una immediata umanità che è ormai merce da spot, su quello che ci aspetta: di essere migranti stanziali, non più cittadini, ma merce dentro la logica di mercato.

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Vergogna: non abbiamo ancora una corruzione moderna

predicare_bene_razzolare_maleLo so che il caso Lupi è irresistibile da qualunque parti lo si guardi: il patetico attaccamento a Incalza per tamponare la propria totale incompetenza, il figlio sistemato nell’ambito dello stesso cortocircuito di potere con tanto di rolex, l’inesistenza etica, la burbanza del non mi dimetto quando ancora pensava che Alfano lo avrebbe difeso anima e corpo e la retorica da scuole elementari con cui ha dato l’addio alla cara poltrona. Insomma Lupi ne esce fuori come un diversamente Gasparri, uno fra innumerevoli casi di opacità nazionale.

Però il caso Lupi oltre a suscitare riso e ribrezzo, ci permette di fare un discorso più serio e di cercare di capire come e in che senso l’Italia è al 72 posto nell’indice di percezione della corruzione di Transparency International. Lo è perché la sua forma di corruzione è più grossolana e grezza rispetto ad altri Paesi paragonabili, più fondata sul familismo amorale e sullo spirito di clan che sullo spirito di mercato, dunque più sfacciata nei suoi strumenti e nelle sue coperture politico -legislative, meno implicita rispetto ad altre forme di corruzione integrate nel sistema di governance, più anomala e banditesca rispetto ai criteri adottati dagli indici che misurano il degrado etico – sociale. Abituati ormai a prendere per buone cifre e modalità che vengono dal mondo anglosassone, spesso le assumiamo come verità indiscusse senza domandarci come vengano formate. Ebbene le classifiche di Transparency International sono costruite essenzialmente sui dati della Banca mondiale e sui risultati di sondaggi del Word Economic Forum (quello di Davos per intenderci) ottenuti attraverso interviste ad alti dirigenti in cui viene chiesto solo di tangenti e di utilizzo privato di fondi pubblici.

Si tratta di due “istituzioni” per parlare lo stesso linguaggio che la commissione di Bruxelles adotta con la Grecia, che vedono poche differenze tra l’interesse pubblico e le multinazionali o i grandi gruppi di pressione e dunque escludono dalla loro concezione di corruzione tutto ciò che è strutturalmente favorevole alla simbiosi fra le due cose. Non è un caso che la Gran Bretagna – tanto per fare l’ esempio di un Paese dove anche le magagne più veniali dei politici sono punite – sia al quattordicesimo posto in questa classifica quando invece domina e si espande la corruzione endemica al liberismo.

Proprio meno di due settimane fa è uscito un libro “Quanto è corrotta la Gran Bretagna?” curato da David White (il quale ha cucito gli interventi di decine di docenti universitari e giornalisti) che mostra una realtà molto diversa e assai più inquietante che ha già provocato interventi e discussioni in Parlamento. Si srotola un tappeto di nequizie che vanno dalle banche che favoriscono o addirittura promuovono l’evasione fiscale, che sono al centro di insider training, truffe sui mutui e sulle assicurazioni, persino finanziamento ai terroristi, alle alterazioni dei bilanci da parte del governo per nascondere i debiti. Dai traffici di armi da parte dei principali appaltatori della difesa, alla città di Londra che tramite i territori di oltremare offre servizi di occultamento dei capitali, di copertura al contrabbando e al riciclaggio. Dai giornali che pagano la polizia alla sorveglianza di massa attuata a tappeto. Da una legge sul finanziamento della politica che permette ai ricchi di comprare letteralmente interi partiti, alla rapina da parte delle aziende farmaceutiche.

Molte di queste azioni non sono considerate corruzione, ma business, dunque perfettamente lecite ancorché spiacevoli quando l’uomo della strada ne apprende i risvolti e il contesto. Il libro si chiede cosa ne sarebbe dell’economia britannica senza tutto questo. La conclusione è che è la corruzione nel suo senso più vasto è  consustanziale al potere della finanza globale e dei super ricchi i quali nel contempo chiedono “riforme ” per privatizzare, deregolamentare, impoverire e acquisire un dominio oligarchico sulla società. Gli indici che vengono presentati partono da criteri che escludono le pratiche comuni nei Paesi  che sacrificano al dio mercato, considerando corruzione le pratiche dei Paesi poveri. Ed ecco perché l’Italia, ancora legata a schemi arcaici, alla bustarella messa in tasca, al posto per il figlio del potente o al seggio di ministro per le volonterose amanti dei figli di presidente o la banca per il padre della protegé, a lucrosi contratti pubblici per il fornitore di carne fresca, appare più corrotta di altri: la sua corruzione non è abbastanza moderna. Ma c’è già chi penserà a svecchiare il Paese.


