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La giustizia non è uguale per tutti

benchAnna Lombroso per il Simplicissimus

C’è stato un tempo cui oggi guardiamo come a una età di Pericle nel quale in molti illuminati pensarono che la democrazia conquistata con il riscatto di un popolo dovesse essere sottoposta a una continua e pervicace manutenzione, perché non era bastata una lotta di liberazione dallo “straniero” per stabilire e consolidare condizioni di uguaglianze, giustizia e libertà. E che la Costituzione non doveva restare una pagina di straordinario valore morale e perfino letterario, ma un elenco di propositi e responsabilità alla cui realizzazione  tutti dovevano concorrere.

Nascevano allora delle organizzazioni che volevano affrancarsi da principi e legami di carattere corporativo per impregnare dello spirito democratico istituzioni, corpi e strutture dello stato e professioni che erano incaricate di svolgere funzioni di servizio. Accadeva una cinquantina di anni fa, quando  Giulio A. Maccacaro fondò “Medicina Democratica” che nel rifarsi a valori universali della scienza ne indicava i limiti quando si mettevano al servizio del mercato,  se avevano il sopravvento ” quelle statiche e sonnolenti interpretazioni dell’articolo 32, 1° comma della Costituzione”, se non diventava patrimonio sociale e culturale comune il diritto alla salute, oggetto di una lotta collettiva capace “di contestare alla radice non solo come produrre ma anche cosa, per chi e dove produrre”.

E in quegli stessi anni nasceva Magistratura Democratica (era il 1964) che si caratterizzava per un’ispirazione ideologica  improntata alla difesa dell’autonomia ed indipendenza del potere giudiziario rispetto agli altri poteri dello Stato,   impegnata nello “sviluppo di una cultura giurisdizionale europea fondata sul rispetto, in ogni circostanza, dei principi dello Stato di diritto democratico, tra i quali spiccano in primo luogo il rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali”

Ci vuol poco a capire quanto servirebbe oggi la lezione di Maccacaro applicata, tanto per dire, alla città di Taranto dove si è saputo di controllori comprati e venduti, dove star bene è incompatibile col salario, dove la bandiera italiana si alza a mezz’asta per ricordare il +21% di mortalità infantile rispetto alla media regionale ,il +54% di tumori in bambini da 0 a 14 anni, il +20% di eccesso di mortalità nel primo anno di vita e il +45% di malattie iniziate già durante la gestazione.  E quanto sarebbe utile quella di Marco Ramat, uno dei padri di Magistratura Democratica, per rivedere quelle radici fondanti alla luce del tramonto europeo e della dispersione di quella radiosa visione convertita in fortezza dalla quale partono gli imperativi della cancellazione di democrazie, diritti, indipendenza e autodeterminazione e  quando l’auspicata autonomia dai poteri dello stato non sembra annoverare  quella dal potere economico, dalla ingerenza partitica e dalla subalternità ai  vari “comitati di affari della borghesia” come li chiamava Lenin.

Secondo gli archivi dell’associazione stessa aderiscono a Magistratura democratica circa 900 degli 8.886 magistrati italiani in servizio, ovvero circa un magistrato su dieci. Non sono molti ma con quelle premesse sarebbe lecito  aspettarsi che da loro venisse qualcosa di più ragionato e incisivo delle letterine a babbo natale impregnate di un vago umanitarismo prodotte in occasione dei congressi e che sembrano adattarsi alla falsariga delle mozioni elettorali del Pd, o del blando comunicato emesso mentre fuori divampa la fiamma dello scandalo: … ribadiamo che Magistratura democratica – neppure presente in CSM come sigla autonoma – è del tutto estranea a tali vicende.

Come denunciava il Simplicissimus,  (qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/06/16/la-giustizia-e-cosa-troppo-seria-per-lasciarla-ai-magistrati/) la giustizia avrebbe bisogno di essere officiata da ben altri sacerdoti.

