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Capri devoluscion

capri (1)Se volete proprio avere cognizione di come sia caduta in basso l’intellighenzia italiana nel suo senso più esteso, non c’è niente di meglio che sopportare stoicamente la visione di Capri Revolution, l’ultimo film di Martone: al momento vi sembrerà di aver sciupato due ore della vostra vita, ma poi piano piano capirete che questa operina pretenziosa, noiosa, servile e ignorante, è lo specchio di come siamo ridotti, di un progressismo che sembra la posa esausta dopo dopo aver fatto il caffè, della più terribile chincaglieria culturale smerciata come gioielleria d’alto bordo, della cortigianeria verso i padroni della lanterna magica. Perciò ha avuto anche i suoi premiucci e il coro delle capre che annunciano la tragedia italiana. Il tema del film mi interessava perché tra gli ultimi decenni dell’Ottocento e fino alla prima guerra mondiale, l’isola era stata una meta di grandi intellettuali provenienti principalmente dalla Germania e dalla Russia: così che per un certo periodo a Capri ci si potevano trovare Alfred Krupp il dio dell’industria metallurgica tedesca, venuto via da Essen dopo uno scandalo sulla sua omosessualità, insieme a Maxim Gorki e a Lenin, (c’è un famoso video di una partita a scacchi tra il futuro capo della rivoluzione d’ottobre e il filosofo  Alexander Bogdanov),  pittori maledetti come Diefenbach, scrittori come Alex Munthe, Thomas e Heinrich Mann, Walter Benjamin (quelli che gli ignoranti citano come Bengiamin ma ho sentito anche Bingiamain), Bertold Brecht o se vogliamo anche Curzio Malaparte il cui vero nome era Kurt Erich Suckert e un’altra infinita schiera di personaggi tutti può meno provenienti dalla Mitteleuropa o dalle grande Russia pre rivoluzionaria. Inglesi e francesi furono rari e di terzo piano in questa straordinaria stagione che fece dell’isola uno dei laboratori intellettuali più affascinanti d’Europa oltre che un’incubatrice dei fervori di cambiamento.

Era questo che mi aspettavo e invece con orrore si tratta di una banalissima quanto scontata storia che si svolge alla vigilia della grande guerra, tra gli abitanti locali rappresentati come primitivi i e un gruppo cialtronacci inglesi modellati sugli hippy e sulle sette californiane, che fanno da pigmalioni alla capraia locale la quale alla fine, dopo aver imparato a leggere e scrivere, se ne parte verso la civiltà, ovvero verso l’America. Tra questi due mondi che rappresentano nella maniera più grossolana immaginabile i due poli de Il Postino di Troisi, si situa una sorta di evoluto medico condotto che sembra opporsi sia al vaniloquio hippico, accreditato tuttavia di verità nel film, sia al primitivismo della capraia che man mano si stempera con sesso e progresso del nerboruto e glaucopide adoratore del sole nonché sciamano del gruppo. Anzi è proprio il medico condotto che fa da calamita e da prospettiva  alla fitta siepe di cliché, luoghi comuni e banale ignoranza scolastica di cui gronda la pellicola che prende alla gola ogni secondo dei 7200 inferti allo spettatore: egli parrebbe  un progressista di tipo socialistoide, ma intanto vuole la guerra perché, egli ci spiega, se vincessero gli imperi centrali sarebbe la dittatura in tutta Europa. Qui è fin troppo evidente che avviene la saldatura tra il mito bellicista dannunziano e la grossolana narrazione storica a stelle e strisce: se per caso il regista si pregiasse di uscire dal suo zibaldone di idee precotte forse capirebbe che la Germania del tempo era assai più avanzata socialmente di Francia e Gran Bretagna visto che già vi esisteva uno scheletro di stato sociale altrove sconosciuto e quanto alla forma anche la Gran Bretagna, l’Italia, il Belgio, l’Olanda, la Russia zarista, insomma la quasi totalità dei belligeranti aveva la forma monarchica più o meno alleviata da statuti. Il non senso è il collegamento idiota di quella Germania, al nazismo con un’operazione di trasformazione coatta della storia.

