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Il Gulag in una stanza

hayez Anna Lombroso per il Simplicissimus

Questa è la storia di un paese bello, ma mai stato davvero felice, nel quale alcuni milioni di abitanti sono costretti, pena gravi sanzioni, a restare a casa per dimostrare senso di responsabilità nei confronti di se stessi e degli altri.

A differenza di loro, per altri milioni di cittadini non corre lo stesso obbligo: sono impegnati in attività essenziali, comprese, si direbbe, quelle a difesa dei nostri sacri confini patri grazie alla fabbricazione di materiali bellici e alla sorveglianza sui porti. Quindi liberi di creare assembramenti nei posti di lavoro, nelle metropolitane, nei bus, in fabbrica, negli uffici, ma non nei campi dove si rimpiange la fattiva presenza di stranieri, un tempo vilipesi in qualità di cuculi ruba-salario del caporalato.

Il motivo che avrebbe spinto il governo a adottare misure così sconcertanti perfino quando pareva che il sistema economico-finanziario avesse raggiunto i vertici dell’iniquità instaurando il regime delle necessarie disuguaglianze, consiste nella obbligatorietà di fronteggiare una pandemia che avrebbe colto tutti di sorpresa, anche se profetizzata e prevista perfino da prestigiosi organismi mondiali ben accomodati nella tana profittevole della globalizzazione, come succede quando a studiare fenomeni e indicare soluzioni a carico degli individui e delle collettività, sono quelli che hanno provocato i problemi.

È inizia così la narrazione apocalittica della pestilenza anno 2020, intesa a mostrare il detonatore e non la bomba che causa morte e sofferenze:  quella della distruzione di un sistema sanitario pubblico (tagli per 37 miliardi e 100.000 posti di lavoro), con lo smantellamento di reparti specialistici, la chiusura di ospedali, l’umiliazione del personale medico e paramedico, l’avvilimento dell’attività di ricerca consegnata alle aziende farmaceutiche, la fine della prevenzione e della diagnostica per fasce esposte della popolazione, che costituiscono la prima fila condannata da anni a cadere sotto il fuoco delle malattie stagionali.

Parrebbe quindi essere legittimo sospettare che l’enfasi data al Covid19,  nella sua qualità di morbo misterioso, inafferrabile, incontrastabile, nasca dall’opportunità di nascondere crimini del passato che si pensa sia doveroso ripetere per rispettare i criteri e gli obiettivi imposti dall’appartenenza a un contesto politico e sociale, o per ripetere su scala “occidentale” il modello caro alle imprese, quello di socializzare le perdite, anche umane, e privatizzare i ricavi, quelli delle inevitabili speculazioni che accompagnano ogni emergenza.

Ma c’è da ritenere che sia sollecitata pure dalla possibilità di salvare la reputazione di regioni che rivendicavano, con il riconoscimento usurpato di costituire il motore del Paese,  la pretesa di moltiplicare poteri e autonomia perfino nel comparto della sanità, per consolidare il loro modello di eccellenza, a fronte delle performance malaffaristiche trascorse e della indecente e canagliesca incapacità recente, con il conferimento degli infetti o probabili tali in opportune camere a gas dove far dimenticare la loro presenza avvelenata, con le case histories delle Rsa, del Trivulzio – quel nome torna  quando di parla di furti, ruberie, corruzione, allegorie del format assistenziale del Governatorato e della Capitale Morale, ma non solo.

In una ridda di dati contrastanti,  in assenza di statistiche che diano davvero un quadro attendibile della situazione, con la retrocessione degli esperti scientifici a opinionisti specializzati in mascherine come a Carnevale, pronti ogni giorno a somministrare diagnosi e a smentirle subito dopo, con il riproporsi leggendario della scoperta di nuovi elisir e possibili fantasiose terapie, mentre sperimentazioni forse efficaci sono mantenute in un regime di clandestinità e girano i rete come samizdat, quando ai medici è stata imposta una doverosa censura, a fronte della celebrazione retorica della loro missione ieri oltraggiata e oggi santificata, ecco in tutto questo, milioni di individui comunque stanno a casa.