Non tutti devono essere Falcone e Borsellino, per carità, vorremmo non aver bisogno di martiri, ma non bastano di certo le mozioni congressuali intrise di buoni sentimenti e spirito umanitario e compassionevole  per rassicurarci sulla separazione oltre che dai poteri interni da quelli europei e sovranazionali con i quali partecipiamo a imprese belliche e coloniali, non è sufficiente un comunicato sul caso Diciotti per confortarci che nei tribunali non si assecondi la volontà del legislatore che per legge ha stabilito che lo straniero non possa difendersi come il cittadino italiano in tutti i gradi di giudizio, così come non tranquillizza che in nome della rivendicata autonomia insieme a Montesquieu nella relazione di apertura dell’ultimo congresso sia citato Ezio Mauro in veste di politologo e costituzionalista a conferma  dell’allarme per il radicalismo del nuovo sovranismo alla pari con  il radicalismo egualitario e camaleontico dell’antipolitica, colpevoli di aver  sancito la sconfitta della sinistra rappresentata dal Pd, o che si metta in guardia dalla fascistizzazione della nuova destra (che per la verità tanto nuova non è se è stata la governo vent’anni producendo per esempio la Bossi Fini, la legge Maroni e quelle ad personam), dando credito che il problema cruciale del  paese sia la percezione indotta  dell’invasione straniera, in linea con il negazionismo che bollando la marmaglia posseduta da rigurgiti reazionari,  nazionalistici,  protezionistici, smentendo l’ovvio: le disuguaglianze crescenti, la falcidia di posti di lavoro e la dequalificazione dell’occupazione che ancora c’è, la riduzione dei redditi e del potere d’acquisto prodotta dai processi di globalizzazione e finanziarizzazione.

E se i magistrati democratici proprio volessero riguadagnare la buona reputazione nel contesto geografico europeo meglio sarebbe che ricercassero l’approvazione della Corte di Strasburgo, impegnandosi in prima persona per reclamare e garantire l’attuazione dei principi che condannano il reato di tortura, quelli commessi da industrie criminali contro la sicurezza sul lavoro e l’ambiente.

Loro e gli altri quasi 9000 li vorremmo vedere esprimersi e applicare le leggi (che ci sono e sono anche troppe) sugli stati di necessità, per reprimere quelli fasulli di chi commette abusi e fare giustizia per quelli che riguardano i senza tetto che occupano gli alloggi   vuoti frutto di speculazioni immobiliari colpiti dalla sospensione dei servizi, distinguendo tra chi reclama il diritto primario alla casa da Casa Pound, tanto per fare un nome a caso. E quello stesso nome insieme ad altri della stessa fatta viene alla mente, quando vorremmo vedere che un magistrato applicasse con la doverosa severità le leggi che proibiscono l’apologia di reato, senza bisogno di farne di nuove, che basterebbe prendere alla lettera quella che già ci sono mai eseguite a memoria d’uomo post-resistenziale.

Perché il fascismo quello di ieri e quello di oggi si combatte così,  non applicando le leggi come se fossero teoremi aritmetici o peggio algoritmi, si tratti di uso privato delle armi, di decoro urbano compromesso dai poveracci di qualsiasi etnia la cui visione turba e va limitata, colpendo gli ultimi per rassicurare i primi e pure i penultimi. Perché di quello parliamo quando i grandi truffatori, i grandi corruttori, i grandi speculatori, le grandi multinazionali sfuggono alle maglia della giustizia a differenza del ladruncolo della proverbiali due mele,  perché le regole e i principi di legalità vengono confezionati dalla lobby dei grandi studi legali internazionali, e poi eseguite sciorinando il repertorio di scappatoie offerte generosamente dai “tempi dell’amministrazione della giustizia”, anche quelli discrezionale e arbitrari, veloci coi deboli, lenti coi forti che così possono entrare e uscire dalle porte girevoli di tribunali e patrie galere.

Si la giustizia è una cosa seria ma complicata. E per quello se la comprano quelli che se la possono permettere, quelli che possono farsela da soli, quelli che la aggiungono al tanto che hanno già togliendola a quelli che ne avrebbero più bisogno.