Ma questo deve essere nel dna di una certa intellighentia che sembra dotata di un infallibile navigatore di luoghi comuni con le carte fornite da Hollywood, perché il capo degli hippy antelitteram – sotto fenomeno molto modesto rispetto al quadro generale –  sembra in qualche modo evocare la figura di Karl Diefenbach, che effettivamente aveva messo in piedi una specie di comune –  sul modello di quelle da lui fondate prima a Vienna (imperi centrali, ricordate?)  e in seguito a Lugano – non può essere tout court assegnato a quella cultura mitteleuropea così scioccamente confusa col nazismo ed è quindi rappresentato come ragazzotto inglese per l’inclito pubblico ormai storicamente più zotico della capraia. Oltretutto l’opera di anglicizzazione può favorire il reperimento di fondi in un mondo dominato dalle major nordamericane o anche premi oltre atlantico dove il servilismo culturale è giustamente apprezzato: se Benigni non avesse fatto liberare Auschwitz dagli americani invece che dai russi come è realmente accaduto, col cavolo che prendeva l’oscar. Per quel che vale: dal punto di vista del gusto e dell’arte meno di zero. Ecco cosa siamo diventati lacché crepuscolari.

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Attorno alla merda di elefante

A_Pile_of_Dung_CakesUna vecchia barzelletta,  risalente agli ’70, racconta di uomo il cui lavoro consisteva nello spalare e smaltire la merda di elefante dopo il passaggio del circo, attività che lo faceva puzzare terribilmente, nonostante tutti i tentativi di togliersi di dosso l’odore penetrante che teneva a distanza le persone. Così un vecchio amico gli chiese perché continuasse a fare quel lavoro e non si dedicasse ad altro, ma lo spalatore rispose: “Cosa? E dovrei rinunciare al mondo dello spettacolo?” In realtà più che una storiella ironica sulla voglia di apparire ad ogni costo che già cominciava fare i suoi danni, essa delineava genialmente piano di battaglia del neoliberismo che alla fine di quel decennio si stava sviluppando con lo straordinario vigore delle erbacce: spalare merda di elefante con la convinzione di essere dei vincenti o dei protagonisti, sopportare qualsiasi sfruttamento in vista di una quasi inesistente possibilità di entrare nell’eden dei ricchi e/o famosi invece che cercare attraverso le battaglie sociali di diminuire per quanto possibile le disuguaglianza era  la chiave per dare una spallata psicologica alle socialdemocrazie, cosa che infatti avverrà nel giro di pochissimo con Reagan e la Thatcher, oltre che con il dissolvimento dell’Unione sovietica.

In fondo non ci vuole molto, basta agitare il bastone con chi resiste e la carota con gli illusi, basta trasformare attività inutili e/o superflue con titoli altisonanti inventati dalla “burocratia” privata e aziendale, meglio se nella lingua originale degli inganni, basta far credere che il nulla sia considerato creativo e innovativo, che il nuovo senza qualità sia un valore in sé. Del resto quando quella barzelletta cominciò a circolare era ancora viva la speranza, peraltro ben fondata che il progresso della tecnologia avrebbe diminuito di molto gli orari di lavoro, anzi in Gran Bretagna e in Usa si era calcolata una settimana di 15 ore proprio per il novero di anni che viviamo adesso. Questa ovviamente era una prospettiva nata all’interno della socialdemocrazia, ma non stava affatto bene ai padroni del vapore che avrebbero visto calare i loro profitti e comunque il loro peso e la loro influenza sulla società. Così dopo 40 anni bisogna constatare il fallimento di quelle distopie ancorché il progresso tecnologico ci sia effettivamente stato e forse in maniera superiore al previsto: oggi chi lavora, lavora molto più di prima per un salario minore, mentre cresce la massa di disoccupati, sotto occupati, nulla facenti dietro prestigiosi biglietti da visita oppure illusi resilienti ad ogni realismo che svolgono attività del tutto superflue. Il tutto tenuto insieme dalla orrida subcultura della masterizzazione e delle università in gran parte ridotte a licei fuori tempo massimo o a scuole professionali di modesta capacità.

