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Il 33° sesso

2016923235542La libertà è diventata un teatrino, uno di quei locali pulciosi e ambigui dove i borseggiatori sottraggono i diritti essenziali in cambio di perline, di pagherò con il denaro vero. In Australia, ad esempio, già da una decina di anni la commissione per i diritti umani aveva stabilito la necessità di proteggere dalla discriminazione ben 23 generi, ma ora il partito Laburista ha presentato una proposta per obbligare lo stato a riconoscerne fino a 33. Francamente per molti di questi generi o pseudo tali non saprei nemmeno di cosa si tratta visto che derivano da una cultura tanto superficiale quanto pignola e pedante come è divenuta quella anglosassone, perché oltre agli omosessuali, bisex, transgender e trans che in fondo collegabili al sesso biologico, ci sono anche intersex, androgini, agender, crossdresser, drag king,  drag queen,  genderfluid,  genderqueer,  intergender,  neutrois,  pansessuali,  third gender,  third sex, sistergirl, demigender, omnigender e brotherboy, insomma una ridda di variazioni sul tema che potrebbe andare avanti all’infinito perché se c’è una cosa chiara è che alla fine ognuno rappresenta una sfumatura di genere a se stante e magari parecchie sfumature durante la sua vita.

Bisognerebbe chiedersi per quale motivo ci sia bisogno di specificare un sempre maggior numero di generi da non discriminare quando basterebbe semplicemente e di certo più efficacemente stabilire che ognuno ha libertà di genere e finirla con queste grottesche tipizzazioni. Anche perché se il genere è un fatto culturale ci saranno sempre nuovi generi a cui dare un nome e da inserire negli elenchi. In termini culturali generici si potrebbe dire che la norma e normatività, concetti nati nell’Ottocento durante la rivoluzione industriale in relazione al potere, vengono  avvertiti in maniera duale, sia come ordinamento che come repressione e dunque pare è ovvio che se da una parte si vuole far crescere  il controllo sociale in favore del profitto dall’altro si deve fare l’impressione di liberare le briglie negli ambiti esclusivamente individuali senza tuttavia una vera libertà anzi gestendoli e  dominandoli  attraverso una regolamentazione precisa. Qualcosa che alla fine non elimina gli stereotipi, ma paradossalmente li moltiplica e basta.

Vorrei andare anche oltre, dicendo che il sistema sottrae identità e consistenza sociale sociale alle persone, ma cerca di surrogare questa progressiva alienazione costruendo identità di genere sempre più ampie, con cui le persone possono cercare di costruire  una loro soggettività come con i pezzi del lego. Non va dimenticato che le teorie o discussioni di genere hanno le loro radici nella critica sociale e nella discriminazione delle donne che poi evolvendosi  e passando per mille filtri sono approdate in questo bizzarro universo, che anche senza tenere in conto le contraddizioni e anche la funzionalità ad interessi economici, alla fine hanno influito quasi niente sulle discriminazioni che incontrano le donne. Ciò che doveva servire a costruire un mondo più eguale, più libero e più giusto sta involontariamente fornendo la giustificazione per nuove forme di disuguaglianza e di sfruttamento di fatto aderendo all’individualismo di stampo neoliberista. Il passaggio tra salario alto prevalentemente maschile e salario basso e intermittente per tutti ( ma comunque sempre più basso per le donne) non è stata una grande idea, ma del resto avendo identificato lo stato sociale nel patriarcato il femminismo della seconda ondata ha collaborato attivamente a questo esito, presentando una visione dell’emancipazione femminile come collegata all’accumulazione dei capitale.

Non voglio infierire su tesi, del resto prevalentemente nate sull’altra sponda dell’Atlantico e dunque gravate da un’ egemonia culturale così forte da non essere nemmeno percepita,  per cui tutto questo è nato dal fatto che le teorie sociali non prendevano in considerazione la violenza “non economica” che le donne dovevano subire, visto che tale violenza derivava per l’appunto dalla condizione di minorità economica. Ad ogni modo è stato proprio voler politicizzare il “personale” senza accorgersi che esso è comunque anche sociale, ha portato la battaglia nel delta fangoso delle miriadi di identità o supposte tali. Come dice Nancy Fraser “si sono barattati pane e burro con le identità”. Il che ovviamente va benissimo per chi le provviste ce le ha già.

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La zingarata di Nemici miei

zin Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri una giornalista della Rai ha pubblicato un’accorata e lunga denuncia su Facebook:  aveva assistito a un pestaggio ai danni di una giovane rom accusata dai giustizieri della metro di Roma di aver tentato un borseggio e nella totale indifferenza dei viaggiatori. Il racconto era stato ripreso dalla stampa nazionale e era circolato in rete, commentato a pari merito da tifoserie antirazziste che vedevano nell’episodio una conferma del radicamento popolare della politica xenofoba del ministro Salvini, certamente ignaro che la maggioranza dei rom sono nativi e cittadini italiani. Ed anche da scettici che accusavano la narratrice di essere affetta da una specie di sindrome di Münchhausen, per criminalizzare la reazione legittima e giustificata di chi vede negli “altri” un rischio per i beni e la sicurezza di tutti: non ci sarebbero state infatti testimonianze dell’accaduto, filmati col telefonino che ormai non mancano mai  o peggio selfie con i gongolanti vendicatori dei nostri portafogli.

