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Ucraina, corruzione e armi “democratiche”

425938Un nuovo scandalo sta agitando le coscienze dei democratici di Washington indignandole e alimentando la campagna contro Trump: il fatto che il presidente abbia congelato il rifornimento di armi all’Ucraina che peraltro veniva alimentato sia da Joe Biden il cui figlio è implicato in una storia di droga e petrolio a Kiev e da Kurt Volker il vecchio ambasciatore Usa preso la Nato, direttore del McCain Institute for International Leadership  e fino a pochi giorni fa inviato speciale di Washington per l’Ucraina, ma al tempo stesso consulente di una società di lobbyng  che rappresenta la Raytheon una delle più importanti aziende del settore militare: così decine di milioni di dollari sotto forma di missili anticarro sono arrivati in un Paese ormai letteralmente alla canna del gas per sostenere le ragioni della guerra e armare le milizie naziste.

Sembra davvero di vivere in un mondo rovesciato perché cercare di evitare una guerra sanguinosa con le regioni secessioniste, unica ragione di vita di un regime fallimentare, pare un delitto e una prova dell’ “intelligenza” fra Trump e Putin.  In effetti da quello che trapela sulla stampa americana pare che Trump abbia autorizzato negli anni scorsi questo invio di missili anticarro, tra l’altro del tutto inutili visto che i secessionisti non possiedono divisioni corazzate, proprio per evitare l’accusa di fare gli interessi russi, ma adesso che si presentano buone occasioni per una pace, continuare con questa trafila di armi fa solo gli interessi delle formazioni militari con la croce uncinata, il cui potere deriva esclusivamente dal conflitto col Donbass.  Zelensky ( notare che viene chiamato universalmente Vladimir alla russa e non Volodimir nella versione Ucraina) era stato eletto proprio per cercare di porre fine a questo stato di cose che tra l’altro ha distrutto il Paese se non fosse per i rappresentanti dello stato profondo che hanno coniugato i propri interessi personali con quelli di un milieu democratico rotto a qualsiasi avventura. Del resto il sottobosco di Washington brulica di personaggi che da una parte svolgono ruoli di politica estera e dall’altro ricevono emolumenti dall’industria bellica, compreso Adam Schiff, il leader dell’indagine sull’impeachment di Trump che è  beneficiario di numerose donazioni da parte delle industrie di armi, sostenitore accanito della guerra tra Arabia Saudita e Yemen, nonché percettore di 25 mila dollari da parte del trafficante d’armi di origine ucraina Igor Pasternak .

Secondo Max Blumenthal, notissimo scrittore e notista delle vicende geopolitiche i democratici si sono fatti prendere da circolo vizioso perverso nel quale “tutto ciò che danneggia Trump e tutto ciò che gli fa male è opportunisticamente accettabile, anche se produce una nuova guerra fredda, che un progressista non dovrebbe supportare. E così eccoli di nuovo andare fuori di testa per la sospensione di 400 milioni di dollari in aiuti militari in un momento in cui l’Ucraina sta attraversando un passaggio storico, verso la pace”. Ma il fatto in questo caso è particolarmente grave perché il flusso di armi (paradossalmente anche da Israele) e la corruzione che vi si nasconde, hanno contribuito in maniera determinante a far sì che il battaglione Azov, la più nota delle formazioni naziste sia divenuto così influente da essere parte della guardia nazionale e a diventare un punto di riferimento per la supremazia bianca: non è un mistero che parecchi gruppi di americani e anche europei di questi tipo,  vanno a istruirsi presso il battaglione Azov, come ad esempio il Rise Above Movement della contea di Orange in California, una delle formazioni suprematiste più note.

Insomma si va ben oltre l’opportunismo della battaglia politica ed elettorale per entrare in un territorio del tutto estraneo a quelli che dovrebbero essere gli ideali e gli statuti democratici: tanto che questi partiti in tutte e due le sponde dell’Atlantico si sono trasformati nei principali  fautori del conflitto e in questa veste anche in sostenitori della corruzione e persino dell’improponibile revanscismo nazista. Non inganniamoci da soli: qui non è questione di tattiche, ma di una vera e propria mutazione, di una schizofrenia indotta dal denaro e dalla sua straordinaria accumulazione da parte di un numero ristrettissimo di soggetti.  O si è contro il sistema nel suo complesso o non si può che esserne degli impiegati: lo abbiamo visto da vicino negli ultimi due mesi.

