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Golpe a Babbo morto

tiziano-renzi-matteo-lotti-marroni-882320Ora che la vicenda Consip entra nel vivo, il Pdrb, ossia il Pd di Renzi & Babbo, scopre che i carabinieri stanno preparando un golpe contro la sua augusta personcina e la sua banda di orrendi maneggioni, ma assieme a lui lo scoprono proprio quei giornaloni usi a obbedir parlando i quali si fanno beffe di qualsivoglia golpe invocato da politici di bassa Lega, privi di intelligenza e fantasia, per giustificare inchieste e ruberie. In questo caso invece alzano la voce contro il pericolo che la democrazia e la libertà, del resto ridotte al lumicino, siano messe in forse dall’ inchiesta su un modesto intrallazzatore di provincia la cui colpa maggiore è l’aver generato tanto inutile Matteo che vola nei cieli della politica alla stessa altezza degli asini: se questi fogli non fossero già abituati al ridicolo cui li costringe la “linea editoriale”, se non fossero ormai mitridatizzati, si scompiscerebbero invece di fingere dubbio e inquietudine.

Del resto lo spettacolo di figlio Renzi, Orfini, Zanda, Pinotti, Franceschini, Boschi che temono il colpo di stato giudiziario da parte dei carabinieri e di Woodcock nel momento in cui vengono messi sotto la lente d’ingrandimento le vicende del  primo Babbo d’Italia, del maggiordomo di merende Carlo Russo e il ruolo del Giglio Magico alla Consip, è qualcosa per cui bisognerebbe pagare un biglietto. E non c’è dubbio che il clou di questa commedia sta nell’attacco diretto all’Arma, sempre coperta anche quando le ombre si addensavano su di essa, sotto forma di stupro come nella cronaca recente o di costituzione di una vera e propria cosca banditesca in Lunigiana per non parlare della raffineria di droga messa in piedi a Genova dal Michele Riccio o il ricatto operato ai danni di Piero Marrazzo e delle sue segrete arrazzature. Mele marce si è detto ogni volta, ma in questo caso si è persino scatenato a scoppio molto ritardato la testimonianza di un magistrato di Modena contro due ufficiali del Noe che le avrebbero detto “questa volta arriviamo a Renzi”. Una semplice constatazione in base alle carte diventa il segno di una volontà precisa e non a caso Repubblica altera il testo in “vogliamo arrivare” per rendere più plausibile la tesi del complotto.

Tutti i particolari in cronaca e consiglio di leggere Travaglio al proposito, ma sono particolari agghiaccianti che descrivono un Paese in mano a consorterie, bande, clan, incappucciati, presenti in ogni ambito e livello istituzionale i quali agiscono badando soltanto ai loro specifici interessi, affari, affaracci e imposizioni da oltre confine senza mai farsi carico, nemmeno per sbaglio di quelli collettivi, se non quando essi servono a far crescere i profitti e le ingiustizie della razza padrona. Vediamo uno Stato divenuto nient’altro che una sommatoria di questi gruppi, anzi un guazzabuglio senza né capo né coda che da una parte testimonia del progressivo scollamento di una classe dirigente fallimentare la quale si alimenta come faceva Phileas Fogg nel Giro del mondo in 80 giorni distruggendo la nave per alimentare le caldaie, dall’altra fanno dubitare della tenuta del Paese. Le prossime elezioni non porteranno altro che qualche altro premier inginocchiato a Berlino, oppure un commissariamento diretto della Troika, magari con Draghi al comando che farò da viatico per il disastro finale quando con tutta probabilità l’eurozona andrà incontro alla sua disintegrazione con un Paese nel frattempo distrutto e in mano a mentecatti.

In queste condizioni è persino illusorio lo sforzo fatto da molti per proporre possibili soluzioni tecniche ai problemi monetari e sociali da cui siamo afflitti: nessuno è in grado di gestirli senza spiacere a qualche consorteria di cui non può fare a meno. Così sulla commedia italiana calerà il sipario.

