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Tre anni di solitudine

amatrice-ansa-1030x615Anna Lombroso per il Simplicissimus

“Non siamo residenti, siamo resistenti”. lo dicono quelli di Accumuli,di Amatrice, di   di Castelgrande  a tre anni dal sisma.

Lo dicono al vento che a Castelluccio soffia forte e mette a rischio la ardita opera architettonica chiamata Deltaplano che avrebbe dovuto far volare la ricostruzione e rilanciare attività economiche tradizionali, dando accoglienza alla distribuzione dei prodotti gastronomici locali e alle attività di ristorazione, crollate, chiuse e messe in ginocchio dal terremoto.

Soffia sulla strada  che collega i paesi del maceratese e Castelluccio, che viene riaperta solo di tanto in tanto,  ben guardata dalle forze dell’ordine,  tra i cordoli di cemento, le travi di ferro, fa tremare le vetrate della struttura – gli edifici sono 3-  di 6500 mq.,  già costata un bel po’ di quattrini stanziati dalla Regione con la modesta aggiunta di un dieci per cento del budget a carico di oculati sponsor,  tra tutti la Nestlè che ne ha fatto il tema di   in un battage pubblicitario per la rivitalizzazione dei luoghi mentre a  pochi chilometri di distanza licenziava 340 lavoratori della Perugina. Un’opera guardata con poco interesse e ancora più scarse aspettative dagli abitanti (120 secondo il censimento del 2011 ma solo una quindicina di persone fisse estate e inverno), molto contestata dagli ambientalisti,  ma sostenuta con grande determinazione dagli enti, Regione e comuni, che hanno diffidato più volte chi osasse diffondere notizie false sulla sua natura “solo temporanea” e  sui suoi intenti di promozione e valorizzazione degli operatori del territorio. Notizia false, fake, da denunciare e smascherare quindi, tra le quali  non credo si possa annoverare la constatazione  finora sono due le attività di ristorazione con tanto di numero telefonico sulle Pagine Gialle e che la commercializzazione dei giacimenti di beni e prodotti locali è a cura di un  supermercato (ne avevo scritto qui più di un anno fa:  Castelluccio, il deltaplano cadutoCastelluccio, il deltaplano caduto

“Non siamo residenti, siamo resistenti”, dicono le loro  nel vento perchè a scorrere i titoli della rete, le informazioni  sul dopo sisma e quelle sulla ricostruzione non occupano nemmeno le brevi in basso, salvo una iniziativa per una volta lodevole dell’Ansa che ha dedicato un corner alle notizia dal cratere. Dal quale si apprende che se ricostruzione e riavvio economico sono a “quota zero” saranno invece  innumerevoli le messe, le veglie e  le commemorazioni disertante senza troppi rimpianti e tante meno rimorsi da esponenti tutti ex governativi impegnati altrove in altre emergenze.

Apprendiamo anche che tra Accumuli e Amatrice dopo tre anni, la rimozione delle macerie è “quasi conclusa” salvo altri interruzioni  e incidenti di percorso “imprevedibili” come quando la ditta Cosmari ha dovuto interrompere i lavori per la presenza “sorprendente”  di amianto nelle macerie.

Apprendiamo anche nella parte marchigiana del cratere sarebbero  un’ottantina i cantieri per la ricostruzione pubblica   (scuole, ospedale, opere di urbanizzazione, dissesti, caserme e municipi) con un budget di 120 milioni  per 76 mila immobili colpiti in modo più o meno grave. Che fa meglio (sempre con i nostri quattrini, però)  la Diocesi competente, quella di Rieti  che sta “lavorando” per rimettere in piedi 70 chiese danneggiate dal sisma: 40 interventi, altri 15  in progettazione, 5 in esecuzione e 10 in fase di inizio lavori. Che su 8.168 richieste di fondi pubblici presentate, ne sono state approvate 2.420, cioè una su tre. Che 