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Le belle soddisfazioni degli italiani

WhatsApp-Image-2019-10-08-at-19.00.48-1050x700Oggi dovete essere felici perché dalle prossime elezioni spenderete 1 euro e 20 centesimi in meno l’anno: certo non vi entreranno in tasca perché in un certo senso si tratta di denaro “immateriale” per i comuni cittadini, né potrete usarli per pagare l’aumento delle bollette che sarà di almeno 20 volte superiore alla cifra simbolica risparmiata, ma per anni è stato fatto credere che quegli 81- 100 milioni (le cifre esatte sono diverse a seconda delle valutazioni) derivanti dal taglio di 345 parlamentari sarebbero stati fondamentali. I numeri vanno fatti perché, come si nota dalla foto pubblicata, il M5S ha cavalcato appieno e da anni una campagna senza senso, sfruttando l’effetto anti casta e appoggiandola a cifre assolutamente fantasiose e altrettanto truffaldine nella comunicazione in merito ai possibili risparmi: se senza dover cambiare la Costituzione si fosse ridotto con legge normale di un terzo l’appannaggio lordo di tutti 945 parlamentari (compresi i senatori vita) e si fossero ridotte le prebende a loro favore si sarebbe ottenuto un risparmio più che doppio, ancorché ancora bagatellare rispetto al complesso del Pil. E’ vero che moltiplicando con una proiezione meccanica e avventata per 10, 20, 30 anni queste cifre, si arriva a numeri consistenti, ma tutti gli altri parametri di spesa devono essere moltiplicati dello stesso fattore, ed è quindo solo una corsa della regina rossa di Alice nel Paese delle meraviglie. Senza Tav e senza F35 il Parlamento attuale potrebbe funzionare 300 anni senza risparmi.

Il fatto stesso che forze politiche da sempre contrarie a questo taglio numerico si siano ora allineate con entusiasmo, testimonia del fatto che la posta in gioco non sono certo i 100 milioni massimi di risparmio, vale a dire lo  0,0047 scarso del debito pubblico , né tutte le narrazioni fantastiche di centinaia di scuole, migliaia di ambulanze e altrettante assunzioni realizzabili con quei milioni. La vera posta è quella di rendere il governo molto più forte rispetto al Parlamento, in vista delle macellerie sociali prossime venture, la possibilità di controllare meglio i rappresentanti e arrivare per una via diversa ad avere lo stesso effetto di un sistema maggioritario assoluto che elimina le possibilità di discussione e di approdo al Parlamento di ogni formazione di dissenso, togliendo perciò rappresentanza ai cittadini: la diminuzione dei parlamentari alza di fatto la soglia di ingresso stabilita dal Rosatellum al 3%  fino al 10 % per il senato, come nella Turchia di Erdogan insomma. Si tratta in ogni caso della medesima formula magica cercata da Berlusconi insieme alle destre, da D’Alema e da Renzi, nonché fortemente sponsorizzata da J.P. Morgan e dalla Ue elitaria. Altro che meno spese e meno privilegi: i parlamentari superstiti saranno maggiormente in balia del’ubbidienza, del trasformismo e di quella corruzione che vale 1000 volte di più in termini monetari del micragnoso risparmio sbandierato. Il fatto che dopo tanto tempo si sia arrivati in poche settimane  a questa soluzione, deriva dal fatto che i pentastellati avevano bisogno di portare a casa un provvedimento di immagine anche se poi provoca effetti del tutto contrari a quelli narrati, ma anche dalla  necessità del nuovo governo e di tutte le forze politiche che lo sostengono di reprimere ogni dissenso per il futuro: con meno posti a disposizione  in prospettiva elettorale tutti i poltronari diventeranno ubbidienti come scolaretti e diranno sì ad ogni nuovo sfascio.

