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I sotterranei dell’epidemia

CatturaNon sappiamo cosa sia accaduto per essere diventati noi il maggior serbatoio di Coronavirus, quasi l’untore mondiale: mentre in Cina il contagio rallenta e si va ormai esaurendo, la produzione comincia a riprendersi a dispetto della schadenfreude occidentale prospettando un 6% di crescita del pil nel primo trimestre 2020 (cifre del Financial Times) , lungo lo Stivale  i casi che siano veri o falsi positivi ( vedi Gli sciacalli al tempo del colera ) aumentano e si estendono territorialmente, mente la nostra industria cola a picco. Questo è davvero un mistero perché abbiamo un traffico aereo modesto da e verso la Terra di Mezzo, molto inferiore comunque a quello di Germania e Gran Bretagna e cinque volte inferiore a quello degli Usa quindi dovremmo essere meno esposti, mentre a quanto pare altrove i contagiati  sono poche decine in totale. Inoltre siamo stati anche i primi a vietare fin dal 31 gennaio i voli diretti con la Cina, provvedimento in realtà più di facciata che reale perché bastava fare scalo da qualche parte, come avviene comunque nella maggioranza dei casi, per superare il divieto ma  era già qualcosa rispetto agli altri. Lo stesso ragionamento vale anche per i flussi turistici e commerciali e per le comunità cinesi col loro viavai di persone che altrove sono assai più ampie delle nostre.

Possiamo divertirci a fare qualche ipotesi per spiegare questo fenomeno incomprensibile: 1) forse i controlli previsti sulla carta sono stati facilmente aggirati o sono stati di fatto assenti rispetto a quanto accaduto altrove; 2) dal momento che nel 90% dei casi  l’infezione da Covid 19  è del tutto asintomatica o al massimo si presenta come una debole e passeggera influenza pericolosa come quella normale  solo per gli anziani con già gravi problemi di salute, gli altri Paesi se ne fregano e non fanno quei test intensivi che possono rivelare la presenza del virus, cercando di evitare contraccolpi economici; 3) la risposta epidemiologica italiana  è stata più competente che altrove perché mentre i normali presidi vengono via eliminati e si sta passando a una privatizzazione selvaggia, le strutture di emergenza mediaticamente più redditizie ancora funzionano; 4) il can can fatto su quella che in sostanza è niente altro che un’epidemia influenzale deriva da questioni geopolitiche nelle quali siamo rimasti impigliati nell’ansia di trovare argomenti che distraessero dalla situazione economica del Paese, cadendo così in un trappola allestita per altri e per altro già fallita perché secondo le stime di Bloomberg l’economia americana rischia di risentirne molto più di quella cinese.

Non so davvero quale possa essere la risposta o quale di quelle presentate sia prevalente, ma di certo il quadro è così confuso che tutta la storia di questa epidemia para influenzale destinata peraltro ad esaurirsi visto che il Covid 19 muta assai poco e un vaccino è già in dirittura d’arrivo, dovrà essere analizzata con più attenzione da tutti i punti di vista perché è chiaro che si sta cercando di riattizzare la sindrome del “pericolo giallo” che attraversò l’occidente alla fine dell’800. Allora si trattava di una scusa per favorire una colonizzazione che non si è poi realizzata come si sarebbe voluto, oggi serve a esorcizzare una realtà che non lascia scampo: il fatto che l’Asia domina ormai il commercio mondiale e che Cina, India, Corea e Giappone messi insieme abbiano superato l’insieme dei Paesi Ocse. In particolare la Cina esporta per 2500 miliardi dollari, gli Usa per 1700 e la Germania per 1,6 tuttavia in rapida caduta. Le cose, non accadono mai per caso e non si era mai visto un simile allarme per un’epidemia influenzale, sia pure indotta da un nuovo agente, anche a fronte di tassi di diffusione e di mortalità di molto superiori come fu per l’asiatica e per la russa o quella cosiddetta suina che giunse dagli Usa nel 2009, ma durante la quale, nonostante l’Oms avesse dichiarato la pandemia, non ci nessun blocco nei commerci e men che meno nello spostamento delle persone anche a fronte di un tasso di mortalità sette volte superiore a quella stimata (certamente per eccesso vista l’impossibilità di stabilire l’entità reale della diffusione) per il Covid 19 .  E’ evidente che le anomalie che riscontriamo dipendono non dal virus in sé, ma  dal livello di allarme indotto e dai sistemi di interessi che lo modulano: certo meglio di più che meno, ma allora non si capisce perché i 400 mila morti indirettamente provocati ogni anno in occidente dalle ondate stagionali di influenza, non dovrebbero ricevere la medesima attenzione.