Non apprendiamo invece proprio un bel niente dal sito per la Ricostruzione affidata al Commissario straordinario Farabollini succeduto a Errani e alla De Micheli, si direbbe nel segno della continuità, se non la  pubblicazione di ordinanze e circolari (più di 80) interpretative dotate di quel gergo indecifrabile e criptico che caratterizza i prodotti giuridici e amministrativi mirati alla semplificazione e che dovrebbero facilitare l’iter di richiesta delle agevolazioni fiscali in favore delle imprese e dei professionisti delle tre regioni del cratere per il periodo 2019-2020 (grazie a risorse pari a 142 milioni), la ottimistica enunciazione delle misure contenute nel decreto sblocca cantieri che prevede  le norme per “velocizzare” la ricostruzione, e in forma di cerotto sulla ferita aperta il via libera alla realizzazione di altre “case mobili”.

Non sarebbe invece ancora perfezionato il sistema di riconoscimento dei cosiddetti “danni lievi” che deve essere dall’assunzione di tecnici, almeno 350, dall’adeguamento del tariffario dei professionisti, dall’estensione dei benefici della Zona Franca Urbana, dall’affidamento al prezzo più basso delle gare fino alla soglia comunitaria, e parimenti dall’innalzamento della soglia per il ricorso alla procedura negoziata, oltre che dal rituale alleggerimento delle procedure burocratiche. E se questo vale per i “danni lievi” lascio all’immaginazione ipotizzare cosa sia accaduto e accada per quelli “gravi”, mortali, irreversibili. 

Così adesso sappiamo che è possibile sveltire, accelerare, semplificare, aggirare, affrettare mentre pare sia impossibile fare, realizzare, costruire e ricostruire secondo principi di qualità, efficienza e sicurezza.

Che Stati espropriati dell’autodeterminazione in materia economica sono condannati all’impotenza e all’inazione, o persuasi col ricatto, l’intimidazione o oscene blandizie a spendere male il poco che hanno per appagare appetiti padronali interni e esteri. Che governi e enti locali a volte non fanno per paura, a volte non fanno per indecisione, a volte non fanno perchè così non si sbaglia, a volte non fanno perchè anche senza saperlo si adeguano a un modello di futuro e di territorio nel quale i residenti, specie se sono resistenti, sono scomodi, molesti, quando non vogliono trasformarsi in inservienti, camerieri, guide, osti e affittacamere del grande parco tematico chiamato Italia.

Che solo a pochi dotati di mezzi individuali è concesso restare o tornare dove sono nati, riprendere attività e commerci, salvare beni e memorie, secondo quel regime di disuguaglianze in questo caso ancora più tragicamente inique.

E che si può essere stranieri e stranieri in patria a pari condizioni di emarginazione, invisibilità, disperazione.

 


Abruzzo in farsa

26_la-farsa-delle-armi-chimicheCi vorrebbe un Balzac del politichese per descrivere appieno non la comedie humaine, ma quella post elettorale che, se possibile, è ancora più stravagante e miserabile: così non c’è da stupirsi se in Abruzzo il mainstream abbia gioito per la sconfitta dei Cinque stelle e abbia tirato quasi un sospiro di sollievo per la vittoria di Salvini e della Lega dopo che per mesi aveva lucrato sul pericolo fascista che se ha una qualche incarnazione plausibile è proprio in Salvini e alleati fratel italioti. Lasciamo perdere il fatto che la sconfitta dei Cinque Stelle o del Mov come tende a chiamarsi adesso, fosse in parte scontata e quasi tradizionale in elezioni locali dove contano le cordate economiche o affaristiche e in un’area che è sempre stata – salvo le recenti parentesi – a trazione destra, persino quando dovette sopportare la macabra farsa del dopo terremoto. Un aiuto è poi venuto dai brancolamenti nel buio dell’esecutivo che parte dell’elettorato vive come un tradimento: ma questo deriva dal fatto che questa forza non è riuscita a costruire una credibile classe politica, ignara che certi  strumenti di dibattito interno sono validi all’alba e invece nefasti quando bisogna affrontare il mezzogiorno governativo e il territorio. Più che di sconfitta si può parlare di un mancato consolidamento e dell’ennesima occasione perduta.