Come mai quello che allora pareva un futuro inevitabile si è tramutato in questo presente che non ha nulla da invidiare alle deiezioni pachidermiche? In parte questo sembra dovuto all’iperproduzione  e all’iper profitto, ma al fondo si è trattato di una scelta politica delle elites economiche nord americane ed europee che temevano l’impatto sociale di una popolazione con salari decorosi, con lavori effettivamente utili e con molto più tempo libero rispetto al passato: per quanto i meccanismi di persuasione consumistica potessero diventare sofisticati, per quanto essi – come poi è effettivamente avvenuto – possano essere usati nel politico, tutta la struttura capitalista ne sarebbe stata profondamente scossa e assieme ad essi la galassia padronale comprese le forze politiche di riferimento. Quindi so è scelta un’altra strada, ma adesso, a quasi mezzo secolo dall’inizio di quel processo, ci si trova davanti al problema di una progressiva e oggettiva diminuzione del lavoro umano sia nella manifattura, che nei servizi e persino della progettazione, così che il lavoro inutile e/ o quello sottopagato. ovvero il lavoro più controllabile per definizione, non basta più a colmare i vuoti di domanda aggregata che si sono formati. Dunque il controllo sociale può essere assicurato solo con derive autoritarie di vario genere, poiché la libertà è divenuta esclusivamente la libertà del capitale: derive che comprendono anche quelle nascoste solo il velo di aggregazioni politiche ed economiche dove la rappresentanza è puramente rituale. Tra pochi giorni saremo comparse in questa rappresentazione e di certo non vogliamo uscire dal mondo dello spettacolo. Mano alla pala.


Ceffi e ceffoni

carlo-calenda-quarto-stato-1125096Anna Lombroso per il Simplicissimus

Tra coniglietti, colombe, ovetti colorati abbiamo avuto modo di sapere che un padre ha spaccato il naso alla figlia curiosa che aveva aperto l’uovo in anticipo, che anche la sorella di Giuseppe stava per seguire la stessa sorte, ammazzata di botte dal patrigno. E che le maestre erano a conoscenza di quello che si consumava in famiglia, ma hanno taciuto forse per non lederne la privacy, minacciata da quell’intrigante di Assange, più pettegolo della portiera dello stabile della giornata particolare di Scola.

E abbiamo anche appreso  che Carlo Calenda ha appioppato un solenne schiaffone al figlio reo di aver offeso la madre, appena andato, probabilmente su commissione, a rendere il dovuto omaggio alla rock star dell’ambientalismo. La  performance dell’illustre esponente del partito riformista così impegnato sul fronte dei diritti civili come dell’istruzione, ha ricevuto poche reprimende:  e vorrei anche vedere che un esponente di una dinastia influente nel mondo della cultura venisse sottoposto al pubblico giudizio per la sua pedagogia, rivendicata sui social in risposta a una provocazione di Giuliano Ferrara, come in uno di quei duetti tra intelligenze che erano di moda dei salotti illuministi.

Ieri, scrive su Twitter il candidato di “più Europa” – come fosse Rousseau, quello di Emile, non quello della piattaforma  – riferendosi al figlio:  “per l’appunto si è beccato un bel ceffone per aver risposto male alla madre. E gli ha fatto un gran bene”.

Sia pure con un certo gap generazionale, i due neo-enciclopedisti gettano alle ortiche le belle medicazioni antiautoritarie, il bagaglio del ’68 che con tutta evidenza trattano come una paccottiglia polverosa e diseducativa, preferendo l’educazione, più corporale che “fisica”, che veniva impartita perfino per legge ai figlietti della lupa, alla scuola di militanza attiva ricevuta dai “pionieri”, che la domenica distribuivano l’Unità col babbo e non mancavano mai alle feste di piazza del 25 aprile, anche quello diventato una cianfrusaglia molesta e divisiva.

Si dice che i padri che menano sono figli di padri che menavano. Ben poco si sa di babbo Fabio, ma è lecito nutrire qualche dubbio che il piccolo Carlo abbia ricevuto “salutari” sberle dalla nota mammà così impegnata sul fronte della lotta alla recrudescenza fascista incarnata dal governo gialloverde. O che l’augusto fanciullino reduce dal set dove impersonava Enrico, abbia subito qualche cinghiata formativa dall’esimio nonno, proverbialmente attento ad ascoltare la voce dei bambini per diagnosticare i mali dei grandi, sì da volerla restituire e con il valore aggiunto della visibilità offerta dai social,  in modo che alla punizione corporale si aggiunga anche la istruttiva gogna.

