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Chi di smartphone ferisce, di smartphone perisce

Teenager-mobileIn questi giorni ha suscitato un certo interesse l’intervista al giurista Ugo Mattei fatta da Byoblu che spiega perché da quache tempo non si possa più togliere la batteria agli smartphone: perché il sistema non può permettere che siate in qualche modo disconnessi. Sebbene da un punto di vista tecnico non è una risposta del tutto soddisfacente ( vedi nota) e l’impossibilità di cambiare la batteria è volta più a forzare l’obsolescenza programmata di quei veri e propri terminali che sono diventati i telefonini, da un’angolatura più generale essa calza a pennello al mondo contemporaneo sorvegliato, guidato  e socialmente controllato a partire da alcuni centri di potere tra di loro collegati che partono dai gestori di telefonia per passare attraverso le major che gestiscono la ricerca web e i social. per finire ai grandi server madri che gesticono il traffico e che di fatto sono controllati del governo Usa. Questa governance reale che di fatto è l’impalcatura di sostegno del capitalismo contemporaneo è diventata la vostra reale proprietaria e anche la fonte di ogni giurisdizione.

Come sia forte questa capacità di condizionamento  e dunque anche di nascondimento della stessa lo dimostra il fatto che mentre cresce l’ossessione per la privacy del computer, dello smartphone e ormai pure dei televisori e dei frigo, tanto da spingere i produttori a proporre, naturalmente a caro prezzo, soluzioni di sicurezza anti coniuge o colleghi o genitori, che vanno  dall’impronta digitale e quella facciale e persino a quella dell’iride, di fronte all’abolizione della batteria estraibile che pure qualche interrogativo dovrebbe suscitarlo, l’unica domanda che ci si pone è come riavviare un telefonino andato in tilt, cosa che prima si faceva semplicemente togliendo l’accumulatore. Del grande fratello che conosce tutti i tuoi movimenti, le tue spese, le tue lettere, persino i tuoi amorazzi, nessuno si occupa, anzi nessuno ne vuole sapere nulla per non dover agire.

Naturalmente tutto questo ha bisogno di grandi capacità di calcolo e sempre di più anche di una gestione intelligente diventata impossibile per gli umani. Così veniamo alla notizia di qualche mese fa che al contrario dell’intervista a Mattei è rimasta in sottofondo ed è stata poco valutata: l’intenzione espressa dal leader cinese Xi Jinping di fissare il prossimo obiettivo del Paese di Mezzo nella battaglia per la supremazia nell’intelligenza artificiale. Già la Cina ha superato gli Usa per potenza di calcolo globale e per capacità dei singoli supercalcolatori, ora entro il 2025 vuole  diventare prima della classe anche nell’evoluzione intelligente dell’informatica, un obiettivo che è perfettamente alla sua portata non solo delle sue scuole eccellenti (i cui studenti regolarmente battono quelli americani) ma anche del flusso economico visto che la Cina ha il primato nel campo delle trattative economiche online e detiene il 40% dell’e commerce planetario. Questo per non parlare dei successi nel campo del riconoscimento vocale già più avanti rispetto alla Silicon Valley, dei droni o anche dei veicoli senza conducente, cose sulle quali il cittadino occidentale non viene minimamente edotto, portandolo a pensare che queste cose nascano e si facciano solo in occidente. La risposta di Trump è stata quella di ridurre dell’ 11% i finanziamenti pubblici alla ricerca sull’intelligenza artificiale e del 20% quelli dedicati alla ricerca in genere, in maniera da trovare soldi per i voraci azionisti e la loro ulteriore detassazione.

Come però abbiamo visto non si tratta solo di progressi da sventolare e da commercializzare, si tratta di acquisire una superiorità in ciò che è divenuta la trave portante del capitalismo finanziario ormai impossibile da immaginare in sé e nei suoi massacri di civiltà senza intelligenza al silicio. Solo Putin sembra aver compreso lucidamente che “chi dominerà l’intelligenza artificiale dominerà il mondo”, ma non le elites occidentali che ormai sono volte al massino profitto possibile in un modo che coincide anche col loro suicidio, una volta perso il monopolio del controllo.

Nota In realtà i telefonini possono avere  anche una batteria supplementare piccola e nascosta per alimentare l’orologio ovvero il chip di clock e perfettamente in grado di inviare ad intervalli i burst che permettono alla rete cellulare di essere sempre pronta a trasmettere e a sapere quanti dispositivi (e quali) sono in zona pure a telefono spento o nei vecchi sistemi anche senza la batteria principale e senza sim. Inoltre non è difficile isolare completamente uno smartphone anche senza togliere la batteria: è sufficiente usare il metodo cartoccio ai frutti di mare: ricoprirlo con tre strati di comune carta di alluminio da cucina sigillandolo bene da ogni parte e porlo in una scatola di metallo come quelle d’antan dei biscotti, anch’essa sigillata attorno alla chiusura con nastro adesivo all’alluminio o ancor meglio mettere l’apparecchio con il suo “cartoccio” in uno shaker d’acciaio. Nemmeno gli alieni saranno in grado di rintracciarlo.