Si sta a casa, concedendosi qualche licenza, che ormai il concetto di libertà nello stato di eccezione si riduce al supermercato, alla farmacia, all’edicola, e a qualche trasgressione bollata come atto banditesco e irresponsabile.

Stanno a casa gli anziani condannati all’accelerazione di una condizione di marginalità umiliante, separati da figli e nipoti, costretti a elemosinare il minimo sindacale di assistenza alla sopravvivenza.

Stanno a casa i bambini che presumibilmente saranno segnati da questo incidente della storia, nell’incertezza se ci sarà ancora la scuola in un domani vicino o lontano, per molti dei quali non c’è il telestudio, in assenza di Pc, internet, banda larga e altre paccottiglie dell’Utopia della Leopolda e di Casaleggio.

Stanno a casa donne menate dal marito, e pure le prostitute cui il Corriere della Sera  ha dedicato un accorato articolo, in qualità di target danneggiato dall’epidemia.

Ora si potrebbe dire che sta a casa un segmento di popolazione che gode di garanzie e al cui servizio lavorano pubblici meno privilegiati e meritevoli di sicurezze e protezioni.

Si potrebbe dire che si tratti di quella che Ricolfi, che ieri si preoccupava della sorte non degli operai dell’Ilva, ma degli agenti immobiliari, chiama la Società Signorile, una definizione che può far sorridere perché evoca più la cosiddetta sinistra ferroviaria dell’era craxiana più che i Gonzaga, gli Sforza e gli Este.   E che non sarebbe quella dei Magnaccioni, questo no, ma comunque un ceto consumista, parassitaria, imbelle, “presente in un contesto “opulento in cui l’economia non cresce più e i cittadini che accedono al surplus senza lavoro sono più numerosi dei cittadini che lavorano”, sono le sue parole, di circa cinquanta milioni di italiani targati come signori per via del fatto di vivere sopra la soglia di povertà, avendo accesso automatico a quella quota di consumi eccedenti il livello di sussistenza, corrispondente a 500 euro mensili pro capite (fitness? Netflix? Mutui? Erasmus dei delfini? Fondi assicurativi?).

In realtà sta a casa un sacco di gente già licenziata, un sacco di gente che lo sarà, gente che ha perso o perderà la fonte di reddito, l’esercizio, il negozio dove giacciono merci invendute mentre si accumulano gli affitti da pagare, cui viene promessa una mancia la cui restituzione verrà reclamata anche mediante sequestro della prima casa, visto che a esigere non è Equitalia più benevola, ma le banche.

È gente che resta a casa sotto minaccia di sanzioni, ma perlopiù per paura del morbo, anche se a milioni non contano nessun malato tra familiari e conoscenti, in molti annoverano un amico o un congiunto che ha lamentato tosse e febbre, che ha chiamato senza risposta numeri di emergenza, cui un medico per telefono ha consigliato di restare a casa in attesa degli eventuali peggioramenti che non ci sono stati fortunatamente. E che una volta passati i sintomi, trascorsa la quarantena senza essere stato sottoposto a nessun accertamento né prima né dopo non essendo paziente eccellente, non sa se è guarito, portatore, infetto, salvo.

Quindi verrebbe da dire che vive il terrore e il contagio per sentito dire, mentre vive concretamente già gli esiti e i costi che comporta e comporterà lo stato di eccezione, quelli politici per l’obbligatoria obbedienza a soggetti autoritari e di controllo, quelli morali per la limitazione delle libertà, quelli psicologici, perché la detenzione provoca danni e fa regredire a stati infantili, quelli economici, perché aumentano i prezzi, diminuiscono o non ci sono entrate.

Ma si sta a casa. E c’è da chiedersi se lo stato di resa che stiamo dichiarando non dipenda dal desiderio per ora inconscio, di rinviare la consapevolezza di quello che sarà “dopo”, la vergogna per quello che c’è stato “prima”, quando abbiamo permesso che ci espropriassero non  solo di beni, ma di diritti, lavoro, casa, salute, dignità. Se questa rinuncia al libero arbitrio, per la quale ci affidiamo a autorità decisionali usurpate, non significhi solo la rimozione delle nostre capacità e prerogative, preferendo delegare per non vedere, non sentire, non parlare se non dietro la mascherina.