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Tunisia, le donne, il petrolio e le multinazionali

042_CS_140478_1552782-k1jE--835x437@IlSole24Ore-WebGiornali in grande spolvero, specie quelli redatti in Italia, ma pensati a seimila chilometri di distanza verso ovest: si tratta di festeggiare la notizia che il presidente Essesbi vorrebbe dare alle donne tunisine la possibilità di sposare uomini non mussulmani senza l’obbligo che essi si convertano prima del fatidico si. Questo dimostrerebbe l’evoluzione del paese dopo la primavera araba e il successo del processo di civilizzazione di un regime sostenuto principalmente dai governi e dai petrolieri occidentali, i quali, similmente a ciò che avviene da noi in Europa e in Usa, spingono molto sulle libertà personali per tagliare quelle sociali.

Ora non vorrei dare l’impressione di essere contrario a un provvedimento del genere che mi sembra invece il minimo sindacale della convivenza , ma non capisco perché mentre si giubila per la Tunisia e si fa comprendere come essa, anche grazie a questo, stia uscendo dal medioevo, le medesime considerazioni vengono completamente dimenticate quando si tratta di altri: mi chiedo se in questi giornali e nelle catene dei media mainstream occidentali si sappia per esempio che in Israele sempre portato ad esempio di civiltà nel barbaro mare mussulmano, il matrimonio ( e il divorzio) è stato fino a ieri esclusivamente rabbinico, gestito direttamente dalle autorità religiose, dunque esclude uomini e donne che non siano di religione ebraica, per non parlare di laici. Così migliaia di israeliani sono costretti a sposarsi a Cipro dove invece ci si può unire civilmente, facendo la fortuna di questa piccola isola piena di agenzie che organizzano le nozze, fiorai, alberghi dedicati, catering e quant’altro: il 20 per cento del turismo in termini numerici, ma il 40 in termini di ritorno economico, è dovuto a questa migrazione nuziale.

Eppure su tutto questo si stende un silenzio infinito perché non si può dire che lo stato ebraico sotto certi aspetti appare più integralista di molte aree mussulmane dove almeno formalmente le unioni civili esistono. Ma non è di questo che voglio parlare quanto piuttosto della Tunisia come un esempio di narrazione deviata che si pretende sia informazione: il regime di Ben Ali, durato la bellezza di 23 anni, sostanzialmente aveva svenduto il Paese ai petrolieri, in cambio di mazzette che assommano a milioni dollari finiti nelle tasche sue e dei dirigenti politici: basti pensare che British Gas con una quota del 60% di estrazioni  paese grazie ai giacimenti di Hasdrubal e Miskar, di sua intera proprietà, rivende il gas alla STEG (Società Tunisina di Elettricità e Gas) a prezzi di materia prima importata. Nel 2007 ai pescicani già presenti si sono aggiunti la britannica Petrofac e l’austriaca Tps che volevano sfruttare i giacimenti delle isole Kerkenne propria davanti a Sfax ( anche qui si ipotizzano due milioni di mazzette: questa volta però ci si aspettava un certo ritorno, assunzione di quadri qualificati e di operai provenienti da quella zona del Paese e una qualche redistribuzione dei proventi, anche per bilanciare la perdita secca provocata dalle piattaforme estrattive all’attività di pesca. Invece nulla: tutto personale importato e quel poco locale assunto con salari da fame, intorno ai 150 euro, parecchio meno della Corea del Nord tanto per istituire un paragone che farebbe scandalo tra i produttori nostrani di “notizie”.

Così alla fine del 2010  comincia la lotta degli abitanti delle Kerkene per la difesa delle loro risorse naturali, lotta che ben presto passa alla prospiciente Sfax, seconda città del Paese e si diffonde dovunque contro la disoccupazione e i salari: grandi manifestazioni di disoccupati e blocco degli impianti di estrazione con dure battaglie contro la polizia e le squadre ingaggiate dai petrolieri. Per i media occidentali si tratta  di proteste per il caro vita e si mette in primo piano l’episodio dell’ambulante che si dà fuoco davanti al governatorato di Sidi Bouzid, tutto rimane vago e senza ragioni o meglio la colpa ricade su Ben Alì presidente autocrate che tanto aveva fatto, dietro lauto compenso, perché il suo Paese fosse depredato: poi il tutto viene ribattezzata “rivoluzione dei gelsomini”, nome suggestivo, ma nulladicente e incasellate dentro la “primavera araba” altra elusiva chimera linguistica. L’occidente adesso si dà da fare per stare dalla parte della gente dopo averla affamata e soprattutto per gestire le cose in maniera che lo sfruttamento intensivo non provochi un vero cambiamento capace di mettere in pericolo le multinazionali e si cerca di aiutare  il presidente della Camera, divenuto presidente ad interim, nel placare le ire della folla distribuendo un po’ di posti nella pubblica amministrazione, soprattutto nelle Kerkene e a Sfax epicentro della protesta.