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Europa senza respiro

misereNon saprei se l’Europa che ci minaccia di procedura d’inflazione per qualche decimale in più di spesa, precisamente lo 0,7 sia più patetica, più assurdamente maligna o più fuori del mondo: ignara del fatto che ci troviamo in una condizione di straordinaria tensione mondiale dopo il golfo del Tonchino 2 messo in piedi da Washington, attraversata da incessanti guerre di lobby, da lotte al coltello per le poltrone e da uno scontro durissimo tra Francia e Germania, non si accorge di imbarcare acqua da tutte le parti e di stare affondando cercando un ossigeno che non c’è più. Di fatto l’eurogruppo delle sanzioni  dei giorni scorsi è stato un fallimento come ha detto Wolfgang Munchau, forse il più noto e autorevole editoralista di FT: “L’eurogruppo non manca mai di deludere. Il bilancio della zona euro ora è essenzialmente morto. E non ci sono progressi nemmeno sull’unione bancaria”. La situazione è tale che persino la Spagna di solito ubbidiente nella sua qualità di semicolonia industriale e turistica tedesca, rialza la testa e per bocca della ministra delle finanze di Madrid, Nadia Calvino, dice che se non ci sarà un bilancio di stabilità e anti ciclico, allora dirà no.

Insomma uno spettacolo veramente desolante che da una parte vede all’opera senza alcuna mascheratura i massacratori sociali a mezzo euro e non nasconde più di tanto il fatto che i conflitti nazionali vengano coperti con un falso europeismo. Ad assistere allo spettacolo anche Christine Lagarde, direttore dell’Fmi, un altro strumento che sta perdendo via via di senso dopo aver imperversato per decenni e sempre dalla parte del torto: ora risente dello sfilacciarsi quel mondo occidentale a guida Usa che era alla base del sua creazione. E non c’è solo questo, ma anche una progressiva perdita di capacità di intervento : ancora nel 2000, ultimo anno del XX° secolo le le economie avanzate che di fatto gestiscono il fondo,  avevano generato il 57% della produzione globale, misurata a parità di potere d’acquisto, mentre oggi siamo al di sotto del 40%: entro il 2024 la quota cinese arriverà al 21% , contro il 14% degli Stati Uniti e il 15% dell’Unione europea. In più occorre tenere conto che i Pil occidentali hanno la voce di gran lunga più ampia nei servizi, molti dei quali hanno significato solo in sede locale: se si tenesse conto solo delle attività agricole e manifatturiere che hanno un effettivo valore reale planetario, le percentuali sarebbero molto più sbilanciate. E questo in un contesto nel quale crescono sia la fragilità finanziaria che la stagnazione commerciale, nonché la perdita di supremazia tecnologica non si fa fatica a comprendere come lo stesso Fmi, almeno come è strutturato oggi, sia  diventato un pesce fuor d’acqua, privo delle condizioni nelle quali è nato e costretto a vedere svanire man mano le sue capacità di imperio in un mondo multipolare che è in fuga dal dollaro imperiale.