 

 

 

 

 


American Psyco lavora in Siria

colde-yasayan-olulerin-kampi-rukban-1538383628458-1_editedE’  probabile che solo pochissimi tra i lettori di questo blog, nonostante siano più attenti della media, abbiano sentito parlare di Rukban, semplicemente perché i grandi mezzi di comunicazione hanno accuratamente evitato di parlarne, anche se è un punto chiave della guerra siriana e delle strategie imperiali. Si tratta ufficialmente di un campo profughi vicino al villaggio di al Tanf , ma è in realtà è un campo di concentramento, visibile da nella foto satellitare a sinistra, con ammassate 40 mila persone in gran parte donne e bambini che non possono andarsene anche se la mancanza di cibo, la scarsità di rifornimenti idrici e l’assenza di cure mediche li sta lentamente decimando. Una situazione così drammatica che a gennaio, una madre ha tentato di dare fuoco a se stessa e ai suoi tre figli dopo che non era riuscita a trovare cibo per tre giorni consecutivi e preferiva dare ai suoi figli una morte rapida piuttosto che vederli morire di fame. Ma a gennaio sono morti altri 8 bambini, mentre una fossa comune con circa 300 persone è stata scoperta dalle foto satellitari fatte all’inizio di marzo.

Non c’è da stupirsi se la stragrande maggioranza di questi rifugiati tra virgolette abbia  espresso e ormai da tempo  il desiderio di tornarsene a casa, ma il campo di Rukban non si tocca e martedì scorso gli Usa hanno detto no a  delegazioni dalla Russia, dalla Siria, dall’ONU e dal campo profughi di Rukban  che volevano discutere del destino degli abitanti del campo dopo che un sondaggio delle Nazioni Unite ha rilevato che il 95% di questo accolti forzosi voleva lasciare il campo, mentre l’83% voleva tornare alle loro città d’origine in aree della Siria ora sotto il controllo del governo di Damasco. E nel recente passato hanno negato l’accesso ai pullman destinati ad evacuare il campo con il pretesto che i mezzi “non rispettavano gli standard di protezione degli Stati Uniti”. Vedete come sono corretti, buoni e immensamente ipocriti? 

In effetti questa gente che muore è ostaggio degli Usa i quali hanno bisogno  di quel campo per giustificare la loro presenza con annesse milizie terroriste  ex Isis,  in una zona che si trova al confine tra Siria e Giordania e costituisce una delle linee di comunicazione tra Damasco e  l’Iran: una storia che comincia nel 2014 quando dopo l’ingresso della Russia a fianco di Assad e gli occidentali hanno cominciato a perdere terreno, nell’area è stata organizzata una base americana ufficialmente per operazioni antiterrorismo, una espressione che ormai è un ossimoro tanto è vero che secondo un rapporto delle Nazioni Unite, pubblicato lo scorso agosto, l’Isis aveva ricevuto ” spazi di respiro ” nelle zone della Siria occupate dagli Usa. Compresa questa dove, secondo dichiarazioni ufficiali del Dipartimento di stato, venivano addestrati combattenti dell’ opposizione siriana”. Insomma quelle 40 mila persone che vogliono tornarsene a casa, sono diventate prigioniere del disegno Usa di spezzare il “sentiero” Siria -Iran e costituiscono una delle prove di come Washington giustifica le sue occupazioni e le sue operazioni aggressive con pretesti umanitari.