 

 

 

 


Una lenta catastrofe

imagesTruppe russe si vanno frapponendo nella Siria del nord tra i reparti turchi (ovvero di un Paese Nato) e le formazioni curde per evitare un massacro mentre la Cina ha varato un grande piano di aiuti finanziari all’Ucraina che, al contrario di quelli dell’Fmi non prevede, come corrispettivo, macellerie sociali: si tratta di due vittime sacrificali dell’occidente, usate e poi tradite o spolpate che adesso trovano in Mosca e Pechino interlocutori e  mediatori più affidabili di Washington e dei suoi ascari europei, così come accade in altre parti del mondo. E’ evidente che il paradigma unipolare sorto dopo la caduta del muro di Berlino, la famosa fine della storia nel letto di Procuste del neoliberismo , è ormai in grave crisi, aggredito dalle proprie stesse contraddizioni. Ciò sta provocando un vuoto di capacità e dunque di potere che viene via via colmato da altri e che non deriva dai tentativi di disingaggio di Trump il quale non fa altro che prendere atto della realtà delle cose invece di accanirsi in avventure dall’esito incerto e quasi sempre disastrose.  Migliaia di aziende occidentali ormai non fanno che rimarchiare prodotti cinesi (anzi nemmeno quello perché i marchi vengono apposti all’origine) e grazie al lavoro ancora a bassissimo costo nel sud est asiatico mediato dall’enorme complesso industriale cinese e dalla sua organizzazione , fanno utili notevolissimi che consentono loro di comprare le proprie azioni e creare bolle borsistiche che devono essere sostenute con il folle stampaggio di denaro a costo zero, mai così di carta come oggi. I sistemi privatistici si rivelano sempre più inefficienti, corrotti e fonte di disuguaglianze, dalla scuola alla sanità e trascinano nel declino persino i settori vitali per l’egemonia, ossia quelli delle armi come dimostra la figuraccia in Arabia Saudita e con le petroliere iraniane.  Il sistema nel suo complesso ha preso di mira anche la democrazia, i diritti del lavoro e le libertà non puramente individuali come fonte di ostacolo al profitto infinito e dunque sta perdendo il consenso interno che aveva acquisito: insomma le mura si incrinano tenute in piedi dall’ intelaiatura narrativa dei media che in definitiva sono la vera conquista del mondo post caduta del muro.

Questo non può essere semplicemente rubricato, come pure è stato fatto in questi giorni, come declino della Nato e rivelazione della sua inutilità, semplicemente perché è solo uno dei problemi collegati così come appare francamente ridicolo attribuire ogni responsabilità a Trump  come si  diverte a fare certa pseudo sinistra di potere in Italia: la crisi è di sistema e semmai l’ inquilino della Casa Bianca esprime grossolanamente tutta l’incoerenza fra l’ ideologia liberista e le sue conseguenze ovvero il globalismo unipolare. In aggiunta a questo ogni avventura finita male, ogni giravolta fra amici e nemici, ogni limite intrinseco di volta in volta dimostrato nei più vari campi stanno facendo perdere soggezione  nei confronti della macchina occidentale che si imbarbarisce sempre di più. Non possiamo sapere quali saranno le conseguenze di questa mutazione che di certo non si limita a mettere in crisi gli assetti del dopo muro o quelli instauratisi dopo la seconda guerra mondiale, ma quelli di 4 secoli di incontrastato dominio occidentale, ma tuttavia è evidente che questo ha effetti diretti sull’Europa e sugli assetti che essa si è data, prima funzionali alla guerra fredda e successivamente all’imposizione politica del paradigma neoliberista. Innanzitutto la Germania è chiaramente indirizzata ad aperture vesto Est, ormai vitali per la sua economia: la sua egemonia continentale così stupidamente sprecata in imposizione di austerità ha ridotto fatalmente il suo mercato continentale mentre le politiche trumpiane, e ancor prima la guerra delle multinazionali Usa, rischiano seriamente di ridurre i suoi sbocchi commerciali in Nord America: senza un’apertura a Est il declino sarà fatale e anche rapido: niente di strano dunque se tra i suoi piani ci sia anche l’eventualità di sfilarsi dall’euro. La stessa Francia scalpita rendendosi conto di essere in un cul de sac perché il tentativo macroniano di associarsi alla Germania nella guida continentale anche in vista della Brexit si è arenato sulle proteste della popolazione e dentro un non senso globale.