Genova, chi interrompe il “pubblico servizio”?

tranvieri-300x300Hanno sperato che lo sciopero finisse prima di doverne parlare ( vedi qui ), che i lavoratori si facessero infinocchiare dalle chiacchiere e dal sacrificio economico, che i sindacati tornassero al loro ruolo di pompieri istituzionali, che i politici fossero costretti a fare dichiarazioni all’Ansa non sapendo cosa dire, soprattutto quel fritto misto di ex sinistra che governa la città e i loro collettori nazionali, ma i tranvieri di Genova hanno resistito. Anche al silenzio che per tre giorni è calato sulla lotta in atto per sventare la privatizzazione dei bus genovesi e che adesso leggermente si rompe per dire quanto sono cattivi i tranvieri o magari per fare della scadente e miserabile polemica politica contro il sindaco, da parte degli scajolani.

Naturalmente ora scatta l’intimidazione perché la Procura indaga per “interruzione di pubblico servizio”. Però non c’è nulla da indagare: i lavoratori in sciopero sono in piazza, non c’è bisogno della Digos, è solo il pizzino dell’oligarchia per intimidire chi cerca di conservare il proprio posto di lavoro, un salario decoroso, ma anche una città che intuisce come la privatizzazione annunci maggiori costi per i cittadini e un trasporto pubblico meno efficiente.  E non solo, una città che conosce bene la piaga della deindustrializzazione, della disoccupazione che con questa operazione farà molte altre vittime. Genova è una città che ha mangiato la foglia.

Però la procura mi offre uno spunto: se i bus sono un pubblico servizio perché li si vuole privatizzare? E in che senso esso rimane servizio pubblico nel momento in cui il criterio non è più offrire il “trasporto universale” che è un valore sia sociale  che economico per tutta la città, ma garantire un profitto a chi lo gestisce? Sono domande elementari che tuttavia per troppi anni sono state nascoste e dimenticate o hanno ricevuto risposte vaghe, ambigue e reticenti: i servizi universali anche nella loro definizione giuridica sia italiana che europea devono garantire uno standard definito di prestazioni a prescindere dalla sua remuneratività. Tra il profitto, che giustamente un gestore privato pretende e il servizio pubblico che dev’essere garantito a prescindere da esso, c’è un’ evidente antinomia, che purtroppo per molti decenni è stata coperta da un lenzuolo ideologico e mitologico: che il privato fosse più efficiente del pubblico. Era più una leggenda metropolitana che altro perché questa presunta maggiore efficienza non può che riferirsi al meccanismo (anch’esso molto presunto) della concorrenza e dunque non può applicarsi a campi, come i servizi universali, dove questa non è praticamente possibile e si agisce in regime di monopolio di fatto. La stessa Banca Mondiale che dal 1978 non aveva fatto altro che imporre i servizi privati delle multinazionali nei Paesi del terzo mondo come condizione dei propri prestiti, nel 2005 ha dovuto gettare la spugna e riconoscere che tra pubblico e privato non c’è alcuna sostanziale differenza in termini di efficienza.

Del resto le privatizzazioni nel campo dei servizi universali (e non solo, ahimè) sono tra gli esempi più chiari del fatto che la cosa non funziona: quando Blair decise di privatizzare le ferrovie britanniche che godevano di buona fama di efficienza ed economicità, non immaginava che nel giro di pochi anni esse sarebbero divenute le più care di Europa e anche le meno efficienti e le meno moderne. I privati guadagnano, ma quando c’è da investire, se non si vuole che il servizio venga meno, lo stato in qualità di socio di minoranza deve metterci i soldi. E paradossalmente accade che lo stato britannico spenda di più per le sue ferrovie private, di quando non spenda lo stato tedesco per un trasporto ferroviario in gran parte pubblico. Con un’efficienza che non ha proprio paragone. Ma il problema vero non è che Blair abbia commesso un errore, è che abbia fatto di questo errore una bandiera che oggi tristemente sventola sulla collina del disonore della socialdemocrazia italiana.

Mi scuso per questo andamento un po’ didattico, ma è che voglio prevenire le obiezioni scontate e magari indurre qualcuno ad leggere la realtà in maniera meno banale e conformista. Tornando a Genova e alla straordinaria battaglia dei tranvieri che sta diventando un punto di riferimento nazionale, se fossi nella Procura indagherei con molta lena sulla interruzione del pubblico servizio, ma nella consapevolezza che è proprio il Comune a volerlo interrompere per cederlo ai privati. E magari indagherei per vedere se questo passaggio è proprio privo di profitto per qualcuno.


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