In attesa del prossimo selfie che testimoni più delle assise di Verona l’impegno del Pd per la salvaguardia dei valori familiari e per la loro trasmissione giù per li rami, c’è da azzardare l’ipotesi che Calenda sia proprio così per indole, che ce l’abbia nel sangue di maltrattare gli inferiori, come si addice a un padre-padrone, che non gli basti esprimere la sua proterva e tracotante “supremazia”, nutrita nel delfinario dei salotti del generone, nei confronti dei dipendenti dell’Alitalia, degli operai dell’Ilva, dei cittadini di Taranto, dei pendolari condannati ai carri bestiame in favore dell’alta velocità,  facendo esercizio di sopraffazione anche nel tempo libero e tra le mura domestiche, per  erudire il pupo su chi comanda, indottrinamento necessario e doveroso da impartire per addestrare a fare lo stesso in futuro. E d’altra parte consiste in questo la tradizione  esemplare di quella civiltà superiore che tramanda di padre in figlio i capisaldi del colonialismo, della disuguaglianza, dell’autoritarismo, della repressione e dello sfruttamento come se fossero un codice genetico che non si deve tradire o dimenticare.

Il peggio  è che quello che in altri casi viene additato da Benjamin Spock in poi, come insano gesto, come violenza biasimevole di un adulto su un minore, ha riscosso un certo compiacimento soprattutto sulla stampa, visto come un segno  del ravvedimento di un esponente del progressismo, che dimostra di aver capito l’insegnamento, non delle sculacciate ma dello stillicidio voti, e abbia fatti propri e interpretati anche esemplarmente  quei valori della destra nel cui seno ha trovato riparo e identità.

E basta insomma far finta di stare con gli oppressi, a meno che non siano a Capalbio in cerca di introvabili giardinieri filippini, o con gli sfruttati, a meno che non si tratti di  madamine torinesi cui viene consegnata in ritardo la moutarde de Dijon, o con i dissanguati, a meno che non siano poveri evasori costretti a lunghe escursioni alla ricerca di paradisi fiscali sempre più frequentati da brutta gente, avventizi e parvenu, signora mia. Finalmente qualcuno mostra di che pasta è fatto il vero Pd, mica quel mollacchione di Zingaretti che riceve la risparmiatrice truffata, mica quei fighetta che fanno l’occhiolino a Tsipras, buono solo per vendere souvenir alla Plaka, mica quelle squinzie trombate che pensano di tornare in auge con l’autocritica, neanche fossero ai tempi del rinnegato Kautsky: è ora di mostrare i muscoli, di rivendicare di stare con chi comanda, nel mondo, in Europa, in Italia e in casa.

Proprio come succede purtroppo in tante famiglie politiche e non, quando  qualcuno frustrato, trattato male dal direttore, umiliato dal caporeparto, oppure deriso dai commissari, gabbato da Draghi, scaricato perfino da Mattarella, maltratta il sottoposto, prende il cacciavite e riga l’auto del vicino, alza le mani sulla moglie o sui ragazzini.

Tutto fa pensare che il povero figlio di Calenda, che martedì non vorrà tornare a scuola per non subire l’onta delle beffe dei compagni, non sia di certo Edipo, e che non ucciderà simbolicamente il padre: abbiamo capito che è già addomesticato dalle mode e dai conformismi politicamente corretti e pronto a servire la stessa causa del babbo manesco. Ma a voi non  viene voglia di vendicarlo, restituendo qualche sonoro e meritato manrovescio a papà suo?