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Opera di massima sicurezza

scala 2Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ma  li avete visti coi loro pomposi abiti di scena, tutti imbellettati come mascheroni, incoraggiati ad esibire diamanti e zibellini dalla messa in sicurezza del teatro convertito in fortezza blindata contro lo sciagurato antagonismo che osava minacciare la vice ministra entrata alla chetichella, ben contenti di ascoltare un’opera soporifera che aveva il merito ai loro occhi di mettere in luce i danni delle rivoluzioni che oscurano la ragione e pure la poesia?

Parevano  usciti dall’album di famiglia della maggioranza silenziosa, spaventata ma arrogante, con le  nuove Luisa Ferida, i commendatori e le loro sciure, qualche festosa creativa in cerca dei 5 minuti di notorietà, banchieri marginali, una Milano da bere retrocessa al vermuttino in galleria con in testa il sindaco molto indagato e ciononostante irriducibile nella narrazione  di quella  credenza talmente ben propagandata da essere entrata a buon diritto nell’album  della nostra autobiografia nazionale: il mito cioè della capitale morale alla quale si dovrebbero affidare le redini del paese per restituirgli autorevolezza e credibilità internazionale, fama e prestigio nel mondo dell’economia, e perfino della cultura, dopo il conclamato fallimento politico e civile di Roma, segnata da una gestione occasionale e scalcinata, e che, ad onta di antiche  nomee – Capitale corrotta, nazione infetta – viene diffusamente presentato come fenomeno patologico nuovo, originale e inguaribile.

Una leggenda difficile da smentire, altro che fake news, malgrado si sia saputo il perché dell’esito dell’estrazione a sorte dell’Ema, ospite d’onore presto sostituito nell’immaginario dell’establishment dalla Goldman Sachs,  benché si sprechino notizie che raccontano come l’hinterland sia infiltrato capillarmente da varie tipologie mafiose, malgrado la questura abbia impresso un giro di vite per contrastare l’occupazione militare del racket nei bar e ritrovi del gran Milan.

Perché se è vero che, come disse una volta un capitano dei carabinieri, tutto quello che non è Calabria, Calabria è destinato a diventare, ci sono analisi dell’antimafia che confermano la profezia sull’esposizione di istituti di credito a ingressi di colletti bianchi della ‘ndrangheta, sulle acquisizioni da parte di clan mafiosi di aziende sofferenti da trasformare in comodi prestanome, sulla potenza del racket che impone la sue rete di gorilla e buttafuori, vigilantes anche nelle vesti di incendiari, che taglieggia negozi fino a che i proprietari e esercenti si arrendono e li cedono a qualche organizzazione malavitosa spesso al servizio di imprese multinazionali e firme insospettabili, e che rivelano perfino  primati guadagnati nel mercato dei permessi falsi per immigrati. A conferma che si tratta di un territorio e di un tessuto sociale che non possiede i necessari eppur conclamati anticorpi, anzi…

Per quello colpisce la fiducia attribuita all’apparizione di Pisapia nella grotta dei madonnari in cerca di un leader di elevata statura morale, alla guida di una sinistra garbata ed educata ma capace di imprimere una svolta sia pure gentile e addomesticata.
Mentre le sue prestazioni dopo le promesse di rottura col passato all’atto della candidatura a sindaco, non avrebbero  dovuto persuadere nessuno  a cominciare dalle sue responsabilità nell’esecuzione minuziziosa dell’Expo in veste notarile, da addetto alla  concretizzazione e conformità del grande evento con il dettato della grande sponsor Moratti, per non dire della definitiva trasformazioni di Milano nella capitale della deregulation urbanistica, grazie all’attenzione riservata alle pretese dei veri dominatori della città: finanzieri, corporazioni commerciali, imprenditori e impresari edili, tanto che a detta di urbanisti ed architetti non ancora arresi al dominio proprietario, se  c’è oggi una città esemplare della licenza edificatoria come una volta Roma, è Milano.

Favorita anche dalla consegna megalomane dei luoghi alla progettualità di star straniere, estranee alla storia e ai contesti urbani, quelle che, senza un piano particolareggiato,  hanno  “integrato” i tre (uno è in ritardo) insensati grattacieli di una City Life (la prima «Nuova Milano») sull’area dell’ex-Fiera, attorniati  da impressionanti cataste di falansteri che qualcuno ha paragonato  alle mostruose navi da crociera che ogni giorno attraversano pericolosamente il corpo di Venezia, replicando così il paesaggio di Dubai, di Doha, del Quatar, perfettamente congruo peraltro, visto che è il fondo sovrano del Qatar il proprietario unico di quella parte di Milano.