La vicenda dei rifugiati trasformati in prigionieri che non posso evadere, affamati e torturati, lasciati in pasto alle milizie terroriste protette dalle truppe Usa, la morte quasi quotidiana è certamente una svolta orwelliana nella politica degli Usa e tutto per tappare una possibile via di comunicazione con l’Iran. Qualcosa che calza a pennello con la definizione di stato canaglia che gli americani stessi hanno inventato e che parecchi scrittori e saggisti ritengono si debba attribuire in primo luogo agli Usa medesimi (vedi William Blum, Jonathan Franzen e Edward Herman) mentre altri come Noam Chomsky e Jacques Derrida sostengono che si tratti di una sovrastruttura di tipo propagandistico che in sostanza usa l’umanitarismo per il suo contrario. Esattamente come quegli angeli in casco bianco che facevano le loro comparsate dopo le bombe sempre attribuite ad Assad. Ma a Rukban non ci sono registi e cineprese compiacenti.


La coppia diabolica e la giustizia in acido

boettcher_levato_aula_tribunale_fotogrammaUna cosa mi ha colpito nella vicenda della coppia dell’acido, qualcosa che stride con l’uso strumentale e grottesco che in questo Paese si è fatto del garantismo per assicurare la salvezza dei potenti e in particolare per tutelare il ceto politico dalla possibilità di perdere il posto a seguito delle proprie malefatte. Del tema mi sono occupato più volte, in particolare qui,  notando che la Costituzione parla di non colpevolezza che è cosa molto diversa dall’innocenza e dalla pretesa che occorra attendere i tre gradi di giudizio (di cui l’ultimo solo procedurale), prima di pretendere il ritiro a vita privata dell’uomo pubblico. L’ho fatto nonostante questo figuri nel registro del conformismo de sinistra, come cultura manettara.

Allora come mai il bambino è stato levato alla coppia diabolica formata dalla pazza bocconiana di Milano e dal broker italo tedesco, in realtà semplicemente un ricchissimo nullafacente? Non sto insinuando che il frutto di un amore folle ancorché ideologicamente perfetto, debba essere affidato a questi due mentecatti, anche se riconosco che la cosa è complessa, ma sto dicendo che dal momento che essi, nonostante la condanna in primo grado, sarebbero tuttora presunti innocenti esattamente come prima della sentenza, non si capisce in base a quale criterio si debba sottrarre il neonato alla madre naturale che oltretutto  dovrebbe far parte dei diritti del bimbo e impedire in qualche modo al padre di riconoscerlo. Ovvero perché a due persone ancora presunte innocenti si ritiene di dover levare un diritto fondamentale, mentre a un politico beccato con le mani nel sacco e talvolta per reati gravissimi, si deve consentire la permanenza in Parlamento fino alla Cassazione per mantenere non un diritto, ma un privilegio che non ha onorato?

In realtà la risposta è facile: perché la giustizia non è uguale per tutti. Ma questo lo sappiamo, solo che alla fine le contraddizioni insanabili esplodono anche se nessuno che io sappia lo ha fatto notare e mostrano come siano esili e al tempo stesso ingiuste le manipolazioni della giurisdizione, gli slogan attraverso i quali le si diffonde e il conformismo strumentale di chi le difende in nome di un presunto primato della politica che tra l’altro non è mai stata subalterna come oggi. Il risultato di tutto questo non è affatto ciò che ci si aspetterebbe, ovvero una diversa considerazione della pena e dei colpevoli, ma anzi il suo contrario vale a dire la negazione dei diritti, il correlato giustizialismo sommario delle opinioni pubbliche esasperate o se del caso il perdonismo di classe come accade per l’imprenditore di Bergamo che ha seccato un ladro in fuga.

Francamente fosse per me un figlio a quei due non glielo affiderei nemmeno se avessero usato l’acido solo per sgorgare il lavello di cucina: fanno parte di quel mondo da bere vacuo e incretinito dove si aggira la fauna degli aspiranti valletti del liberismo e che vive, nelle sue varie accezioni, di “immagine” (non a caso sfiguravano come suprema offesa). La coppia dell’acido non è che l’estremizzazione erotica e psicotica del nulla in cui si crogiolano, anzi verrebbe da chiedersi quanti bimbi soffrono su questo pianeta a causa del nichilismo sociale e umano  che essi praticano e sostengono. Il loro proprio figlio sarà l’ennesimo perché di certo sfrutteranno cinicamente il neonato per cavarsela, simuleranno di essere rientrati nel mondo vero, per continuare ad esistere dietro lo specchio, alla fine diranno di essersi pentiti ovvero di essere normali. Che in questo Paese può voler dire molte cose che hanno poco a che fare con l’etica e con l’amore.