Intanto si lavora a una nuova costituzione liberal democratica che viene varata nel 2014 con successive elezioni,  bendette ” a livello internazionale” ossia da Washington come valide e prive di ombre dopo la vittoria del moderato Essesbi. Inutile dire che sarebbero state considerate diversamente se la vittoria, per altro favorita da partiti sorti dal nulla come quella del “petroliere” anglo tunisino Slim Rihai, un maneggione che ha fatto oscuri affari con Gheddafi e che è poi stato condannato a 25 anni per riciclaggio di denaro sporco. Nel frattempo però, nonostante scioperi generali, cortei,  battaglie urbane non è che sia cambiato nulla e le proteste isolate vengono classificate come terrorismo o incipiente terrorismo. Anche dopo la formazione del nuovo esecutivo le cose non cambiano affatto, anzi vengono revocate a partire dal primo gennaio del 2015 quelle assunzioni fatte dopo le prime ondate di proteste. Così la battaglia ricomincia attorno ai pozzi di estrazione se possibile ancora più dura di prima e con i manifestanti trattati liberal democraticamente come criminali. Anzi se per caso tutto questo fosse arrivato alle opinioni puibbliche occidentali si sarebbe adombrata l’ombra del terrorismo.

E’ dal 2016 che il Paese è attraversato da proteste e scioperi sia generali che locali, blocchi per i quali deve intervenire l’esercito, morti e feriti, segno di profonde tensioni che non sono affatto state sedate dalla nuova “democrazia” visto che la ragione di fondo, ossia lo sfruttamento e l’impoverimento del Paese non solo rimangono, ma si sono persino aggravate. Tuttavia mentre questa situazione rimane del tutto sconosciuta l’unica cosa di cui ogni tanto si parla è del jihadismo in agguato, come se questo fosse un’entità metafisica e non derivasse da condizioni concrete e reali. In compenso Essesbi ventila la possibilità che le donne tunisine possano sposare anche un non mussulmano, sempre che il Parlamento approvi, cosa di cui può fortemente dubitare:  una mossa studiata per togliere momentaneamente il presidente dai pasticci e soprattutto per accreditarlo presso le opinioni pubbliche occidentali come campione di democrazia e permettere all’occidente di intervenire in difesa dei propri affari se le cose dovessero precipitare.


Seta contro dollaro: si schierano le truppe

355927fccd50711df8b855f8bb8f28e5Mentre gli Usa giocano con le loro tragiche guerre, a cui hanno aggiogato i capitan fracassa dell’Europa oligarchica, sta nascendo un mondo nuovo. Nasce da dove trent’anni fa non ce lo si sarebbe mai aspettato o comunque non se lo sarebbero aspettato gli analisti di Wall Street e la loro demente claque piazzata ovunque in occidente: sta nascendo nel cuore dell’Asia, da un altro mondo. Sono di questi giorni le notizie che forse all’uomo della strada potranno dire poco, ma sono  invece pietre miliari: la  China Energy Corporation ha acquistato il 14 per cento della Rosneft, ovvero il più grande gruppo petrolifero al mondo stringendo così un’alleanza strategica tra uno principali attori dell’oro nero e il più grande consumatore al mondo, ossia la Cina.