E oggi ci sarebbe da dar ragione agli increduli: la giornalista ha oscurato i suoi post, non ha presentato una denuncia se non quella virtuale, non sono apparse documentazioni o prove a conferma dei fatti narrati. E dunque se davvero si è trattato di una montatura, sarebbe grave.

Ma in realtà sarebbe più grave ancora se fosse tutto vero, oltre che verosimile. Se la giornalista pluri-insultata avesse deciso di eclissarsi perché soggetta a una campagna denigratoria, se davvero gli astanti non avessero filmato, perché indifferenti o occupati a applaudire la giustizia faidate su ferro, se, e non sarebbe una novità, il sostegno all’esuberanza dei picchiatori, interpreti della unanime sfiducia nelle istituzioni e nella giustizia,  fosse stato incrementato dalla etnia della ladruncola: quelli che sono soliti dire io non sono razzista, sono anche soliti aggiungere un ma a proposito dell’indole zingara alla trasgressione, al furto, all’imbroglio, che giustifica e autorizza da anni pogrom, razzie, incursioni intimidatorie, delocalizzazioni amministrative e poi con la forza pubblica in insediamenti popolati da generazioni di cittadini italiani cui sono stati aggiunti, non sorprendentemente, fastidiosi richiedenti asilo e profughi fuggiti da guerre alle quali abbiamo partecipato attivamente.

È che di questi tempi si parla tanto di crisi di autorità della quale soffrirebbero le élite, il ceto dirigente e i suoi  addetti alle relazioni con il pubblico. Mentre dovremmo parlare di crisi di autorevolezza generalizzata, per via della quale per accreditare ragione, critica, convinzioni c’è bisogno di metterle in scena sotto forma di spettacolo, evento, flash mob, esibizione muscolare, rappresentazione del proprio sé. E questo vale anche per i fenomeni che hanno fatto la loro comparsa non certo inattesa e nemmeno nuova sullo scenario del mondo: immigrazioni, cambiamento climatico, terrorismo, criminalità organizzata illegale o autorizzata per via di legge in Colombia, Italia o a Wall Street, soggetti privilegiati a Hollywood, Nuova Delhi, Napoli,

Questa possibilità di esprimersi è rimasta una delle ultime elargizioni erogate a gruppi sociali che hanno via via perso beni, garanzie, identità di classe e che sono passati dalla passività politica a una certa attività “rivendicativa” disorganica che rappresenta più che i loro interessi, il loro malessere. È la libbra di carne scaraventata dalla “dirigenza” sovranazionale che non ha saputo e voluto mantenere fede alle promesse del liberismo, alle visioni di benessere diffuso, di pari opportunità, di possesso, della casa prima di tutto, di guadagni facili e investimenti redditizi con la partecipazione al casinò globale, di una vecchiaia sicura acquisita attraverso fondi e assicurazioni.

Lo chiamano il “paradosso della debolezza” e consiste appunto nella accettazione di regole che è concesso magnanimamente deprecare.. e niente di più. Succede quando si sono dispersi o sono stati cancellati  i valori “materialisti” (che ispiravano critica e la lotta di classe) ma anche i valori “post-materiali” (la qualità della vita, l’ambiente, la realizzazione di talenti e vocazioni) e l’unica aspirazione che viene permessa è quella alla sicurezza, intesa come protezione data da autorità superiori in cambio della rinuncia alla libertà e alla democrazia.

Se fino ad un certo punto era stato possibile conquistare “riforme”, ordinamenti a difesa degli sfruttati, come lo statuto dei lavoratori, leggi che sancivano diritti, adesso ci si trova a difendere il poco, sempre meno, non da chi ce lo leva, ma da chi ci viene indicato come concorrente sleale. E per via di disposizioni e provvedimenti viene decretato che siamo autorizzati a questa miserabile sopraffazione, a un ragionevole sfruttamento, a una vantaggiosa speculazione di tipo “umanitario”, oggi ai danni degli stranieri, domani -ma è già cominciato- dei connazionali e concittadini che hanno mostrato debolezza, incapacità di tutelarsi, scarsa iniziativa.

Da sempre c’è qualcuno che sostiene che “il dispotismo è una forma legittima di governo quando si ha a che fare con barbari», siano essi i neri d’Africa da depredare, gli islamici da convertire e contro i quali è necessario muovere guerre persuasive della nostra superiorità, gli ebrei che non si sanno integrare, gli slavi feroci, gli zingari trasgressivi. E adesso, da noi, gli immigrati, che devono essere obbligati per legge al confino, allo status di clandestini, alla riduzione in schiavitù.

