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C’era una volta l’Europa

il ratto d'europaLa giornata di dibattito organizzata da Eurostop su “Rottura dell’Unione Europea e sovranità economica” mi fornisce l’occasione per falsificare in senso popperiano miti o feticci di cui si circonda l’ Unione continentale e che contribuiscono ad ammortizzare le conseguenze di una politica elitaria, tesa alla disuguaglianza, a umiliare le conquiste del lavoro, a distruggere le tutele e la democrazia stessa in nome del mercato. Se infatti si volesse fare una sintesi estrema degli esiti della discusasione si dovrebbe giungere a una considerazione apparentemente paradossale, ma alla fine corretta e cioè che la Ue dovrebbe essere il primo nemico dell’internazionalismo e non l’alibi dietro cui si nascondono fin troppi sedicenti progressisti.

Non c’è davvero bisogno di analizzare i dati di fatto tanto essi sono drammaticamente loquaci e lo saranno ancora di più dopo le elezioni quando la spada di un governo diretto della troika sarà messo sul piatto della bilancia, quanto invece quell’aura mistica che ha acquisito una possibilità di Europa unita così come si che si è riproposta ad ogni successivo massacro bellico come il santo Graal della pace imperitura, erede diretta di Adam Smith e del capitalismo, ma anche un po’  un po’ dell’illuminismo e perfino di Marx negli ultimi trent’anni, come antidoto opposto all’idea di nazione, responsabile  dei confini, delle guerre, delle false divisioni, della negazione della Ragione o della lotta di classe, ancorché la democrazia stessa, la sua idea di diritto, di rappresentanza e di società si fondino ancora e completamente sulle realtà nazionali che di per sè non c’entrano nulla col nazionalismo.

Non sto qui ad elencare i disastri che il tentativo di eliminare le comunità nazionali in favore di un vacuo cosmopolitismo mercatista e schiavista: li conosciamo tutti e spesso sulla nostra stessa pelle. Quello che qui mi interessa è la decostruzione degli altarini votivi cementificati nell’immaginario delle ultime generazioni, ma già in cantiere dopo il secondo conflitto mondiale: è al loro influsso che si deve la pervicace resistenza a considerare fallita l’idea di un’Europa unita sulle spoglie della società democratica. Innanzitutto non si tratta affatto di un progetto internazionalista: in realtà si configura come estensione delle piccole patrie allargandone i confini, ma mantenendoli verso il mondo altro dell’Asia e dell’Africa, contro culture che non siano omogenee a quella specie di fenice che sarebbero le radici comuni. Lasciamo perdere qui la sociologia profonda che dà tutt’altri orientamenti e indicazioni, ma gli avvenimenti dell’ultimo decennio con l’esplosione di un neocolonialismo europeo in funzione di interessi economici proprietari toglie ogni dubbio riguardo al supposto internazionalismo europeo morto e sepolto fin dagli anni ’80. Questo per non parlare delle nuove ostilità che si sono create all’interno.

Ma anche rispetto al passato si hanno idee del tutto stravaganti: sembra che solo con Erasmus e con Schengen la gente si sia potuta muovere e spostare all’interno di un continente e non sia stata prigioniera dello stato di appartenenza o abbia potuto vendere i suoi prodotti, aprire attività, studiare altrove quando al contrario l’Europa è stato sempre fondamentalmente uno spazio aperto anche nel periodo di maggior fulgore del nazionalismo. Nei primi 3 decenni del Novecento, per esempio, la totalità dei laureati italiani in materie scientifiche passava consistenti periodi di studio (vero) e di specializzazione all’estero, mentre la stessa cosa accadeva per il 60 per cento dei laureati in materie umanistiche. D’accordo, alle università accedeva solo un’elite ristretta e quindi la situazione non può essere paragonata all’oggi, ma ci dà il segnale preciso che non è stata la Ue nelle sue diverse e successive  incarnazioni a crere un flusso di intelligenze. Ancora più sorprese possono venire dall’analisi dei flussi migratori che ormai da decenni è legata ai luoghi comuni dell’America e di Ellis Island con tanto di statua della libertà. Ma le cose non stanno affatto così: dal 1961 al 1940 per eliminare qualsiasi influsso del successivo mercato comune, 4.245 000 italiani sono emigrati in Francia, 1 361 000 in Germania, 1 933 00 in Svizzera e un 1 400 000 in altri Paesi europei contro i 6 080 000 emigrati in Usa e Canada nello stesso periodo. Insomma c’era un bel po’ di movimento attraverso le frontiere compreso un piccolo movimento in entrata di circa 500 mila persone, nonostante le due guerre.