Considerarlo un semplice accordo commerciale sarebbe non capire nulla della nuova geopolitica incipente, semplicemente perché gli enormi quantitativi di petrolio e gas che arriveranno nell’ex celeste impero non saranno più pagati in dollari. E per giunta proprio la Cina sta preparando un suo benchmark per competere sul mercato del greggio con  quelli tradizionali ossia il Wti, il Brent e il Dubai -Oman le cui quotazioni sono esclusivamente espresse in dollari, permettendo di prezzare l’oro nero anche in altre valute e in oro. Ciò che è davanti ai nostri occhi è la fine dell’assoluto dominio monetario americano instaurato dopo la guerra con gli accordi di Bretton Woods e divenuto una vera e propria camicia di forza quando nel ’71 venne abbandonato l’aggancio del biglietto verde con l’oro collegando di fatto ad un diverso e assai più inquietante valore di base ossia carri armati, elecotteri, portaerei, insomma la potenza militare in grado di garantire che gli assegni a vuoto costituiti dalla divisa Usa non finissero mai all’incasso. Purtroppo una cosa era formare le proprie riserve con una moneta che poteva essere tradotta in oro, un’altra era costituirle con una divisa che in sostanza si appoggiava a un economia prepotente, finendo così per finanziare il debito americano e le guerre che sono servite a tenere in piedi questo meccanismo oltre che un complesso militar industriale che tende ovviamente a replicare tali logiche. Ma anche a finanziare la crisi perché è in questa cornice che sono esplosi i mutui subprime, un debito privato che va oltre i centomila miliardi di dollari e uno publico da 20 mila miliardi ticchettanti come una bomba ad orologeria.

In ogni caso è evidente che da quel momento, con la possibilità di stampare soldi ad libitum, con la complicità dei mercati  e senza possibilità di obiezione  si è delineato il mondo neo liberista e imperiale in cui viviamo oggi, quello ha distrutto speranze, politica e democrazia, creato crisi concentriche in tutto il mondo, delocalizzato l’economia reale, ridotto l’occidente a un  casinò borsistico e alla fine ha prodotto un drammatico impoverimento umano e culturale prima ancora che economico. Del resto è dall’88 che negli Usa il reddito medio delle famiglie è in calo, mentre le borse si sono date alla passa gioia salvo qualche incidente da overdose, drenando dai poveri e dai ceti medi sempre più ricchezza per poche persone. Così anche il declino del dollaro come divisa di riferimento significa anche il declino dell’assurdo mondo diseguale che esso ha prodotto: l’Organizzazione per la cooperazione di Shangai (Sco) ha la prospettiva, assieme ai giganteschi progetti della Via della seta per i collegamenti veloci tra Asia ed Europa o le opere pubbliche in Africa, di cominciare a cambiare questo ordine mondiale.

A questo punto diventa molto più chiara la logica del caos mediorientale, il golpe arancione in Ucraina e quelli tentati in Turchia o a Hog Kong, le sanzioni alla Russia che colpiscono principalmente l’Europa con l’imposizione di comprare gas americano che costa il doppio, ma anche un clima di paura alimentato costantemente e artificialmente: si tratta per gli Usa di costruire una sorta di contromuraglia cinese, di creare un cuscinetto che isoli l’Europa e tutta la fascia che va dal Golfo persico sino all’Africa settentrionale dai venti dell’est  proprio perché se anche queste parti di mondo entrassero in una nuova logica le elite occidentali e la loro egemonia culturale, la loro deforme antropologia, la volgare utopia del pensiero unico e dell’egoismo, entrerebbero in una crisi irreversibile. In effetti ormai tutto il residuo discorso politico in Europa si riduce a questo: tenersi stretto il neoliberismo, i suoi strumenti, la sua cultura di riferimento, la sua dipendenza dalla finanza, la sua allergia alla democrazia sostanziale e le sue deliranti e infantili teorie sulla disuguaglianza come motore economico oppure lavorare, magari da protagonisti e non da spettatori incerti e timorosi, a un nuovo assetto mondiale che vent’anni fa poteva sembrare un’utopia, ma che oggi diventa concreta. E’ qui che si distingue la destra, compresa quella che si finge o si illude di essere altro, magari sovvenzionata da Soros e la sinistra, o almeno quella che resta possibile in questa battaglia, se non altro per creare le basi di un riscatto futuro. Ed evitando la tentazione di una impossibile equidistanza tra capitalismi, che sarebbe ancora una volta una resa.


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