L’unica cosa davvero significativa di queste elezioni in tempi di grande mobilità elettorale è palesemente un’altra, ovvero che il Pd anche in queste condizioni, per così dire favorevoli, non è riuscito a risalire la china perché come partito ha preso meno voti sia rispetto alle regionali del 2014 che alle politiche dell’anno scorso, arrivando a poco più dell’11 per cento. Un fatto clamoroso visto che almeno per cinque anni ha avuto le mani in pasta negli affari regionali. Tuttavia proprio questo dato è quello che rimane sullo sfondo, in alcuni casi nemmeno citato, come se fosse ovvio che i voti delle 7 liste civiche incluse nel cosiddetto centro sinistra e che hanno portato il grosso dei voti al perdente Giovanni Legnini, siano immediatamente riferibili in termini politici al partito di Renzi. Tutti sanno però che le liste civiche esistono solo per due fondamentali motivi: per fare da specchietto per le allodole oppure proprio per evitare di mettere il nome di un partito che non ha più appeal. Così il voto abruzzese è molto meno interessante di quanto invece non lo siano le analisi post elettorali, le quali chiariscono attraverso l’informazione portante di giornali e telegiornali unificati che non è Salvini, ma invece il Mov ad essere avvertito dalla razza padrona come un pericolo per lo status quo sia degli assetti locali che soprattutto per quelli nazionali,   Un pericolo non tanto per una dirigenza 5S, nata dal nulla e che si muove a tentoni senza trovare il bandolo della matassa, quanto per l’animus del suo elettorato. E questo purtroppo accade anche in tanta parte dell’opinionarismo di sinistra che fa una gran fatica ad accorgersi o ad ammettere che in queste elezioni la sinistra è stata del tutto assente, magari rifugiata in quel 22 per cento in  meno di votanti rispetto alla precedente tornata elettorale. E che si si rotola nella sua schadenfreude per il risultato del Mov, invece di pensare a come rientrare in gara.

L’insieme di questi dati dimostra ancora una volta che c’è una domanda politica che rimane insoddisfatta, che vi sono ampi spazi di non rappresentanza e tanta gente avverte chiaramente questo deficit senza tuttavia essere in grado di dare delle risposte conseguenti, non dico concrete, ma minimamente razionali tanto da rivolgersi a Salvini, magari con l’aiuto di persuasori manifesti, non considerando per nulla che il leader della Lega è stato e rimane un nordista secessionario, nonostante le strumentali aperture al Centro e al Sud che anzi gli servono proprio per portare a termini il progetto originario. Ma la confusione porta a darsi la zappa sui piedi, mentre quello strumento dovrebbe servire a dissodare il terreno per tentare di raccogliere qualcosa in futuro.


Inquinamento mancato, multinazionali chiedono i danni

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sono paradossi fenomenali che dovrebbero far capire anche ai più renitenti in quale realtà parallela e distopica ci hanno fatto precipitare.

Il giorno 13 Aprile 2013  più di 40 mila abruzzesi sono scesi in piazza a Pescara per contestare il progetto petrolifero Ombrina Mare   che prevedeva la trivellazione di sei pozzi di petrolio, l’installazione di una piattaforma a sei chilometri da riva e di una nave desolforante di tipo FPSO a nove chilometri dalle spiagge.  Il giacimento, scoperto una ventina d’anni prima, era stato rilevato prima dalla compagnia inglese Medoil e poi dalla Rockhopper, che ha segnato la sua “proprietà”  (stimata intorno a  40 milioni di barili di petrolio e 184 milioni di m3 de gas) con una piccola piattaforma allegramente colorata  a protezione, non solo simbolica, della testa di pozzo  a circa 6 chilometri dalla costa.