Quello che voglio dire è che il libero flusso di persone, il libero scambio delle merci. la ricerca e l’intelligenza comune non ha per nulla bisogno della Ue e dei suoi trattati capestro o della sua moneta unica che favorisce i forti, ma può essere realizzato assai più semplicemente e razionalmente, attraverso accordi più leggeri ed egualmente se non più efficaci che lascino intatto il substrato di rappresentanza e di diritti dei singoli Paesi. Evitando la concentrazione della ricchezza, l’oligarchia di comando, la sottrazione di sovranità verso i cittadini che non se la vedono poi restituire sotto altra forma. Anche il gioco dei diversi interessi in mondo che è divenuto globale, può garantire un miglior equilibrio geopolitico rispetto all’oggi dove la totale resa all’imperialismo Usa, prodotto proprio dalle logiche oligarchiche, si somma ai mini imperialismi interni, creando le premesse di una radicale divisione. L’Europa esisteva quando Goethe riusciva a seguire, sia pure per sommi capi, la rappresentazione delle Baruffe Chiozzotte di Goldoni , quando Byron faceva il carbonaro o Shopenhauer si batteva, eccezione assoluta nella sua vita di misantropo, per l’unità di Italia o quando i moti di libertà e lotta si ripercuotevano lungo il continente.  Oggi esiste solo un consiglio di amministrazione che parla inglese.

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I negrieri della seduzione

CITYNEWSANSAFOTO_20180202161916948-2Nelle settimane scorse si era parlato dei braccialetti elettronici che Buana Amazon voleva mettere al braccio dei suoi dipendenti per guidarli e controllarli nella movimentazione dei pacchi e infatti verso fine gennaio l’azienda di Jeff Bezos ha brevettato lo strumento che fa degli uomini nient’altro che una coda dei sistemi informatici, anzi un elemento di integrazione software utilizzato perché costa molto meno di un sistema automatico. In realtà è solo l’ultimo passo verso la schiavizzazione cominciata molti anni fa se si pensa che già nel 2010, Walmart introdusse il “Task Manager” un programma che dice ai lavoratori cosa devono fare, in che tempi, stabilisce  se hanno rispettato le aspettative  e se non ce la fanno come accade assai spesso, fa scattare le sanzioni.

Proprio pochi giorni fa un corriere che lavorava per un’ azienda di trasporti collegata ad Amazon, Don Lane, è morto per diabete visto che l’azienda lo multava di una cifra equivalente a 180 euro, se perdeva tempo in ospedale a curarsi. Apparentemente si tratta di un tragico fatto di cronaca, ma in realtà questo episodio di estrema disumanizzazione ci fornisce una chiave di lettura del perché non ci sia una rivolta generale e distruttiva contro i negrieri contemporanei. Lane infatti sebbene impegnato a consegnare pacchi sotto l’occhiuto e totale controllo della sua azienda era formalmente un libero professionista. E la stessa cosa, con la caduta totale dei diritti del lavoro, vale in qualche modo per tutti quelli che vengono stritolati in questi meccanismi della metastasi contemporanea: nella realtà sono schiavi, ma nell’immaginario deforme che è stato loro inoculato e che costituisce l’unico orizzonte che possiedono, si pensano come imprenditori di se stessi. Dunque incolpano se stessi per le proprie condizioni di vita o le considerano come premessa necessaria a un futuro ed eventuale riscatto che li faccia passare da un’ipotetica altra parte.