Dunque anche qui come nei meccanismi della governance europea, ci troviamo di fronte a un mondo ormai confuso e in epocale trasformazione nel quale i personaggi si muovono come Don Ferrante al tempo della peste pensando ad influssi astrali che perturbano ciò che di per sé è vero e immutabile. Così, nonostante il loro spirito vendicativo e la spinta reazionaria ed elitaria nella quale sono immersi, appaiono frastornati e incapaci di riconoscere la strategia migliore. Naturalmente i maggiori responsabili della situazione, la Germania e i suoi satelliti, attribuiscono tutto questo al recalcitrare di Roma e di altri straccioni di fronte a schemi finanziari che del resto altri Paesi come la Francia sforano tranquillamente. Una leggenda di comodo che va incontro a radicati e facili pregiudizi, ma che offre anche la possibilità di sfilarsi dall’unione se le cose dovessero implicare una sorta di riequilibrio del sistema europeo. A ben vedere tutti sono con un piede dentro e un’altro pronto ad essere messo fuori perché le condizioni e le situazioni nelle quali e per le quali è stata costruita l’Europa ordoliberista non esistono più. La Germania ha cercato l’egemonia in maniera così maldestra che ora rischia di perdere il suo piccolo impero e di essere oltretutto trascinata in una situazione di semiconflitto con gli Usa a causa della Russia, la Francia grazie ad Hollande, ma anche al suo innato sciovinismo, ha rifiutato la guida dell’Europa mediterranea considerandola una posizione di serie b senza peraltro riuscire a tenere il passo con la Germania ed oggi è completamente isolata, fa la parte dell’amica brutta invitata solo perché quella c’è quella bella, la Gran Bretagna ha ribadito poche settimane fa la ferma volontà di andarsene, il Belgio è di fatto scomparso, la Grecia è stata massacrata in maniera indegna e il resto del corpaccione non è che ex Paesi dell’Est che hanno tutto da guadagnare dalle delocalizzazioni grazie al fatto di avere monete proprie e gestibili, ma la cui aspirazione europea è puramente strumentale e occasionale.

Insomma l’Ue è così immersa nel proprio tramonto che si comporta in maniera del tutto irrazionale, pensando di uscirne fuori inasprendo i propri diktat: se fosse ancora vitale lo zero virgola non sarebbe di certo un problema, lo diventa quando si ha così poco fiato e così poco spirito che anche un soffio può turbarla.


La giustizia è cosa troppo seria per lasciarla ai magistrati

img800-caso-nomine--mirabelli--essenziale-che-la-magistratura-sia-indipendente-145454Per circa trent’anni, da Mani pulite in poi, la questione di legalità è stata al centro del discorso pubblico italiano, visto che sul piano politico le differenze di prospettive, di programmi e di visione ideologica erano venute meno dopo la caduta del muro di Berlino e si era era entrati nella stagione del pensiero unico: quindi la battaglia, sempre più accesa si svolgeva sul terreno attiguo tra un’Italia pulita e fedele allo stato di diritto, almeno nelle dichiarazioni,  e un’altra che sbertucciava ogni regola in nome della prassi economica borderline. Così che alla fine tutto si riduceva a una batracomiomachia fra le disprezzate toghe rosse che cercavano di azzannare la banda Berlusconi  e una magistratura in qualche modo angelicata come salvatrice della patria, facendo della magistratura parte integrale della politica politicante. Però nessuno si poteva sottrarre a ciò che il Paese stava diventando e tra i clamori della battaglia non ci si accorgeva che la giustizia stessa stava affogando nella melma.

Lo scandalo Csm ha aperto uno strappo nella tela e mostrato un quadro che va ben al di là di ciò che concerne il cosiddetto organo di autogoverno della magistratura, quello di una giustizia a la carte nel quale chi ha denaro e potere vince sempre. E questo vale lungo tutto il declivio della piramide, dal vertice alla base, dal Quirinale fino alla più piccola questione davanti ai famigerati giudici di pace, invenzione ulivista, che ha dato in mano a soggetti impropri e portatori di interessi tutta la giurisdizione minuta. Non è strano che le espressioni politiche della magistratura siano diventate quel verminaio che vediamo nel momento in cui la politica è diventata mera gestione e spartizione del potere, per impossibilità di scelta visto che ogni cosa è determinata in automatico da bilanci che vengono gestiti altrove. La cultura che guida tutto questo la si può intuire nelle scomposte reazioni del milieu piddino che raggiunge il surreale quando cerca di trasformare la vicenda in un problema di intercettazioni. E’ ovvio, che queste devono comprendere gli interlocutori del soggetto , altrimenti non avrebbero senso e che i parlamentari non possono ritenersi al di spora delle leggi. Ed è  altrettanto ovvio che una democrazia può funzionare solo se i poteri fondamentali sono separati fra loro.