L’Italia poi è nella totale confusione: essendo rimasto un Paese sotto occupazione militare dalla fine del conflitto, il partito amerikano vi è particolarmente forte, sia nella sua espressione diciamo così clintoniana nelle aree di centro sinistra (ammesso che questa  espressione abbia un senso e non sia solo un riferimento nominalistico), sia nella versione trumpiana espressa da Salvini: si trova quindi nella situazione di non poter sfruttare la sua posizione geograficamente privilegiata per i traffici dall’Asia, di fatto vietata da Washington e malvista dall’Europa del Nord per questioni concorrenziali:  l’Asia e i contatti diretti con essa le sono preclusi e quando qualcuno si è premesso un’apertura c’è stata subito una crisi di governo. Si dovrebbe sperare in una politica così raffinata da sfruttare la situazione per sfilarsi dalle molteplici obbligazioni che si sono create e che non si compensano l’una con l’altra, ma si assommano. E tuttavia la mediocrità assoluta di un ceto politico che è l’effetto della selezione neoliberista nelle sue diverse formulazioni, rende praticamente impossibile sortire fuori da questa tettonica a zolle geopolitica senza essere schiacciati. No ho una ricetta in mano, ma solo la sensazione di una lenta catastrofe mentre tutto cambia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


L’Europa che non c’è

La mappa di Ecateo V-VI secolo acOra che il delitto è consumato, che l’oligarchia europea ha gettato la maschera con la sua equiparazione di nazismo e comunismo la cosa più saggia  è capire se l’Europa alla quale ci apprestiamo a sacrificare ciò che resta di questo Paese, esista realmente o sia solo, un mito, una pura costruzione intellettuale, un concetto spurio oppure una semplice aggregazione geografica che nel resto del pianeta lo distingue come il continente della volontà di potenza. In questi anni abbiamo assistito alle liti, spesso artificiali per trovare un senso alla parola e rintracciarne le comuni radici culturali, vuoi che esse debbano essere rintracciate nella religione cristiana ad onta degli scismi che l’hanno divisa  (ma allora il sud america sarebbe europeissimo) o con più consistenza sulle basi illuministiche o in altri vettori culturali. Tutti tentativi destinati a fallire per parzialità o semplicemente perché il piccolo continente ha differenze culturali enormi in uno spazio così piccolo da poter creare l’illusione di un facile assemblaggio.

Di certo qualsiasi sia l’origine etimologica del nome che rimane ancora non chiarita, anche se con tutta probabilità esso deriva dal fenicio “ereb” che vuol dire occidente, è sempre stato un nome geografico che i greci – per i quali il centro del mondo era il mediterraneo come appare evidente dall’opera del primo vero geografo, Ecateo di Mileto   – citavano raramente riferendosi principalmente alle terre a nord del mondo ellenico e in ogni caso mai come termine a se stante, ma solo in rapporto all’Asia: questo già ci mette sulla pista di un concetto sottrattivo e non additivo. I greci stessi che noi riteniamo fondatori della civiltà occidentale, non si consideravano affatto europei. A loro volta anche i romani non si sentivano affatto europei, concetto inesistente nel mondo antico, ma anch’essi si consideravano mediterranei, a casa loro in Egitto, o lungo l’Eufrate o in Nord Africa, ma assai meno nelle terre occidentali: dopo almeno quattro secoli di eurocentrismo non ci rendiamo conto che per i romani la conquista delle Gallie, della Britannia, della stessa penisola iberica nella sue parti centrali, della Pannonia o del Norico derivavano esclusivamente dalla necessità di tenere lontani i barbari ed erano considerate estreme propaggini del mondo. Non è un caso che i romani potenza terrestre, abbiano considerato vitale per la propria espansione lo scontro con Cartagine, potenza marittima per eccellenza.  Anzi se Roma aveva un difetto era proprio quello di essere troppo a occidente tanto che poi la capitale imperiale verrà trasferita a Costantinopoli, mentre una nuova religione di carattere  mediorientale diventava quella di stato.