Tutto il lavoro offerto durante l’era socialdemocratica, la relativa sicurezza economica, il senso di appartenenza, la vita sociale e politica sono stati completamente rimossi portando ad uno stato di quasi completa alienazione: è questo che permette al sistema neoliberista di resistere senza sviluppare più di tanto il sistema repressivo  perché il compito è ormai affidato alla seduzione che fa scomparire il nemico di classe dalla vista e dall’azione. Così il lavoratore oppresso è stato idealmente trasformato in un libero imprenditore, in un imprenditore del sé. Oggi tutti sono dipendenti autonomi nella propria azienda tanto che vengono chiamati collaboratori o assistenti ancorché siano messi alla catena per produrre profitti enormi al padrone e miserabili briciole per la propria sopravvivenza che sempre meno contempla anche la possibilità di riproduzione della forza lavoro. Ogni individuo è padrone e schiavo nello stesso tempo così che anche la lotta di classe è quasi diventata una lotta interna con se stessi. Oggi, chiunque fnon riesca  incolpa se stesso e si vergogna perché vede solo la propria esistenza e corporeità come problema, non la società nel suo insieme che è data nelle sue forme come fosse immutabile.

Del resto cosa c’è di meglio che una sottomissione spontanea alla dominazione? Cosa di meglio che schiavizzare non attraverso la privazione, ma con la sollecitazione senza fine dell’istinto desiderante? D’altro canto le nuove tecnologie oltre a renderci appendici robotiche dotate di braccialetti permettono un controllo pervasivo e assoluto di ogni aspetto della vita che del resto viene sempre più mercificata e commercializzata. Perfino molte forme di opposizione visibile lo sono. E’ un po’ come la totale cappa di conformismo e di miserabilità della vita intellettuale nella siamo immersi che viene confusa e nascosta con uno scoppiettio petiforme di talento, innovazione e creatività che nella quasi totalità dei casi consiste nel dare sfogo all’incompetenza profonda e ontologica dell’ess.

Certo forse c’è qualche ambito che può sfuggire a questa seduzione e che è in grado di lacerare il trompe l’oeil, forse le comunità urbane, forse alcune forme di volontariato, forse movimenti che combattono là dove le contraddizioni fra dominio e seduzione emergono allo scoperto, ma secondo alcuni intellettuali coccolati da Open Society la rivoluzione non sarebbe più possibile. Tuttavia questo sarebbe vero se si arrivasse a un controllo monocratico planetario se insomma il neoliberismo non trovasse più barriere nei rapporti di potenza e soprattutto nella diversità di cultura, soprattutto di quelle in qualche modo altre rispetto alle weltanschauugen di carattere occidentale.

E’ da fuori che può venire l’impulso a una liberazione per la quale abbiamo smarrito le chiavi.


Ottimismo padronale

progressoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Un terrorista fascista spara a raffica su un capannello di inoffensivi immigrati ricevendo il plauso di molti “esasperati” e il sostegno anche economico di formazioni che si candidano a entrare in Parlamento. Ma poi   un restyling delle coscienze intermittenti  è garantito grazie a monologo  in eurovisione declamato con perizia da attore prestato alla tolleranza dalla pubblicità di rigatoni e ragù.

E d’altra parte ci hanno tolto il libero diritto e dovere di esprimerci nell’urna, grazie al ripetersi di sistemi truccati e condizionati da una stampa corrotta e assoggettata, però ci si può sempre consolare  col televoto per canzonette e talenti in ascesa.

Tagliano i fondi per l’assistenza a malati, anziani e disabili, umiliano insegnanti  e ricercatori, ma in compenso siamo nella lista dei più entusiasti contribuenti alla spesa militare aumentata dal 2008 a oggi  del 25,8%,  e, incuranti di un pronunciamento referendario,  ospitiamo e sosteniamo 59 basi militari americane in Italia.

È vero  partecipiamo a missioni  di guerra che fanno strage di civili, appoggiamo l’ampio export di democrazia in paesi affamati e spaventati dai quali scappano quelli contro cui un “vendicatore” spara con molte attenuanti, ma è pur necessario che qualcuno possibilmente lontano dalla nostra superiore civiltà si sacrifichi  per una delle industrie ancora fiorenti dell’Occidente in crisi.

