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8 marzo, meno di metà

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Per quanto mi riguarda l’altra metà del cielo possono tranquillamente tenersela per farci volare caccia e bombardieri, droni e missili, astronavi e shuttle.

Una volta pensavo di accontentarmi della terra, ma è evidente che non abbiamo ottenuto nemmeno quella.

Come non l’hanno conquistata tutti gli sfruttati, gli offesi, gli emarginati, i sommersi, i miserabili, gli arrabbiati, i visionari, i sognatori: dismesso o frustrato l’obiettivo della liberazione, le donne colpite due volte da rinunce, abiure, intimidazioni, repressioni, obblighi morali e comportamentali imposti da culture patriarcali al servizio del profitto, declinazione pubblica e privata del capitalismo, sono entrare ormai nella fase della pre-emancipazione.

Si, tornate indietro, perché quelle conquiste che parevano ormai consolidate sono compromesse alla pari e ancora di più che per gli uomini, da una recessione economica e sociale, da uno stato di coatta e virtuale necessità che impongono l’abdicazione volontaria di diritti, compreso quello di sognare, desiderare, aspirare,  quelli primari a cominciare dal lavoro, dalle sicurezze di posto e salario, dall’esprimere talenti e vocazioni. E perfino dei più dolorosi, retrocessi a turpi reati grazie alla comprensione per equilibrismi infami di coscienze sporche.

Non è paradossale se perfino il dovere e diritto di voto, quel traguardo raggiunto davvero col sangue delle partigiane, con la fatica  nei campi e nelle fabbriche, con gli stenti e la rinuncia in nome dei maschi di casa, ormai per noi, come per gli uomini,  è stato ridotto a pratica notarile per la conferma di scelte confezionate in luoghi nei quali la presenza delle donne, gregarie, incistate nei traffici opachi del potere, icone per la propaganda, entusiasticamente corree, dovrebbero far vergognare ogni giorno chi ha coltivato pregiudizi favorevoli sullo speciale contributo di quote rosa, sulle loro qualità e indoli di genere.

Non riesco proprio a compiacermi per fermenti e movimenti che si battono contro la violenza, se nutrono la parvenza di verità secondo la quale femminicidi, stupri, busse e crudeltà in casa e fuori sarebbero la reazione alla nostra nuova libertà, il risarcimento sanguinoso di chi non tollera l’autodeterminazione, la minaccia che si concretizza quelle che possono e vogliono decidere da sé e di sé.

Fosse vero, lo guarderemmo in faccia il nemico. Fosse vero potremmo  scendere in campo per la guerra dei sessi.

Mentre la guerra nella quale le donne sono nelle prime file, quelle che cadono subito ai primi spari di fucile, è quella di un impero che ha capi, generali e soldataglia, ma agisce con armamenti i più diversi, con misure e strategie che riducono la gente a merce e oggetti non solo sessuali, che inibiscono istruzione e cultura nel timore che favoriscano pensiero e anelito di indipendenza, che riducono garanzie e prerogative per manovrare legioni di schiavi da spostare dove è più redditizio, che tagliano assistenza affidata alla cura individuale delle donne, che hanno talmente deprezzato la vita da legittimare chi la compra, criminalizzando chi è costretto a venderla, da autorizzare chi la toglie a disperati, marginali, corpi nudi e senza documenti, da persuadere che qualcuno ne meriti il possesso, sia padre, marito, compagno, figlio, per una volta assimilato al ceto padronale, come vuole una cultura che ha fatto delle confessioni, tutte ugualmente oscurantiste, la giustificazione etica per catene, oppressione, limitazione di volontà e libertà.

Mi piacerebbe nutrire più speranze in un movimento che si proclama come globale, che dovrebbe motivare e coinvolgere donne sempre più isolate, sempre più condannate in casa dove viene loro concesso qualche part time parcellizzato, precario, non sindacalizzato, sempre più esposte a una mobilità incrementata da intimidazioni e ricatti, da forme di caporalato alle quali, è notizia di questi giorni, partecipano attivamente altre donne, sempre più costrette perfino alla cessione di speranze, vocazioni, aspettative come e più dei loro compagni.

Può bastare  il reddito di autodeterminazione, che assomiglia a quello di cittadinanza, accorgimenti  che nel migliore di casi possono addomesticare un sistema iniquo e ferino, quello che ha fatto della precarietà e dei suoi gioielli, vaucher, contratti a termine, contratti capestro, contratti unilaterali la sua ragion d’essere e la garanzia di sopravvivenza di chi ha ai danni di chi ha sempre meno? Non dovremo cominciare a pensare e costruire la libertà nostra e di tutti: migranti e donne migranti? Disoccupate e disoccupati? Precarie e precari? Abbattendo quei muri che hanno alzato così alti che quel cielo che dovrebbe essere di tutti non si vede più?

 

 

 

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