Tuttavia se esistono rarissime citazioni dell’Europa nel mondo antico, gli europei non esistono affatto e il concetto comincia ad apparire qui e là solo molto dopo la caduta dell’impero d’occidente e l’affermazione degli stati romano – barbarici. Due sono le citazioni native di questo oggetto misterioso: la prima appartiene al sesto secolo dopo Cristo ed è usata da Gregorio Magno in una lettera all’imperatore romano Maurizio (noi lo chiameremmo bizantino, ma al tempo questa distinzione non esisteva) per rivendicare l’universalità del vescovo di Roma, rispetto a quello di Costantinopoli, oltre che per invocare aiuto contro i Longobardi. In quella missiva supplicava l’imperatore:   “Non dimenticatevi dell’europa asservita ai barbari”. In questo senso ciò che orgogliosamente chiamiamo continente era solo la parte di impero Romano non più sotto il controllo imperiale, le terre dei barbari insomma. Dunque ancora una volta un concetto esplicitamente ritagliato in negativo, anche se attualissimo visto che è ancora in mano a barbari politici.  Per un’ altra citazione bisogna attendere ancora tre secoli e questa volta siamo a Poitiers dove intorno al 920 (l’anno esatto non si conosce) l’esercito berbero musulmano di al-Andalus, comandato dal suo governatore,ʿAbd al-Raḥmān venne sconfitto dai Franchi di Carlo Martello. Questa vicenda, ignorata molto a lungo, venne invece recuperata a metà del 1800 nell’alveo della nascente cultura del suprematismo bianco per indicare in qualche modo la nascita dell’Europa a cui bisognava pur dare un qualche inizio. Il perché di Poitiers è dovuto al fatto che l’unica cronaca che in qualche modo descrive la battaglia, opera di un autore di cui non conosciamo il nome, spagnolo cristiano, ma abitante sotto il regno mussulmano, marra  al suo inizio l’assalto degli arabi contro le “genti del nord” grandi e grosse, ferme come un muro di ghiaccio. Egli narra anche che il mattino successivo al sanguinoso, ma non decisivo scontro, l’esercito di Carlo Martello si rischierò convinto di dover ricominciare la battaglia, ma gli arabi se ne erano andati nella notte e in questo caso gli uomini del nord diventano “europensis”. Qui assistiamo ancora una volta a un taglio in negativo e questa parte di mondo viene definita non perciò che è, ma in relazione a ciò che non è, ossia la ricca, colta e allora anche più tollerante civiltà araba. C’è da dire che lo scarso ricordo che si ebbe della battaglia per secoli fu che essa non fu né decisiva né folgorante, fu soltanto una vittoria per abbandono e un segnale che l’espansione araba si andava esaurendo dovunque. A questo proposito va detto che un secolo e mezzo prima di Poitiers gli arabi avevano sconfitto i cinesi nella battaglia del fiume Talas oggi in Kazahistan, senza però riuscire a penetrare oltre nella vasta regione: battaglia dunque secondaria importanza se non fosse per il fatto che dai prigionieri cinesi fu appreso il segreto della fabbricazione della carta e della bussola.

Ma vediamo chi erano questo Franchi: erano una popolazione germanica formata. esattamente come gli alamanni  – che hanno dato il nome alla Germania in quasi tutte le lingue romanze ad eccezione dell’italiano e del rumeno –   da gruppi sparsi in prevalenza goti e, probabilmente, da uomini che mal sopportavano il potere tribale e che perciò si riunificavo in accampamenti dandosi il nome di “liberi”, *franco in antico sassone con una radice che fa pensare a Freya e al suo giorno. Friday e Freitag  (ma questa è solo un’ipotesi) . Questi gruppi avevano a lungo combattuto contro i romani sul limes del Reno e in parte del Danubio prima di cominciare ad entrare alla spicciolata  e poi sempre più numerosi nelle gallie nord che si spopolavano. Ora facciamo un passo indietro e andiamo alla fine del IV secolo quando i goti sfondarono il limes del Danubio e si riversarono nei Balcani sconfiggendo in maniera catastrofica i romani nella battaglia di Adrianopoli che costituì il colpo che trascinò nella polvere l’impero. Per fronteggiare la situazione si dovettero prendere legioni dall’Egitto, dal resto del nordafrica e dal medio oriente, ma la situazione non precipitò del tutto, Costantinopoli  il maggior centro di potere dell’impero non venne conquistata dai Goti grazie all’attacco  della cavalleria araba che pure faceva parte delle legioni. E del resto gli arabi, ad eccezione delle tribù più interne erano cristiani, avevano i loro vescovi, i loro funzionari, erano pienamente integrati nel mondo romano ed ebbero persino un imperatore, Filippo l’Arabo, figlio di uno sceicco del deserto  sotto il cui regno si celebrò il primo millennio della città eterna. E anche a lui toccò il destino di combattere i Goti da cui prenderanno origine anche i Franchi. 