Sono  di quella risma i nuovi padroni di casa – così  si sono auto definiti in occasione della fastosa inaugurazione. E non stupisce se si considera che gli abitanti se ne vanno dal centro, per gli stessi motivi per i quali vengono espulsi i veneziani, che lo sviluppo occupazionale riguarda è vero il comune centrale, ma che, dopo che l’industria manifatturiera ha abbandonato il capoluogo almeno a partire dagli anni ‘70, per motivi di ristrutturazione, di riconversione ma soprattutto di delocalizzazione, è  sempre più rivolto ai servizi finanziari, di comunicazione e della moda e non essendo in grado di incrementare  in modo significativo un terziario qualificato che non sia quello puramente commerciale.

Una Milano senza milanesi, una città senza cittadini, è così che la vogliono quelli che ieri sera erano asserragliati nella loro cittadella del privilegio, mezze figure che trovano il loro Andrea Chenier in Fabio Volo, il loro Stendhal in Severgnini, la loro Brera nelle vetrine delle grandi firme di Montenapoleone. Ma sotto sotto hanno una gran paura che prima o poi arrivi Robespierre.


Trump, lo scrociato

dtrump-picLa legge del contrappasso in qualche caso funziona e così oggi vediamo che il seminatore di caos è nel caos: la mossa di Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele è quella sbagliata nel momento sbagliato perché ribadisce come nemico il mondo arabo mussulmano e se lo aliena ulteriormente proprio nel momento in cui gli Usa devono far fronte alla sfida geopolitica del centro asiatico. Ma l’impensabile sconfitta in Siria, l’inatteso stallo in Ucraina, il non previsto avvicinamento tra Cina e Russia anche in funzione antidollaro come conseguenza immediata delle malversazioni arancioniste a Kiev,  la sostanziale impossibilità di intimorire davvero la Corea del Nord, l’allontamento di alleati come la Turchia, il fallimento degli accordi con l’Iran sono stati colpi duri da incassare e sono stati resi ancora più gravidi di conseguenze negative dalla nullità dell’uomo Trump, dal suo isolamento rispetto all’apparatnick liberista che conta, dalla sua necessità di aggrapparsi a qualunque appiglio compresa la potente lobby filoisraeliana in America che per inciso ha poco a che fare col popolo israeliano stesso (il 61 % accetta Gerusalemme come città divisa) la quale dopo aver usato lo butterà a mare alla prima occasione. Così gli Usa sono cascati nella stessa trappola che avevano e apprestato con conseguenze enormi nell’equilibrio mondiale nel medio periodo, per giunta gettando la maschera e proclamandosi come unici deputati a stabilire persino le capitali.

Non parlo di attentati e proteste o anche di scontri a fuoco, ma del fatto di essersi definitivamente conquistati l’inimicizia di appena un miliardo di persone che alle origini di questa strategia dovevano invece costituire un cuscinetto tra contro i nuovi e per la verità più ragionevoli pretetendenti alla spartizione globale. Certo la mossa creerà al momento qualche problema a Putin o persino all’Iran, ma se qualcuno pensa che di poter contare nel tempo sul favore delle petromonarchie del golfo, cui peraltro gli Usa fanno concorrenza con lo shail,  e che grazie a loro l’odio del mondo mussulmano possa essere disgregato, sedato o depistato si sbaglia di grosso.

Naturalmente tali conseguenze ci saranno anche per l’Europa, ormai scomparsa dai radar di qualsiasi politica estera e completamente assorbita dalla Nato, che si troverà a far fronte con questa ennesima mossa cieca. Forse il miglior commento è stato quello del ministro degli esteri tedesco Peter Gabriel che una settimana fa, quando la decisione di Trump di fare questo passo era già nota anche se non ufficiale, ha approfittato di un convegno di politica estera a Berlino per fare  il punto complessivo della situazione occidentale  gli Usa ” non vedono più il mondo come una comunità globale, ma come un’arena in cui ognuno deve cercare il proprio vantaggio e per di più nessuno si è rivolto all’Unione europea” perché essa non rappresenta più specifici valori. Il ministro ha concluso affermando che se questo è il quadro generale, “occorre tracciare linee rosse basate sui nostri interessi”.

Certo in quanto dimissionario e in carica per gli affari correnti Gabriel può permettersi maggiore libertà di parola, ma non è un mistero che  in Germania si guardi con estrema preoccupazione alle manovre americane per isolare l’Europa e soprattutto il suo centro dalla rinascita della multipolarità, dall ‘influenza e dal protagonismo di nuove potenze e vecchi imperi come la Russia, la Cina, l’Iran, la stessa Turchia. La Germania come del resto anche altri Paesi del continente, esclusi quelli privi ormai di una loro politica e di una loro auronomia interna, non vuole assolutamente essere esclusa da questo nuovo mondo, da questa nuova rete di rapporti, ma è costretta ad adeguarsi ai diktat di Washington che con le sue sanzioni e le sue guerre, le sue strategie sta frantumando il suo stesso mondo: sia le sue radici intellettuali, ovvero l’Europa, sia parte della sua  stessa popolazione costretta a vedere persino la nascita di una nuova forma di nomadismo su camper. Del resto quando le elites Usa e quelle di rincalzo europee hanno fatto proprio un modello di economia astratto, ingiusto e per giunta anche scadente come quello neo liberista, hanno decretato il loro inevitabile declino.

 


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