Le proteste della cittadinanza, con la quale si erano schierati sindacati, parroci, associazioni ambientali ma pure quelle degli albergatori,  erano state vane: il progetto di sfruttamento a fronte del  pagamento di royalty allo Stato e alla Regione Abruzzo in misura pari alle quantità estratte, aveva ricevuto il parere favorevole, a firma congiunta dei Ministri dell’Ambiente e dei Beni Culturali –  e scusate se è poco, della Commissione di Valutazione di impatto ambientale, che l’aveva approvato a condizione che venissero introdotti modesti aggiustamenti compensativi.  Accogliendo così le accorate osservazioni del vertice dell’azienda benevolmente ospitate sul Corriere della Sera   che rivendicavano le ricadute positive dell’intervento per la nostra irriconoscente comunità. E dire che a smentirli bastava farsi due conticini della serva, purché meno sottomessa dell’autorevole testata: l’Italia consuma circa 1.5 milioni di barili al giorno e il petrolio estratto da Ombrina nell’arco di 24 anni e se venisse interamente commercializzato da noi, basterebbe a soddisfare  fra le 2 e le 4 settimane di fabbisogno nazionale.

Così dopo tante traversie la benigna e generosa multinazionale nel dicembre 2015 si accingeva a mettere mano alle perforazioni, anche se non era stata resa nota l’ottemperanza delle circa 500 prescrizioni della Commissione Via basate, si disse, sulla attenta presa d’atto di centinaia di osservazioni pervenute da associazioni e comuni cittadini e in barba al risultato non decisivo magari, ma potente del referendum che aveva sancito un sentiment No Triv.

Invece, colpo di scena, lo stesso governo del quale fanno parte i due ministri Galletti e Franceschini, proprio nello stesso mese, fermava in via definitiva i progetti petroliferi nelle acque territoriali e quindi entro le 12 miglia, pari a 22,2 km. dalla costa e a fine gennaio il Ministero dello Sviluppo economico respinge la richiesta di concessione.

Beh, direte voi, per una volta hanno vinto i buoni .. o almeno il buonsenso che sorprendentemente ha albergato anche nella compagine governativa, persuasa della necessità di qualche gesto distensivo in grado di scongiurare il rischio dello sgradito referendum alle porte e dell’opportunità di rispettare sia pure occasionalmente una legge, in questo caso quella che  proibisce dal gennaio 2016 tutte le nuove attività di esplorazione e produzione a meno delle 12 miglia marine.

C’è poco invece da cantar vittoria. Rockhopper non ci sta a subire l’affronto e il Times informa che la multinazionale ha deciso di denunciare l’Italia  davanti a un tribunale di arbitrato internazionale perché le vengano riconosciuti “rilevanti danni economici” valutati sulla base dei profitti  persi e non sugli investimenti già effettuati.

Non occorreva il TTIP per confermare lo strapotere delle multinazionali, per consolidare  la loro occupazione finanziaria, imprenditoriale e perfino giudiziaria. E non se la prendono solo con i paesi straccioni, più soggetti a intimidazioni e umiliazioni, come la Grecia o noi, se il gigante svedese dell’energia Vattenfall reclama più di 3,7 miliardi di euro dalla Germania a parziale risarcimento della decisione di uscire dal nucleare.

Il fatto è che  l’avidità della cupola imperiale è incontenibile, muovono gli stessi studi legali che hanno l’incarico di dettare leggi a stati e parlamenti satelliti, per impugnarle quando la loro applicazione getta un granellini nell’ingranaggio del profitto e dell’accumulazione, che non può fermarsi per le risibili ragioni della sopravvivenza del pianeta. C’è bisogno di atti dimostrativi, di ricatti, di soperchierie e di minacce  per far sapere perfino alla terra e al mare chi comanda.

 


La ritirata d’Abruzzo

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Proprio come succede ai busti e alle statue equestri dei tiranni, finchè stava su  era un monumento celebrativo dello spitiro d’impresa, della iniziativa economica privata volta a distrubuire benessere e profitti come una polverina magica sulla collettività. Quando crollano, quelli sotto il peso della valanga della toria, questo della neve, rivelano di essere stati edificati sull’argilla, sulla palude della corruzione, della speculazione, dell’iniquità.