 

 


Suonata per tromboni e orchestra

1501593644_tromboniFighetti: è così che Carlo Formenti ( vedi Rinascita)  ha chiamato quei personaggi della sinistra da bere che da tempo ormai immemorabile hanno abbandonato la difesa delle classi subalterne  e dunque l’idea stessa dell’uguaglianza per farsi preziosi alleati del neoliberismo, del cosmopolitismo dei profitti e dello sfruttamento, grazie all’etichetta rosso – rosa gli che era rimasta addosso come il cartellino del negozio. Ma ora molto sta cambiando: via via, quel cartellino esibito su capi di lusso si è stinto di fronte alla realtà e così oggi il sistema di consenso, privo di quell’opposizione puramente figurativa che gli è stata così utile,  ha cambiato tattica, mentre i personaggi più rappresentativi di questo campo stanno tentando di riciclarsi. Per lo più in maniera maldestra e ambigua perché è evidente la difficoltà di cambiare veramente registro e tutti i temi rimasticati in questi trent’anni come in un campo di Pol Pot, ritornano alla gola e all’anatema vigliacco contro una sinistra traditrice che essi per primi hanno incarnato e condotto nei pascoli del blairismo, non possono fare a meno di contrapporre il loro vero volto  continuando come se nulla fosse a lanciare anatemi contro Russia e Cina, a considerare Assange un traditore perché ha svelato segreti che devono rimanere tali – tanto per parlare di democrazia –  e a tenere fermi quei concettoidi economici  che sono stati la loro stella cometa per portare ai ricchi e soprattutto a quelli di oltre atlantico i loro doni in cambio della mancia dovuta ai fattorini di lusso.

Ad ogni modo è abbastanza chiaro che oggi la catena di potere oligarchico ha capito che rischia grosso se va in rotta di collisione contro il malcontento e l’inquietudine che dilagano ovunque, sia pure in forme diverse, visto che il menù che può offrire è sempre meno gradito e si è rivelato vomitevole nelle sue applicazioni. E allora come ho avuto modo di abbozzare in un post, Timeo Greta et dona ferentes , usa l’antichissima tattica dell’infiltrazione: invece di contrastare i temi critici che si sono imposti nel dibattito pubblico, tenta di cavalcarli e guidarli per sterilizzarli e far sì che essi non costituiscano più un pericolo. Il problema ambientale, quello che proprio non può essere in qualche modo digerito nel corpus teologico neoliberista se non ricorrendo all’ipotesi magica che il rimedio consista nel perseverare ancora di più nell’errore, è affrontato imponendo come personaggio chiave una ragazzina – simbolo, che gira il mondo supportata dai media, ovvero dalla narrazione ufficiale e tenta di evitare che nei vari Paesi l’ambientalismo fino ad ora rimasto sostanzialmente neutro nello scontro politico concreto esca dall’antagonismo platonico o al massimo delle sveltine localizzate, per farsi opposizione dura.

Ma il palese disastro europea spinge anche ad impadronirsi in qualche modo di quel sovranismo demonizzato a prescindere. E’ di qualche giorno fa un’articolessa sul Corriere della Sera, ovvero sul messale del neoliberismo italico, nei quale lo storico Giovanni Belardelli, sostiene che  si sta regalando la nazione ai sovranisti. Dunque invita l’oligarchia a riabilitare il concetto di nazione purché esso rimanga confinato agli ambiti marginali e per così dire emotivo – esistenziali della convivenza. Insomma è inutile, anzi disutile contrapporre alla nazione l’europeismo (cosa sia poi quest’ultimo sarebbe tutto da analizzare), facciamoci furbi, riabilitiamo in senso sentimentale la nazione purché questa non pretenda davvero di essere sovrana. Si tratta di un articolo molto interessante perché al contrario della grossolanità espressa dai politici e giornalisti di giro che sovrappongono tout court, sovranismo e nazionalismo, Belardelli invita l’oligarchia a smetterla  con la demonizzazione delle nazioni perché proprio questo rafforza il sovranismo che è poi ciò che davvero preoccupa i poteri  elitari come fonte di problemi infiniti per la post democrazia globalizzata.  Detto con una metafora: non combattiamo scioccamente l’aspetto “folcloristico” purché la cassa rimanga nelle mani degli organizzatori,  cerchiamo di far nostro il tema in maniera da dirigerlo sulla strada che vogliamo.

Ho la certezza che si tratti, almeno a livello italiano, di un colpo di diapason per dare il “la” all’orchestra sinfonica dell’informazione. Il programma non è ancora stato scritto, ma i tromboni stanno già accordando gli strumenti.


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