Mi piacerebbe tralasciare gli altri argomenti puramente demagogici e insulsi con cui la nuova legge costituzionale ha nutrito le menti deboli: il fatto per esempio che in altri Paesi come la Germania, l’Olanda e la Francia ci sia mediamente un deputato ogni  115 mila abitanti mentre in Italia c’ è un parlamentare ogni 64 mila. Questo in realtà dovrebbe essere visto come un vantaggio democratico, ma in ogni caso è un effetto della maggiore complessità del nostro Paese rispetto ad altri dove è possibile distinguere al massimo fra 4 o 5 grandi aree o praticamente nessuna come per l’Olanda. D’altronde il fatto che la Gan Bretagna ne abbia parecchi più di noi e dei Paesi succitati non sembra averle procurato troppi problemi . Certo bisognerebbe conoscere la storia un Paese e valutarne le sue singolarità invece di ripetere a pappagallo tutti i più triti luoghi comuni sull’avvicinasi all’Europa, ma questo non è disgraziatamente  un retaggio né dei parlamentari, di solito ignoranti come capre e ancor meno dei comuni sudditi. Il secondo risibile scenario dato in pasto ai mangiatori di loto è che con meno parlamentari ci sarebbe più efficienza cercando di sopperire con la minore quantità alla maggiore qualità necessaria: si tratta di uno dei topoi della tecnocrazia capitalistica che in realtà non ha dimostrazioni e rimane un semplice tunnel  mentale: se fosse vero allora la massima efficienza si raggiungerebbe con un uomo solo al comando. E abbiamo visto a quali disastri si va incontro. Il fatto che si possa credere una simile sciocchezza dimostra come molti italiani abbiano sotto pelle voglia di balcone e di capi cui ubbidire, ma in realtà significa soltanto – tanto per parlare in termini aziendali che forse sono più comprensibili – che ognuno avrà una minore parte nell’elezione di un parlamentare, il suo azionariato varrà di meno. In termini politici significa che la riduzione del numero di parlamentari, è l’equivalente  della riforma costituzionale di Renzi: accentramento dei poteri nell’esecutivo, svilimento del ruolo del Parlamento e meno rappresentatività democratica.

Alla riforma Renzi gli italiani hanno detto no, ma è bastato riformulare  i termini della questione offrendo una versione demagogica dello stesso contenuto perché esso si trasformi in un sì. Se qualcuno chiedesse: volete una riforma costituzionale in senso autoritario si vederebbe rispondere no. Ma se la domanda fosse: volete meno persone che discutono sulle cose da fare?  la risposta sarebbe sì anche se si tratta delle medesima cosa. Bene però adesso avete un caffè sospeso all’anno pagato dal Parlamento: sono soddisfazioni.

 


Emergenza, comincia il Magna-Magna olimpico

oliAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non ci crederete, ma le Olimpiadi del 2026 sono già diventate un’emergenza che ha bisogno di procedure accelerate, di figure commissariali che accentrino provvidenzialmente le competenze, di leggi speciali e misure eccezionali, di uno status giuridico ( il sindaco di Milano lo identifica in una fondazione, nome che dovrebbe rispecchiare la qualità “morale e sociale dell’iniziativa) che garantisca fulminee scelte senza i maledetti lacci e laccioli della burocrazia e dei molesti organismi di vigilanza e controllo. Ma hanno soprattutto gran necessità di quattrini e di un super manager che combini dinamismo, buone relazioni con istituzioni e decisori, esperienze di comunicazione, marketing e commerciali anche maturate in paesi stranieri, cui aggiungere spregiudicatezza e  lussureggiante pelo sullo stomaco.

Per queste esigenze prioritarie possiamo stare tranquilli: apprendiamo dalle agenzie che il governo proprio ieri  ha assicurato per sostenere e “finanziare” i giochi, per emanare rapidamente la doverosa Legge e per decidere sui nomi  per mister Olimpiade.