Così abbiamo conferma che il relais di Rigopiano si è collocato comodamente sugli antichi e fragili  detriti di  frane e valanghe compresa una particolarmente rovinosa verificatasi negli anni trenta, a dimostrazione di qualcosa che chiunque stia in montagna sa, e cioè che slavine, frane, smottamenti scelgono quasi sempre le stesse vie e gli stessi canali di sfogo della loro irruenza. Che, in ragione di ciò, è ipotizzabile che la sua realizzazione sia frutto di procedure segnate da leggerezza criminale, da deroghe colpevoli alla pianificazione e ai vincoli imposti  dall’appartenenza a Parco del Gran Sasso. A conferma che ormai l’urbanistica –  e l’attività edilizia – è stata retrocessa a un sistema negoziale tra amministrazioni e private, a metodologia di contrattazione   opaca mirata a appagare avidità insaziabili, rendite mai satolle di guadagno, in cambio di prebende, voti, consenso.

Intanto la Commissione Grandi Rischi lancia l’allarme, dopo aver pagato con la perdita di autorevolezza e credibilità la disinvolta sottovalutazione del rischio sismico all’Aquila, preconizzando scosse fino al settimo grado nel Centro Italia, che potrebbero mettere in pericolo la tenuta delle dighe e la stabilità delle scuole, proprio quelle che dovrebbero essere già interessate dalle misure eccezionali messe in campo dal governo Renzi. Toccando così la corda più sensibile dell’immaginario collettivo, anche se a rischio è praticamente tutto il patrimonio edilizio e immobiliare del paese, compreso quello monumentale, le aziende, le stalle, gli ospedali.

Dopo aver criminalizzato la decisione del Comune di Roma che ha detto no alla candidatura alle Olimpiadi, governo, istituzioni, alte autorità ne fanno pratica quotidiana per farci sapere che dopo tanta propaganda al “fare”, adesso è meglio l’inazione prudente, per fronteggiare a un tempo l’illegalità, il malaffare e la corruzione e, insieme, la minaccia di inchieste, ricadute giudiziarie, tali da mettere a repentaglio carriere e elezioni.

Meglio prendere tempo nella prevenzione, nella ricostruzione, nella pura e semplice azione, in attesa che la buriana si calmi, che gli inviati tornino in redazione, che si faccia strada la desiderabilità di soggetti forti, di personalità muscolari, di autorità speciali e onnipotenti in grado di legittimare un auspicabile regime eccezionale, “semplificato” tanto da contrastare l’egemonia burocratica  attuata mediante occhiuta vigilanza, non sufficientemente circoscritta dal depotenziamento della rete di controlli, dalle sovrintendenze alle comunità montane.  Meglio stare quieti e fare la manutenzione dell’emergenza grazie al sistema delle elargizioni e delle promesse: casette di legno tirate a sorte, che ancora non ci sono, per via del funesto accanimento del maltempo, camion di foraggio per il bestiame, che non arrivano perché non c’è il carburante, compreso quello che dovrebbe alimentare i generatori. Meglio andarsene dai parenti, emigrare, svernare negli hotel della costa, che tanto i terremotati dei paesi rappresentano una massa elettorale e di pressione trascurabile e la loro vocazione deve essere quella di fare le comparse in paeselli ricostruiti a uso turistico. Meglio svuotare le dighe, perché potrebbero avere le stesse caratteristiche criminali di quella del Vajont, così in caso di calamità non si andrebbe a “sfrucugliare” nel passato,   nella trascuratezza,  nella sottovalutazione, nella resa accertata ai comandi di padroni il cui delirio di onnipotenza si estende alle forze della natura, più incazzata di noi, pare, se ha ancora la vitalità per ribellarsi.

 

 

 


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