Non possiamo pretendere che gente di questa risma abbia letto Montesquieu, ma il fatto è che la trentennale battaglia, unita all’ossessione per il risparmio  e agli impropri contatti tra politica e magistratura ha prodotto una giustizia monca e paradossale, praticamente a pagamento, dalla quale sono ovviamente esclusi coloro che non possono permetterselo, specie se i tempi biblici  e l’onanismo bizantino di leggi infinitamente interpretabili, favoriscono quelli che hanno maggiori risorse e i soggetti forti. Tutta una serie di provvedimenti legislativi basati sulle capacità economiche o di carattere ideologico  hanno creato una palude senza scampo. Vi faccio un esempio personale: qualche anno fa proprio per un post su questo blog sono stato querelato da un oscuro personaggio della destra, ma non si è arrivati in tribunale perché la querela è stata ritirata: ciononostante, sebbene io sia stato esclusivamente soggetto passivo in questa vicenda, dovrei pagare una certa cifra all’amministrazione della giustizia. D’accordo, si tratta di una cifra modesta, ma in base a quale criterio dovrei sborsare io al posto di chi ha proposto l’azione legale per poi abbandonarla?  Per non parlare di quella “piccola” riforma ad una norma del codice di procedura civile passata quasi inosservata, in vigore dal dicembre 2014,  che rende obbligatorio per il giudice condannare chi perde la causa a pagare le spese legali, oltre che del proprio avvocato, anche di quello dell’avversario. Ciò è apparentemente ragionevole, ma spesso provoca conseguenze aberranti: per esempio ha causato  una forte flessione delle cause relative a licenziamenti o provvedimenti disciplinari ingiustificati semplicemente perché – oltre a regole che favoriscono sfacciatamente il padrone nel rapporto di lavoro – le parti sono in posizione di enorme disparità economica. Il  dipendente per reagire a quella che ritiene  un’ingiustizia subita non ha altra strada che ricorrere al giudice e per farlo  deve pagare tra l’altro, una specie di tassa  chiamata “contributo unificato”, il cui costo è variabile in ragione del valore della domanda Ovvio che i soggetti più deboli non se la sentono di rischiare,  e si devono tenere l’ingiustizia. Fino al dicembre 2014 il giudice, anche se dava torto al lavoratore, poteva in certi casi “compensare le spese”, stabilire, cioè, che ognuno pagasse il proprio avvocato rendendo comunque un po’ più plausibile il principio di uguaglianza davanti alla legge.

Si tratta di esempi che mi vengono alla mente e molti altri potrebbero essere portati a testimoniare dello stato dell’arte. Ma la cosa si traduce poi in maniera macroscopica nei “giustizieri” anti corruzione, chiamati a salvare la faccia della peggiore politica i quali  si fermano sulla soglia della giustizia e dicono che in nome del supremo bene economico la corruzione già in essere va comunque salvata e semmai si deve vigilare per il futuro, che è come dare un patentino ad ogni possibile atto corruttivo purché  conveniente per la razza padrona . Tutto questo non è però casuale, o incidentale, ha le sue salde radici nella progressiva relativizzazione dei principi della democrazia e dello stato di diritto che sono sottomesse  a questioni economiche o di sicurezza siano esse reali o arbitrarie o semplicemente suscitate ad arte. In questo contesto il dilagare della corruzione risulta  quasi inevitabile, anche se ovviamente molti resistono. E’ il sistema stesso che produce questo effetto avendo di fatto abbandonato i principi di eguaglianza sui quali pretende di funzionare e operando dentro una visione del mondo completamente diversa da quella asserita. Così si potrebbe dire, parafrasando un celebre aforisma  che la giustizia è una cosa troppo seria per affidarla ai magistrati: ci vuole una rivoluzione politica e culturale per cambiare le cose.