A garantire un solenne fallimento del grande evento in linea con il fiaschi delle Olimpiadi tenutasi in questi anni, o con quello dell’Expo che viene continuamente portato come caso di successo e esperienza ripetibile, ci si sarebbe aspettati che venisse tolto dalla naftalina Montezemolo. Per assicurare invece l’appoggio di governo e opposizione toscana si poteva suggerire Lotti, nel caso non fosse già impegnato per i giochi a Firenze come vorrebbe Nardella che rivendica  l’ampliamento dell’aeroporto come un atto improrogabile per una valorizzazione dell’oscuro borgo del Giglio anche in vista di prestigiose candidature, magari in tandem con Bologna in modo da non inimicarsi la ministra De Micheli.

Ma possiamo stare sereni, il fiasco è assicurato e non solo per la natura dei giochi che ormai sono schifati da Paesi civili (ricordiamo i no di Oslo, Amburgo Denver) e in condizioni economiche migliori delle nostre, convinti dalle esperienze del passato che si tratta di investimenti a perdere, che comportano danni pesantissimi per i bilanci statali e per le amministrazione delle località interessate, per l’ambiente e per l’assetto sociale se si pensa al trasferimento coatto di residenti soprattutto nel caso come a Rio ma perfino a Londra che si tratti di cittadini di serie B e C la cui permanenza costituisce un danno per il decoro e la reputazione.

E non sono bastate le trastole, i trucchi e i giochi delle tre carte  dei governi bari a nascondere le falle: quelle londinesi sono costate cinque volte la spesa preventivata e interi quartieri sono stati stravolti, malgrado alcuni atleti siano stati ospitati in baracche, il Brasile è stato destabilizzato da quei giochi maledetti che hanno cercato di nascondere sotto un indegno camouflage le tremende disuguaglianze delle favelas, coperte da grandi tabelloni come i sipari sulla tragedia, tanto che per  onorare i suoi impegni con gli organizzatori, lo stato di Rio de Janeiro taglia le spese per servizi e salari e ha dichiarato lo stato di “pubblica calamità”, come avviene in caso di terremoto o inondazioni. Anche quelle di Montreal  sono state un disastro economico per la città, che ci ha messo più di 30 anni per pagare i debiti e ancora soffre per gli impianti costruiti e mai più utilizzati, compreso lo Stadio Olimpico finito di pagare nel 2006 e tuttora senza padrone.Torino grazie a quelle invernali  è diventata la città più indebitata d’Italia, con una eredità di strutture costruite per l’occasione e costate decine di milioni di euro, molte in stato di abbandono. A Barcellona le Olimpiadi hanno segnato la data di inizio del processo di gentrificazione, che comincia con l’impennata degli affitti e si conclude con la sostituzione di classi medio-basse e basse con classi medio-alte e alte: il quartiere di Icaria venne raso al suolo per far spazio alla Vila Olimpica (Città Olimpica), un quartiere residenziale per ceti abbienti. E appartiene ormai alla letteratura   il caso di  Toronto, del 1976 quando i costi – inizialmente stimati in 250 milioni di dollari – lievitarono fino a ben oltre i due miliardi, quando nel maggio del 1976 il governo locale introdusse una tassa speciale sui tabacchi per ripagare i debiti, che vennero saldati solo alla fine del 2006.

La lezione della storia fa intendere che gli interessi in gioco siano così appetitosi da far affrontare e sopportare il flop certo  a tre celebrati ex, selezionati da stimate società di cacciatori di teste e che vantano tutti e tre dei curricula di altisonanti insuccessi, per il posto prestigioso di manager: l’ex amministratore delegato di Sky Italia; l’ex di Rinascente e Grandi Stazioni  che ora si occupa dello sviluppo “commerciale” di Fs, inteso come Tav immagino, anche se una nevicata a gennaio ferma i treni e lascia i viaggiatori all’addiaccio come sul Don; e l’ex ad del colosso telefonico “3”. Tanto a metterci i soldi, come assicura il governo, ci pensiamo noi, perché si può star certi  che i grandi Magna-Magna, i Grandi Eventi e i Bal Excelsior portano Grandi Debiti: l’impegno dei privati, il project financing, le cordate di generosi investitori per i quali varrebbe l’insegnamento di De Coubertain “l’importante è partecipare” anche senza profitti, fanno parte del mantra dei sacerdoti del cemento sempre sulla giostra della Tav, del Mose, dei valichi e dei ponti; così come le progressive fortune dell’occupazione indotta rientrano tra le fake news della triplice che festeggia il Primo Maggio con Confindustria, i fanatici dei lavori precari, del volontariato formativo, del part time, delle mansioni manuali e a termine che finiscono quando si chiudono i cantieri in bolletta, adesso molto propagandati per assimilare i serbatoi di merce-lavoro straniera; o come l’ecologia dei “giardinieri”, per fornire infrastrutture alle città, abbandonate prima di essere realizzate, convertite in pochi mesi in archeologia industriale,  o per piantare alberelli smunti e esili in forma di compensazione  a far compagnia all’albero della vita dell’Expo, secondo la narrazione di Legambiente che d’altra parte ha condiviso e garantito con marchio della green economy. gli oltraggi perpetrati per legge dal regime renziano Sviluppo Italia, semplificazione, Salvaitalia.