Ma è giusto così: l’indulgenza asimmetrica scambiata per una forma di garanzia giuridica produce alla fine il caos destinato a scassare anche l’idea di diritto e a fare della pena una vendetta e delle sentenze una lotteria.

 


Salvini, sempre ruspante

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Nel repertorio di oscene sconcezze ostese come sacre reliquie dall’arcaico razzismo da Salvini durante il  suo Grand Tour dell’infamia esplicita, manca da qualche tempo una delle gemme più esibite almeno fino al 2005: i rom rubano i bambini..almeno quelli che i comunisti non si sono già mangiati.  Eh si, in quell’anno la Lega di Lecco denunciò il caso di una mamma cui  tre “zingarelle” avevano tentato di rapire il bambino, peraltro anche lui appartenente alla comunità rom.  La vicenda processuale che ne seguì si trascinò fino al 2006: due delle tre ragazze Rom, difese da un avvocato d’ufficio, decidono di patteggiare la pena, ma la terza, coraggiosamente, affronta il processo e viene assolta per non aver commesso il fatto.  I giornali parlarono solo delle prime due, e tacquero sull’assoluzione finale, com’è prassi consolidata per la nostra libera informazione, che sa bene come i  furti di bambini siano invece un brand della malavita organizzata, dedita al commercio sessuale, alla prostituzione infantile, al traffico delle adozioni.

Il fatto è che a molti di noi le sortite di Salvini sui rom che rubano, anche bambini, sui rom che non si integrano, sui rom che vivono alle nostre spalle senza lavorare,  sembrano ammuffiti avanzi di fenomeni passati, morti e sepolti.

Invece  quello che pare un retaggio di epoche passate, un residuo folkloristico che il progresso dovrebbe aver estinto, che la democrazia avrebbe dovuto cancellare, grazie alla recessione e alla regressione ha subito un risveglio, registra una modernizzazione, così come si è rinnovata la sua legittimazione nutrita da impresari della diffidenza e della paura, alimentata da un comune senso di perdita di beni, di lavoro e quindi  di identità, rafforzata da una paccottiglia svenduta da “intellettuali” della destra accettabile ed accettata, che giocano sporco sulla tutela di tradizioni, religione e cultura come sanno fare bene soprattutto gli ignoranti.

Ma che attiene soprattutto a un processo ancora più insinuante e perverso, quello della regolarizzazione e ratifica delle disuguaglianze, considerate ineluttabili, se non necessarie.

Tutti siamo convinti di aver diritto a pari opportunità, di esserci meritati riconoscimenti e sicurezze, a costo, inevitabile e fatale, della loro rinuncia da parte di altri, magari nati altrove, magari colpiti all’origine dalla crudeltà delle estrazioni del destino cinico e baro nella lotteria naturale, oggetti  quindi di  doverosa emarginazione,  esclusione, discriminazione, colpevolizzazione, in modo da sancire la nostra superiorità e il nostro cammino di civilizzazione.

Però gran parte dei rom sono nati qui, sono cittadini italiani, altri sono sfuggiti da guerre cui abbiamo fedelmente partecipato. Però  nella vecchia Europa,  per almeno tre secoli fino all’ottocento  furono promulgate leggi per sottrarre quei bambini ai loro genitori naturali e a un destino di nomadismo, in modo da convertirli alla stanzialità della vita contadina sotto padrone. Però a riconoscere loro identità di nazione, in questo caso nemica, fu il nazismo  con un genocidio  che ha un nome, Por­ra­j­mos, la «Deva­sta­zione», ma una collocazione marginale anche nei libri di storia.