È proprio il trailer del film horror al quale ci stanno condannando, assimilandoci alla condizione di terzo mondo interno, di barbari in patria, per il fatto di essere sempre più impoveriti. Quando l’unica abbondanza che ci lasciano è di risentimento, di frustrazione, di paura e sospetto.

Poco importa se l’episodio miserabile del pestaggio in metro è vero, importa che sia verosimile, che sia uno dei tanti occorsi e documentati, importa che qualcuno che avrebbe l’incarico di informarci debba ricorrere allo “scandalo” autentico o contraffatto per suscitare interesse, sicché la verità viene sempre di più messa in ombra e velata da quel che si vuol fare apparire. Importa che abbiamo smesso di aspettarci che qualcosa cambi, come nella poesia di Kavafis, con l’arrivo provvidenziale dei barbari, perché i barbari siamo noi.

   


Ci sono curve e curve

DfRbvIyWkAI-mVRDagli anni ’80 in poi le opinioni pubbliche occidentali sono state allattate con la curva di Laffer la quale navigava in quel territorio grigio fra l’ovvietà e l’inconsistenza statistica, che le ha permesso di penetrare facilmente nelle menti diventando un’ottusa verità: non a caso Stiglitz ne parlava come di “una teoria scarabocchiata su un pezzo di carta” e una celebre apologo dice che il suo successo deriva dal fatto che può essere spiegata a un politico in mezz’ora permettendogli di parlarne per mesi. Sta di fatto che questa oscena curva ha dato lustro alla reaganomics, cioè al neoliberismo pop e ha costituito il pulpito dal quale si sono abbassate le tasse ai ricchi invertendo il processo di redistribuzione dei redditi che era stato il mantra del modello Keynes del dopoguerra. Oggi se ne vedono i frutti.

Tutto questo è stato favorito dalla tendenza degli economisti all’astrazione insensata e alla ricerca di leggi universali sul modello della fisica, ma ci sono altre curve o meglio diagrammi che senza voler aver un carattere predittivo o impositivo sono molto più significativi e rendono conto delle realtà complesse. Alcuni anni fa, sei per la precisione,  è uscita la curva di Mishel( dal nome dell’economista che l’ha creata) , la quale analizza l’andamento della produttività e delle retribuzioni a partire dal 1948 in Usa e in altri Paesi occidentali. Come si può vedere dall’immagine di apertura del post (doppio clic per ingrandirla) , fino agli anni ’70 l’aumento della produttività è cresciuto di pari passo con le retribuzioni, (entrambe ovviamente depurate dall’inflazione) mentre successivamente i due sentieri, le due linee cominciano a divergere per poi creare un vero baratro: i redditi dei lavoratori non direttivi crescono tra il 1950 ed il 1070, del 100% , ma da allora  restano fermi mentre la produttività cresce di un’altra volta e mezzo. Le risorse che si sono “liberate” in questo modo  sono finite in poche mani determinando in sostanza una situazione in cui lo 0,1% della popolazione incassa da sola il 36%, di questi redditi sottratti al lavoro e finiti in capitale, l’1% si è aggiudicata il 60 per cento del totale e il 10% , il 91, 6%. Naturalmente si tratta di medie che non dicono tutto: per esempio il fatto che il lavoro è stato man mano spogliato dei suoi diritti, che la precarietà ha acquisito un carattere generalizzato e dunque il reflusso della distribuzione dei redditi non ha provocato solo difficoltà, ma un impoverimento generale e talvolta drammatico, dopo la prima grande crisi del 2008 che secondo i neoliberisti nemmeno avrebbe potuto esserci.

Sebbene la curva di Mishel  sia stata negletta dall’informazione maistream per ovvie ragioni, essa non di meno è illuminante se si fa caso all’asse temporale: l’inizio del fenomeno anche se ancora in modo poco evidente e appena accennato avviene dopo la prima ondata della “soggettivizzazione” politica che si è espressa nella rivolta studentesca cominciata nel ’68 dalla quale si origina la sinistra per così dire asociale di oggi, è proseguita e si è irrobustita con l’esperimento cileno portato avanti da Pinochet sotto la direzione dei Chicago boys ed è esplosa con il duo Reagan -Thatcher. Ma l’apice dello stallo retributivo, corrispondente addirittura a una diminuzione in termini reali si è avuta tra la seconda metà degli anni ’80e la prima dei ’90  in corrispondenza prima del collasso dell’Unione sovietica e poi con gli accordi di Maastricht nonché con la preparazione della moneta unica in Europa, segno evidente della direzione fin da subito data a questa impresa. Insomma non siamo di fronte a uno scarabocchio da vendere nella macelleria sociale, al posto del filetto mancante, ma del sintomo di una evoluzione generale che oggi ha raggiunto l’apice e comincia a produrre i suoi anticorpi. Ora capite perché si insiste tanto sulla produttività: perché non sono ancora stanchi di mungere


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