Di questi “pro e contro” parlava qualche giorno fa un articolo offertoci dalla Repubblica dal titolo eloquente: “Il 2017 è stato l’anno migliore”, a firma di un editorialista del New York Times (il quotidiano che dà del nonno della patria a Berlusconi) decorato con ben due  premi Pulitzer (rinascimento a ben vedere sorprendente quanto certi Nobel per la pace) e che ci fa sapere che la nostra, pur con qualche riserva, è l’età migliore della storia umana. Tanto che conclude ponendo al lettore la domanda: vorreste forse vivere in un altro tempo? Sottintendendo, evidentemente, “senza cellulare, tv e antibiotici e la possibilità di leggere in ogni parte del mondo sul web simili potenti baggianate.

La tesi ardita del Pangloss in salsa ketchp  è che è ben vero che il mondo va in malora, minacciato da catastrofi e dalla folle megalomania bellica (bontà sua) dei potenti della terra, però. Però, dice, la percentuale della popolazione mondiale che soffre la fame,  o non sa leggere e scrivere, non è mai stata così bassa. E pure i dati sulla mortalità infantile, o degli essere colpiti da antiche e mostruore patologie, lebbra, vaiolo mostrano un decremento. E, cito, ogni giorno, il numero di persone di tutto il mondo che vivono in povertà estrema (quelli che guadagnano meno di due dollari al giorno) scende di 217.000 unità, ogni giorno 325.000 persone in più hanno accesso all’energia elettrica e 300.000 persone in più hanno accesso a un’acqua potabile pulita. Aggiungendo che tra  quindici anni l’analfabetismo e la povertà estrema saranno quasi del tutto scomparsi.

Troppo impegnati nelle loro scaramucce i partiti in lizza hanno perso l’occasione di usare l’articolo come manifesto di propaganda del progressismo secondo Renzi e Barlusconi, quindi assolutamente uguale, come soffietto o “pubbliredazionale” in forza al loro modernismo ottimista, mutuato più da Jovanotti che da Voltaire. E che ogni giorno nel ricordarci i successi dello “svilupposmo”, quanto la benefica manina della provvidenza nell’elargire ai ricchi faccia cadere un po’ di polverina del benessere anche su chi non la meriterebbe per aver troppo voluto, rimuove controindicazioni e effetti collaterali, come sempre è successo d’altra parte nelle crociate di conquista e nelle predazioni, quando è poco elegante contare vittime e rovine a fronte dei profitti per i signori della guerra e dei prodigi delle ricostruzioni.

Non hanno capito che il loro modernismo ha fallito, quando non solo i disfattiti o gli stanchi e arcaici cascami di velleità rivoluzionarie hanno decretato la fine dell’ideale del “progresso” e delle sue illusioni troppo iniquo, impari e disuguale per accontentare tanti,  quando troppe sono le vittime della globalizzazione: lavoro, identità, garanzie, diritti, dignità, autonomia, sovranità di popolo. E quando nel rimpiangere le lucciole e un mondo popolare cancellato dal consumismo, guardando i ragazzi di vita e i borgatari traviati da miti e modelli imitativi dei ceti immersi nel benessere e nell’accesso libero a  merci, ambizioni e soddisfazioni personali, non abbiamo capito che quel sogno sarebbe arrivato a altri mondim a altri popoli a altri giovani, a altre donne, che rivendicano il diritto a ottenere risposta a bisogni, aspettative, aspirazioni.

Viene da quel milieu, da quel blocco sociale col culo al caldo a nostre spese, da quella “società delle garanzie consolidata grazie alle nostre rinunce, da questo nucleo forte di beneficiari del progresso, mantenuto grazie al nostro regresso, l’invito quotidiano a guardare alla melassa nel bicchiere orami mezzo pieno sì ma di purga, di beni, desideri, speranze. Come se ognuno dei risultati che ci concedono non lo pagassimo con la cessione di qualcosa di prezioso: sicurezza in cambio di libertà, paga in cambio di garanzie, casa in cambio di infiniti debiti sotto un regime di ricatti, cure in cambio della rinuncia a quanto abbiamo negli anni investito in servizi e assistenza, le opportunità miracolose assicurazioni private in cambio delle pensioni,  grandi opere, monumenti alla speculazione e alla corruzione in cambio di città e ambiente  sani e degni di viverci. E la prospettiva di una caverna buia e fredda in cambio dell’utopia che sognavamo e cui abbiamo diritto.

 

 


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