Allora come la mettiamo? Inizialmente Europa è ciò che i barbari hanno strappato all’impero, ma l’impero si estendeva su tre continenti ed era un mondo molto più complesso di ciò che noi ora chiamiamo Europa, anzi in qualche modo antitetico ad esso che si riassumeva e ancor oggi in fondo si riassume sotto il nome di sacro romano impero. Però quel nome di recupero che tentava di riproporsi come succedaneo della precedente autorità universale sui territori marginali della medesima, mostrava una chiara natura imitativa e al tempo stesso la prospettiva di voler essere qualcosa di nuovo, identificato con quel “sacro” che però ne mostrava tutti i limiti e l’impossibilità di proporsi come organismo in grado di mediare fra le diverse culture. Ad ogni modo la suddivisione feudale, l’impero, le autonomie comunali e la lotta per le investiture impedirono per secoli che i termini Europa ed europeo venissero usati se non in rare attestazioni: esse cominciano ad apparire sempre più frequentemente dopo la scoperta delle America e l’affermazione sia in termini economici e che antropologici del colonialismo: in questo senso europeo significa non indigeno o aborigeno e man mano acquisisce tutti i caratteri legati all’idea della supremazia bianca che è ancora alla base dell’occidente anche se recentemente si è passati dall’idea di una superiorità genetica a quella di superiorità culturale. Paradossalmente però il vero successo della parola si accompagna allo sviluppo degli stati nazionali avvenuto con la demolizione delle istituzioni feudali residuali ed è in questo contesto che alla fine nasce l’idea  di evitare lo scontro diretto fra le nazioni che detengono il potere su tutto il pianeta, ancorché esso abbia avuto un vero rilievo solo dopo la strage della prima guerra mondiale.

Tuttavia l’idea dell’Europa rimane sostanzialmente un ritaglio e la sua universalità, come possiamo vedere in questi anni, è ancora legata al suo imperialismo, mentre la radicale differenze di cultura che la contraddistinguono vengono elise e rese marginali o addirittura demonizzate dall’economicismo. L’Europa rimane un sacro romano impero che con la tendenza a contrapporsi a ciò che lo circonda, nella sicumera  della propria distintiva sacralità, qualcosa che non unisce e che addirittura è riuscita a riaprire solchi profondi tra le sue culture anche se tenta di nasconderli, qualcosa che ha a che fare con il potere e non con la comprensione e l’amicizia. A mio giudizio l’Italia ha ancor meno a che fare con tutto questo che gli altri: forse è per tale motivo che svedesi, norvegesi e persino finlandesi considerano gli italiani come orientali, ad onta del fatto che la nostra penisola e più a occidente di quella scandinava.


Verrà il robot e avrà i tuoi occhi

fx-1Da qualche anno prima gli economisti alla Krugman e poi i media hanno cominciato a lanciare l’allarme sulla robotizzazione sempre più avanzata che sottrae lavoro agli uomini, non soltanto nelle fabbriche, ma anche nelle attività terziarie più automatizzate e prossimamente persino nella guida dell’auto. Adesso tocca all’Onu lanciare l’allarme con un documento nel quale si prevede che in un futuro molto prossimo, questione di anni più che di decenni, i robot sostituiranno il 66% del lavoro umano. Le macchine si sa sono più precise e veloci dell’uomo quando si tratta di standard, non si stancano, non sono aggredite dall’alienazione, non accampano diritti, si può produrre giorno e notte senza nemmeno uno scioperino bianco e oltretutto in termini marxiani eliminano la differenza fra capitale fisso e capitale variabile.