È che, come mi è capitato di scrivere tante volte, sono il bersaglio più facile, che suscita antipatia istintiva nella brava gente borseggiata in tram, in mamme democratiche sdegnate che dei genitori mandino i figli ad elemosinare, le stesse che  riservano tenera indulgenza a quelli che iscrivono le creature a bellicosi talent show, a cantare canzoncine e inni in onore del premier, e continuano fedelmente a acquistare scarpe Nike, capi di grandi marche confezionate in Bangladesh, che lo sfruttamento, si sa, è più sopportabile se avviene altrove,  possibilmente lontano.

Così  le paure di oggigiorno  generate in larga parte  da processi messi in moto da forze economiche e finanziarie che decidono delle questioni fondamentali riguardo alle possibilità di vita nostre e dei nostri figli, grazie alla deregolamentazione dei capitali e dei mercati, alla flessibilità nel mercato del lavoro e un’apertura ancora più larga delle porte del Paese alle misteriose, imprevedibili e incontrollabili forze globali  perlopiù criminali, sono intercettate da chi attribuisce il senso di perdita e la nostra insicurezza esistenziale,  non come il prodotto del capitalismo senza regole, della licenza totale per i potenti ricchi e l’impotenza totale per gli altri sempre più numerosi,   bensì come la conseguenza  di dover condividere il  benessere sempre più limitato e risicato con i pigri calabresi o siciliani,  con gli zingari ladri e con gli altri, profughi, immigrati, comunque condannati dal crimine originario di essere stranieri.

E poco vale ricordare che le ruspe invocate o messe in moto contro gli accampamenti, il lancio di pietre in moderne lapidazioni nascondono altri mattoni, quelli della speculazione che ha cacciato i rom di Londra per far posto alle strutture delle Olimpiadi, che ha spostato senza tanti scrupoli gli zingari di Istanbul per lasciar posto a insediamenti residenziale. E resta de vedere come andrà con lo Stadio romano, il cui progetto insiste su un accampamento. E poco vale rammentare che il fiume di aiuti a beneficio dei nomadi si esaurisce via via nei rivoli dello sfruttamento comunque “mafioso”. E poco vale dimostrare che  nei loro confronti  è in atto   una calunnia continua, sistematica e pericolosissima, che passa attraverso la campagna elettorale col marchio dell’infamia di Salvini, ma anche  attraverso la disinformazione  in virtù della quale qualsiasi attrezzo nelle mani di uno “zingaro” diventa arnese da scasso, che, come avvenne nel 2007 in una spiaggia sarda, il gesto di una donna protettivo di un bambino che sta per attraversare la strada, se compiuto da una rom viene automaticamente interpretato come tentativo di rapimento. E poco vale dire che  i Rom testimoniano della presenza nell’occidente in salsa italiana di un  sottoproletariato,  di una appartenenza nella quale  la frequenza di alcuni crimini è maggiore che in altre classi sociali.  Ma che la loro è una sorta di delinquenza di sussistenza, disorganizzata:  i Rom non hanno creato vaste organizzazioni criminali come la camorra o la ‘ndrangheta, non hanno mai costretto negozi a chiudere per via del racket, non si sono mai infiltrati negli appalti. Al confronto con i criminali italiani, insomma, sono dei dilettanti.

Oggi un governo particolarmente iniquo ha forse il merito di svegliare in qualcuno la paura . e ci auguriamo la ribellione – di perdere oltre a un benessere e una sicurezza sempre più minacciata,  l’identità sociale, la dignità umiliata da nuove miserie anche morali. È bene che ricordiamo che la condizione di umanità e civiltà, quindi la dignità che ne deriva, possiamo conservarla solo  se la tuteliamo per tutti e in nome di tutti, se rifiutiamo la violenza  anche quando viene motivata quando  colpisce un gruppo raffigurato come portatore   di uno stigma morale, anche quando viene percepita come legittima difesa  e come  manutenzione necessaria del nostro stile di vita. Ma che vita può essere la nostra, se al posto dei forni allestiti per la gente in sovrannumero, abbiamo i barconi, i respingimenti nel deserto, le ruspe, i pogrom, i droni?

 

 

 

 


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