Lottizza, lottizza… e Lotti restò solo

RAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sono stati tempi nei quali quasi nessuno sapeva chi fosse Luca Lotti, salvo gli addetti ai lavori che di lui avevano appreso che era l’amico del cuore dell’allora presidente del consiglio fin dagli esordi politici del ragazzone di Rignano, proveniente come lui dagli ambienti democristiani di partito, canonica e patronato.

Si raccontava che quel suo stare nell’ombra era generato da un’indole riservata e schiva così lontana dagli usi dei conterranei al governo. E infatti circolavano poche interviste strappate e scarne dichiarazioni, almeno fino a oggi, quando è salito, come si diceva una volta, agli onori della cronaca e ha  rivelato una inedita vena colloquiale e narrativa.

Ma qualcuno che volesse conoscere meglio  il personaggio che nella sua tenebra  ha mestato e maneggiato per orientare  le nomine del Consiglio superiore della magistratura, per collocare ai vertici della Procura di Roma e di Firenze, Torino, Brescia, Salerno, persone “fidate”, così da poter pilotare indagini scomode, in testa quella sulla Consip, la centrale acquisti della Pa, nella quale è coinvolto lui con l’accusa di favoreggiamento, insieme all’imprenditore Romeo e ai capostipiti della dinastia Renzi,  potrebbe trarre qualche gustoso spunto ascoltando, per esempio,  un dialogo con il direttore della Nazione del novembre scorso, nel quale il giornalista con quel piglio indagatore che contraddistingue la nostra informazione ufficiale lo mette alle strette interrogandolo sui destini del Pd intrecciati con quelli della Toscana, del Paese e dell’Europa.  E  lui, con quel bel vernacolo e il volto immoto che lo fa parere un figurante minore in uno spot telefonico di Panariello nel ruolo dell’ebetino che non sa scegliere l’abbonamento migliore, fa sapere che bisogna tornare all’Europa dello Spinelli, del quale fa capire di essere appassionato agiografo,  che la vita di un partito è così, si va e si viene e dunque   al governo del finto cambiamento succederà quello del desiderato riformismo moderato del sua partito. E che il problema di Firenze ben governata da Nardella gli è il trafficohh, proprio come nella Palermo di Lima, problema che però è in via di soluzione grazie ai buchi della sotterranea, così la città del Giglio sarà pronta agli alti destini che le riserva la realizzazione del nuovo aeroporto.

Vale la pena di sopportare quei 10 minuti di giornalismo minore o forse di antropologia in pillole, perché risulta ancora più sconcertante la figura del personaggio che, come nella tradizione toscana inaugurata da Gelli  e senza tirare in ballo il mostro di Firenze – lui è di Empoli – ha compiuto i suoi crimini nell’occulto poco appariscente delle siluette sullo sfondo dell’esibizionismo narcisistico di quella cerchia. E non si capisce se fosse per calcolo, in modo che l’accreditato non sembrasse minaccioso per interessi altri in competizione, o invece per pudore di mostrare a chi erano state affidate mansioni così delicate. Perché se proprio  in seno alla Leopolda c’era bisogno di forgiare un faccendiere intrigante e poliedrico, un trafficone così multitasking: sport, banche, infrastrutture, servizi segreti, allora almeno per accontentare la stampa e il nostro immaginario piuttosto che il Lotti detto “il lampadina” per via dei capelli più che dell’intelligenza luminosa, torpido e scialbo come un impiegato del catasto, eravamo autorizzati a aspettarci un eroe negativo più torvo e mefistofelico.

Oggi che si esprime e parla, parla, parla, si espone e si dimette trincerandosi dietro prestigiosi correi, è ancora più inspiegabile la sua carriera, basata su una personalità accreditata come eclettica e versatile dietro l’apparenza rassicurante di un uomo macchina, come lo definiva il suo più influente datore di lavoro e di fiducia già al suo primo incarico in Provincia di Firenze, disposto a agire senza comparire e mettere in ombra il suo protettore, spregiudicato con l’aggravante sempre rivendicata da quella cerchia: solo chi fa sbaglia, come ha sempre proclamato la divinità più citata del loro pantheon, Blair cui si deve l’emblematico aforisma:  «Il potere senza principi è sterile, ma i principi senza poteri sono inutili».