In realtà la situazione è meno inedita di quanto non sembri e ha accompagnato tutte le rivoluzioni tecnologiche sia pure in contesti fra loro diversissimi, ma è interessante vedere come la questione viene affrontata oggi. Il documento delle Nazioni Unite, ripreso dal Sole 24 Ore, si limita a proporre un problema secondario, nascondendo ipocritamento quello principale, ossia la possibilità che l’era robotica colpisca a morte i Paesi in via di sviluppo che basano la loro economia sul lavoro a basso costo. Ma non è proprio così: poiché anche i robot vanno costruiti e a prezzi concorrenziali essi sono realizzati in gran parte negli stessi Paesi in via di sviluppo e dal momento che tutta l’elettronica viene comunque realizzata in Asia, la situazione è molto più fluida di quanto non si pensi. Tanto che la Cina, non solo  è il maggior acquirente mondiale di sistemi robotici,  ne è anche il secondo produttore asiatico dopo il Giappone e recentemente ha acquisito anche Kuka l’azienda tedesca che letteralmente ha inventato il robot industriale ed è uno dei leader del settore.

Però non si fa affatto caso al vero problema che coinvolge invece in pieno l’Occidente, le sue strutture sociali, le sue ideologie e la sua bisecolare rapina: con i robot si produce di più e a costi inferiori, ma chi comprerà quei prodotti visto che i potenziali acquirenti rimarranno senza lavoro? Un qualche assaggio di questo futuro viene dalla Volkswagen che si appresta a licenziare 32 mila operai per rimpiazzarli con 9 mila (ma la cifra va presa con molto beneficio di inventario) tecnici del software che in realtà sono piuttosto manutentori del sistema: è una cifra molto vicina a quel terzo di lavoro umano rimanente pronosticato per il prossimo futuro. Il modo più razionale di affrontare questo progresso poiché si stratta sempre di affrancare gli esseri umani dai lavori ripetitivi e alienanti,  sarebbe quello ovvio di ridurre drasticamente gli orari di lavoro e migliorare i salari, di estendere le tutele, di puntare sull’estensione della qualità di vita attraverso il miglioramento dei servizi universali, istruzione, sanità, trasporti laddove essi non sono robotizzabili. Invece si sta facendo esattamente il contrario perché questo significa non solo ridurre drasticamente i profitti che nell’era liberista sono arrivati a cifre inimmaginabili per il consumatore finale, mai meno di dieci volte i costi di produzione, più spesso di 20, 30, fino a qualche centinaia di volte in settori come l’alta moda, ma anche togliere alle elites attuali in via di realizzare la sperata oligarchia multinazionale, buona parte della capacità di comando e di influenza che hanno acquisito. La robotizzazione è dunque da una parte rincorsa follemente, dall’altra diventa insensata e in ogni caso è molto distante dal creare il ciclo di crescita che solitamente è legato a qualche mutazione tecnologica: questo può avvenire solo se si gioca su domanda e offerta, ma in questo caso si aumenta l’offerta a scapito della domanda.

Così all’aumento della capacità produttiva corrisponderà un drastico calo della capacità di assorbimento dei prodotti stessi, cosa che del resto si sta già evidenziando. Disgraziatamente se le contraddizioni del sistema si accrescono e arrivano all’estremo, questo non produce un aumento del dibattito né culturale, né civile, né politico, tutte cose che il mercato come ente supremo ha fatto marcire sostituendole con un immenso campionario di varianti effimere, di creatività futili, di talentuosità conformiste. Di chicchere e chiacchiere ripetitive che sono agli antipodi della capacita di pensiero, dell’onestà etica e della consapevolezza.  Tutto questo quando invece, per uscire fuori dalle logiche della palude occorrerebbe un radicale cambiamento culturale che viene invece esorcizzato dal pensiero unico.  Sta diventando sempre più chiaro che non è la tecnologia a sommergere l’uomo come vorrebbe una nutrita schiera di illustri misoneisti novecenteschi e cattolicheggianti a loro insaputa, ma è la tecnologia ad essere utilizzata da uomini cui è stata amputata l’anima e trasformati essi stessi in automi del consumo. Se la robotizzazione ci spingerà verso le guerre le globali, la rischiavizzazione e un ritorno al primitivo oppure a una crescita di civiltà lo si dovrà soltanto  alla capacità di rovesciare il contesto ripugnante in cui essa sta maturando.


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