E cosa volete aspettarvi da due città e da due sindaci che avranno anche sullo scrittoio l’immaginetta di Greta ma che razzolano male, vantando, tanto per fare un esempio il primato cittadino e regionale di consumo dissipato di suolo: Milano che sta cantierizzando  progetti che coinvolgono oltre 3 milioni di metri quadrati, dall’ Area Expo (1,1 milioni di metri quadrati), agli Scali ferroviari (1,2 milioni di metri quadrati),da  Bovisa Gasometro (850 mila metri quadrati), alle Aree Falk e Città della Salute (1,4 milioni di metri quadrati), da Città Studi  a Citylife, da Fiera Milano City, alla Piazza d’Armi e a  Milano Santa Giulia a Rogoredo,  mentre i residenti vengono espulsi verso l’hinterland per appagare gli appetiti dei protagonisti della bolla immobiliare; Cortina dove varianti creative ai piani e alle leggi regionali   hanno fatto della Perla delle Dolomiti uno dei posti più variamente e oltraggiosamente cementificati e oggetto di speculazione intensiva. Dove i cittadini si erano pronunciati per l’anschluss al Trentino Alto Adige, ma adesso ci ripensano in vista della beata autonomia dei ricchi, viziati ed evasori secessionisti del Veneto.

E che dire di un altro indotto, quello della  corruzione che in questi casi diventa autorizzata perché riesce nella doppia operazione di servirsi di leggi speciali, di corromperle e di essere concessa per legge: da questo punto di vista sarebbe giusto delegare tutte le competenze a uno dei maggiori esperti del settore, il sindaco di Milano ed ex commissario dell’Expo, che ha riempito tutte le caselle come dimostra la sentenza con cui il Tribunale lo ha condannato a sei mesi convertiti in multa per il reato di falso materiale e ideologico, convertendolo in vittima del dovere per aver  sottoscritto  due verbali “consapevole delle illecite retrodatazioni” ma con “l’obiettivo (…) di evitare che la questione della paventata incompatibilità dei due” componenti della commissione di gara per la Piastra potesse comportare il “rischio di ulteriori ritardi nell’espletamento della procedura” e quindi dell’apertura di Expo.  Chissà da adesso in poi quante firme pazze verranno abbonate  agli unici pupazzi di neve capaci di far sciogliere  i nostri soldi.


Sciarada Curda

image_20180728phf9101Qualcuno si è stupito e indignato del fatto che gli Usa abbiano abbandonato i curdi che vivono nella parte nord della Siria e li abbiano esposti ai nuovi attacchi di Erdogan -voglioso di impadronirsi di una fetta di territorio siriano – dopo averli abbondantemente sfruttati in funzione della loro strategia medio orientale. Ma questo non deve certo stupire visto che Washington ha sempre abbandonato gli amici che si sono fidati e non hanno mai dimostrato di avere la benché minima propensione al rispetto del diritto internazionale se non nella misura in cui esso coincida con i propri interessi. Ma che gli americani con inglesi al guinzaglio non siano mai stati amici dei Curdi è una storia vecchia che si può far risalire a  un secolo fa, a dopo la prima guerra mondiale nella quale la Turchia, si trovò coinvolta nella sconfitta degli imperi centrali nonostante un’accanita resistenza e storiche vittorie contro le truppe britanniche.