Grazie al suo atteggiamento di servizievole “numero 2” o 3 o 4 al bisogno, in ossequio al mito del giovanotto che si fa da sé, venuto su dal nulla e ricompensato per la sua generosa fidelizzazione, è stato collocato dove serviva:   sottosegretario di stato alla presidenza del consiglio dei ministri con delega all’editoria nel Governo Renzi, quando serviva un po’ di potere di persuasione e ricatto, di blandizia e intimidazione nei confronti della stampa per far accettare il piccolo napoleone, influente segretario del comitato interministeriale per la programmazione economica, quando occorreva qualcuno che facesse il cagnetto da guardia nel settore delle opere e degli appalti, e della spesa pubblica quando era bene ridurre quella sociale, ministro dello Sport  nel governo Gentiloni, quando la partita i gioco era quella degli stadi da realizzare ( vecchi : Juve (155 milioni), Sassuolo (3,75 milioni) e Udinese (500 mila euro all’anno),e nuovi: Roma   e Fiorentina)non per appagare la voglie di circenses in cambio di pane dei tifosi, ma l’avidità di costruttori e immobiliaristi premiata grazie all’urbanistica contrattata che concede loro aree a prezzi stracciati, deroghe illegittime, cubature per terziario e lottizzazioni spericolate  e riserva alle amministrazioni e a noi l’onere delle infrastrutture necessarie.

Per non dire della sua candidatura continuamente ripresentata alla delega ai  Servizi Segreti, incarico che, lo comprendiamo meglio oggi, era strategico al suo ruolo di mestatore istituzionale e gli avrebbe permesso di comandare in prima persona nella guerra delle intercettazioni e di proteggere dalla poltrona più prestigiosa la figura e l’onorabilità del suo boss, oggetto, Renzi lo scrive in una sua immortale opera letteraria, di un complotto ordito da magistratura sleale e Arma infedele, capitano Ultimo compreso.

Per non dire anche della veste assunta di patron dell’aeroporto di Firenze, quello che, sono parole dell’ex sindaco e oggi di quello in corso, accrediterà la città del Giglio come destinazione turistica, in barba alle preoccupazioni dei residenti e pure dell’Unesco, e simbolo rivendicato del partito del Si, che vuole contrastare quello dei No, compresi ben 20 sindaci dell’area interessata che da un anno si battono contro l’imprudente iniziativa e l’esclusione dal processo decisionale. Ci teneva talmente a quel progetto da farsene pubblicamente testimonial alla faccia delle denunce per la dimostrata incompatibilità ambientale: altera in modo irreversibile l’equilibrio dell’ecosistema della Piana e minaccia la salute di tutte le popolazioni da Firenze a Prato a Pistoia, è inconciliabile con il Parco Agricolo della Piana, con le attività del Polo Scientifico di Sesto Fiorentino e della Scuola Marescialli; gli auspicati 5 milioni di passeggeri/anno si combinano con emissioni, rumori, polveri, rischio idrogeologico e consumo di altri 380 ettari di suolo in un territorio già saturo di funzioni urbanistiche e di fonti inquinanti.

E ci credo che il Pci, il Pds, il Pd non hanno mai voluto cavalcare il destriero vincente della condanna del conflitto di interesse: la loro visione geopolitica della globalizzazione è sempre servita per incastrarci dentro il disbrigo delle loro faccenduole sporche e dei loro affari di famiglia. E, viene da dire, il povero Lotti si occupava, di nome e di fatto, delle lottizzazione, come un collettino bianco  proteiforme e come un manovale premuroso.

A loro piace la fidelizzazione non la fedeltà e  lo doveva sapere che l’avrebbero lasciato colare a picco e da solo, facendolo passare per un genio del male, mentre era solo l’incarnazione di un clan di piccoli marioli alle prese con un golpe più grande di loro.

 

 

 

 


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