In quest’ultimo mese ho accumulato ira per il sistema di inganni in cui viviamo, per le favole sparse che non risparmiano a volte anche le intelligenze brillanti. Mine destinate a deflagrare nel futuro.

Ira perché da più parti su questa cruna dell’ago della vita del Paese, ho sentito ripetere l’invito a non votare ideologicamente come se essere favorevoli all’atomo e alla privatizzazione dell’acqua non derivasse da alcuna ideologia e fosse neutrale. Solo persone straordinariamente ingenue o straordinariamente in mala fede possono pensarlo.

Prendiamo la privatizzazione dell”acqua che è un esempio paradigmatico dell’arretratezza del Paese e allo stesso tempo della facilità di fascinazione di una modernità fasulla, anzi di una modernità di rapina. Il mercato è bello, il privato è efficiente si diceva e dunque privatizziamo anche l’acqua che è il bene comune per eccellenza. Pura e sgangherata ideologia, anzi sottocultura.

Ma ne è venuto fuori un pasticcio, dove il mercato non c’entra nulla, la volontà dei cittadini è espulsa come un corpo estraneo, è riconfermato appieno il circolo vizioso tra affari privati e poteri pubblici e l’efficienza relegata a puro e ingannevole pretesto.

Da qualunque parte la si rigiri non sta in piedi: l’obbligatorietà della privatizzazione nega in radice proprio il mercato, così come lo nega il fatto che i privati nelle aree di loro competenza agiranno da monopolisti, senza alcuna possibilità di concorrenza. E fa parte solo di un triste mercato delle vacche che per legge i privati devono ottenere profitti di almeno il 7%, naturalmente caricandolo sulle bollette.

Quanto all’efficienza e agli investimenti che dovrebbero essere fatti non se ne parla nemmeno: una volta data  l’acqua in monopolio e con affidamenti troppo lunghi per far aleggiare anche solo il fantasma di una concorrenza, il denaro ha il sopravvento sulla partecipazione pubblica e anche sulle cosiddette authority. E come accade in tutto il modo compresa la Gran Bretagna, gli aumenti delle bollette vengono concessi a fronte di investimenti fasulli, semplici spostamenti di bilancio, i controllori vengono comprati e i soldi finiscono nelle tasche degli azionisti.

La conseguenza è che il servizio diventa solo più costoso per i cittadini senza alcun miglioramento. Questo lo sappiamo bene dalle  esperienze italiane, da quella inglese (dove alla fine è il pubblico a dover intervenire nelle situazioni di emergenza) e dal fatto che grandi città come Parigi e Berlino siano tornate alla gestione pubblica. Del resto la stessa Banca Mondiale che è stata la massima sponsorizzatrice della privatizzazione dell’acqua, arrivando a ricattare interi Paesi, negando loro prestiti se non avessero chiamato le multinazionali della sete a gestire la loro rete,  nel 2005 ha ammesso che non esiste alcuna differenza di efficienza  tra gestori pubblici e privati. Naturalmente i dementi che hanno pensato questo piano per l’Italia si sono ben guardati dal tenerne conto.

Altro che non c’è ideologia: c’è al massimo livello di credulità o di repugnanza a seconda dei casi. E’ l’ideologia secondo la quale nulla appartiene di diritto alla comunità, tutto è merce, tutto può essere oggetto di speculazione. E questo a prescindere dai risultati.

Ma allora si dirà chi tirerà fuori gli oltre 60 miliardi  necessari a rimettere in sesto la rete idrica italiana? Visto che i privati dove operano non l’hanno fatto e devono comunque ricorrere a prestiti che poi verranno “passati” agli utenti con i dovuti rialzi, non si vede  perché come accade in tanti Paesi non possa esser il pubblico ad emettere , titoli, obbligazioni, buoni da immettere sul mercato vero. Ma gli strumenti possono essere molti, tutto sta ad avere una vera mentalità democratica e a uscire dalle pastoie della sub cultura del privato. Si tratta in fondo di due miliardi l’anno per trent’anni, cifre pesanti, ma non stratosferiche, solo se si pensa ai cento e passa miliardi da trovare per l’altro piano delirante, per il nucleare. Due miliardi sono dopotutto meno dell1% l’un per cento della sola evasione fiscale. Valgono quanto una decina di inutili province.

Del resto vedete la privatizzazione del’acqua presenta anche un altro inquietante parallelo col liberismo selvaggio. L’ente publico finanzia il servizio e gli eventuali miglioramenti sia sulle bollette sia sulla fiscalità generale e questo vuol dire che chi ha di più paga un po’ di più per rendere disponibile a tutti questo bene comune. Mentre con la privatizzazione tutti pagano in relazione al consumo, che siano ricchi o poveri in canna. Ed è questo, com’è ben noto l’indirizzo capital conservatore: ridurre fino a farle scomparire le tassazioni dirette che sono progressive e aumentare quelle indirette che sono a consumo e gravano indistintamente su tutti i redditi. E anche per questo che l’acqua diventa definitivamente una merce.

Si certo, ovviamente anche chi vuole l’acqua pubblica ha un’ideologia: quella secondo la quale esiste effettivamente la democrazia, esistono beni comuni da tutelare, esiste la solidarietà, la perequazione sociale, esiste anche l’eguaglianza non solo nei diritti, ma anche nell’accesso ai beni essenziali e al sapere. Tutte cose che quelli che non hanno ideologia non sembrano concepire: nemmeno si accorgono quanto pagheranno invece l’ideologia che gli hanno venduto sottobanco.