Con il trattato di Sevres del 1920 , che ribadiva l’accordo di massima tra le le potenze dell’Intesa, sottoscritto a Sanremo nell’aprile del 1920, la Turchia veniva privata non solo dei territori arabi, ma anche di alcune porzioni di Egeo in favore della Grecia e della sovranità sui Dardanelli, mentre si prometteva, sia pure in termini vaghi la possibilità per i Curdi di creare un loro stato. Tuttavia questa prospettiva non entusiasmava affatto il presidente americano Wilson, molto più determinato ad essere il padre tutelare di uno stato armeno a cavallo di Anatolia e Caucaso di cui fece anche disegnare i confini dalla Commissione King-Crane: tale stato avrebbe infatti assunto la funzione di cuscinetto fra la Russia e il medio oriente, mentre uno stato curdo avrebbe solo destabilizzato l’area. In realtà sebbene il trattato fosse stato firmato da quattro plenipotenziari turchi, non ebbe alcun seguito visto che il parlamento ottomano era stato sciolto mesi prima e il sultano Mehmet VI non aveva più alcun potere reale, essendo stato deposto da Ataturk. il quale  aveva intrapreso una nuova guerra per riappropriarsi dei territori ceduti alla Grecia oltre che del Bosforo e dei Dardanelli. Questa guerra di riconquista non fu per nulla  contrastata dai membri dell’Intesa per vari motivi, a cominciare dalla stanchezza dopo il grande massacro della grande guerra, dal fatto che Francia, Gran Bretagna e Italia avevano già ottenuto soddisfazione delle richieste, ma soprattutto per il fatto che le risorse disponibili erano state incanalate contro un nuovo grande nemico: l’Unione sovietica. In questo quadro non era più opportuno avere una Turchia debole e si lasciò Ataturk completamente libero di di riprendersi parte dei territori persi e infierire sulle popolazioni che avevano avuto promesse di autodeterminazione.

Così tre anni più tardi, a Losanna, venne riconosciuta gran parte  delle riconquiste del  sultano laico di Ankara, compresa la cancellazione della parte anatolica dell’Armenia di Wilson mentre la parte restante, da sempre sotto l’impero russo  era diventata una repubblica sovietica. Dei Curdi non si parlò più per esplicita volontà americana che ormai avevano la leadership indiscussa sull’Europa, un po’ per evitare nuovi conflitti con la Turchia che a quel punto diventava un baluardo contro il comunismo, un po’ perché i territori abitati dai Curdi erano ricchi di risorse petrolifere e si preferiva vederle sparse fra vari stati e mandati coloniali senza doversela vedere con unico soggetto nazionale. In questo contesto non può sorprendere il fatto che sia stata proprio l’Unione sovietica a creare il partito democratico curdo dopo la seconda guerra mondiale favorendo con la propria presenza militare anche la creazione di una repubblica popolare curda con capitale Mahabad in un territorio di confine fra Iran, Iraq e Turchia. Fu un esperimento che durò due anni e finì in pratica con il ritiro delle truppe sovietiche a seguito di un accordo con Teheran e la sconfitta di Mustafa Barzani, il condottiero della piccola repubblica che disponeva di appena 1200 uomini. Il comandante riuscì con una lunga marcia a raggiungere il territorio dell’Urss. Ma le fratture politiche e tribali tra i curdi stessi hanno reso arduo ogni successivo progetto.

Dopo di allora è stato tutto un susseguirsi di colpi di mano, vaghe promesse che non avevano alcuna consistenza e inganni che servivano ad ottenere l’appoggio delle formazioni curde nelle varie e intricate guerre mediorientali. Tuttavia il quadro sostanziale e geopolitico della situazione non è molto cambiato rispetto al secolo scorso e non si vede perché gli Usa dovrebbero favorire un processo che essi stessi hanno depennato a suo tempo dall’agenda internazionale. I curdi così come gli arabi furono semplicemente ingannati  e ora una certa ostilità fra queste due popolazioni fa comunque gioco. Una cosa è certa: lo stato curdo non verrà dall’occidente.

 


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