Ci vediamo da Mario prima o poi

5dbc4ed0210000b442ad4980Qualche giorno fa Mario Draghi, ormai in vista di Palazzo Chigi come salvatore di una patria svenduta più volte durante la sua carriera di banchiere e affarista , ha cambiato a sorpresa  il registro con cui ha parlato per anni dall’ultimo piano della Bce, scrivendo una frase che ha suscitato molti interrogativi: “Gli alti debiti pubblici diventeranno la caratteristica dell’economia futura e saranno accompagnati dalla cancellazione del debito privato “. Finalmente possiamo cominciare a vederci un po’ più chiaro nel dopo epidemia, un evento pompato oltre ogni limite a livello planetario, ma ancor più in Italia dove un governo disperato ha chiuso inutilmente l’intero Paese pur conoscendo, sin dall’inizio della crisi, che il bersaglio del Covid erano le persone anziane e/o afflitte da specifiche  patologie, le stesse sensibili alle sindromi influenzali e non è tornato indietro neanche quando è stato evidente che la strategia di fermare il virus con le quarantene era assurdo visto che il microorganismo si era già diffuso assai prima. Ma la sanità pubblica e il sistema di assistenza in generale era stato così duramente colpito dai tagli degli ultimi dieci anni da non potersi permettere azioni mirate ed efficienti, come per esempio si è fatto in Svezia ottenendo di avere una mortalità 50 volte inferiore a quella italiana che del resto per la confusione dei dati rimane poco credibile.

Ma come ho detto fino alla noia in questi giorni l’enfatizzazione mediatica di ciò che sostanzialmente avviene ogni inverno nella totale indifferenza della società dei consumi e dello spettacolo, una dramatisation nella quale sono cascati mani e piedi praticamente tutti, non è casuale né a livello globale né in Italia, sia pure con le peculiarità di ogni Paese: occorreva un forte choc perché il paradigma neo liberista sopravvivesse alle resistenze sempre più forti nei confronti della sua ideologia, dei suoi strumenti di governance e all’esplodere delle proprie contraddizioni interne, anzi fosse messo nelle condizioni di aggredire ciò che resta dello stato e del welfare. Proprio a questo mira la frase di Draghi che da una parte getta alle ortiche vent’anni di dottrina austeritaria ed eurista imperniata sul debito pubblico dicendo che finora hanno scherzato e detto cazzate, ammettendo indirettamente che la distruzione del welfare e anche le situazioni emergenziali della sanità che da esso deriva, sono state una svista. Dall’altro portando in questione il debito privato e la sua presunta cancellazione come offa agli italiani per la sua salita al potere senza elezioni. Cosa significa però cancellazione del debito privato? Significa in ultima istanza che il sistema bancario dovrà sostenere aziende e famiglie già da lungo tempo in crisi e gettate nella disperazione dalle trovate contiane che non hanno fatto altro che accelerare un processo in atto da noi come in tutta Europa e nel mondo occidentale, con soldi che in ultima istanza saranno garantiti dallo Stato. Naturalmente non è che privati cittadini saranno sgravati dai debiti, tutt’altro perché essi dovranno pagare come e più di prima il fio dei debiti contratti fino al limite delle loro possibilità, detto in soldoni non è che il privato cittadino potrà permettersi di non pagare il mutuo, il prestito o di fallire senza conseguenze fiscali o se del caso penali, ma ad essere garantite saranno le banche che così potranno prestare senza temere sofferenze avendo a garanzia il denaro di tutti.  Probabilmente è uno dei sistemi per riavviare la maccchina, un metodo per far arrivare nell’economia reale soldi che finora sono fuggiti nei circuiti finanziari, ma contiene un trucco: un conto è avere banche pubbliche e sovranità monetaria per cui lo stato si indebita con se stesso, un altro è che sia un circuito privatistico a tenere per le palle lo stato che dovrà in pratica sostenerle con il denaro pubblico drenato dalle tasche dei cittadini e sempre attraverso il ricorso al mercato. E’ una cosa non molto diversa dai salvataggi delle banche private nel 2008 con i soldi pubblici, ma che diventa sistema base di governance dove i signori del denaro detteranno necessariamente anche l’agenda politica arrivando a quel governo di oligarchie che è insito nella globalizzazione e nella distruzione della sovranità e dunque anche della partecipazione e della democrazia reale. Come si può agevolmente vedere si tratta del piano D come Draghi: far finta di redimersi per cambiare in peggio. Uno stato che non potrà più costruire ospedali, scuole, tutele per il lavoro, ma che dovrà servire le banche.

Ovvio che la ricostruzione avrà bisogno di strumenti eccezionali e in primis di rendere carta straccia i trattati europei prodotti da un club in cui ognuno fa i propri interessi, millantando obiettivi comuni, ma è abbastanza chiaro che questa crisi portata al diapason è l’occasione perfetta da parte dello status quo in profonda crisi di imporre la propria visone della società e di salvare gli strumenti  che finora l’hanno messa in opera. All’interno di un calo della domanda che oggi, dopo il fermo di due mesi diventerà anche crisi dell’offerta soprattutto in campo agricolo dove ben che vada la ripresa non potrà che essere rinviata di un anno, si può dubitare che gli interessi dei prestiti potranno rimanere a basso livello, si può essere certi che la prospettiva di Draghi favorirà i rentiers e gli speculatori con effetti di sfilacciamento del mercato. Però al di là di ogni considerazione tecnica è palese che il sistema privatistico assoluto che è stato imposto fino ieri dalle ricette Ue e dalla sua moneta unica ma meno che mai comune, è per definizione inetto a risolvere i problemi sociali di uguaglianza e di distribuzione del reddito oltreché delle risorse che sono poi le basi della crescita reale. Niente è più disequilibrato del mercato.  Ma naturalmente gli italiani ci cascheranno come sono cascati nella narrazione della pestilenza. Eppure già 2400 anni fa Tucidide testimoniò che Atene era stata distrutta dalla paura della peste, non dalla peste.


Covid 19, Draghi 20, Rovina 21

Ash_LandsSapete io non riesco a credere ai miei occhi, alle città deserte non tanto per le sanzioni sostanzialmente illegali, ma per la paura che ha improvvisamente colpito una popolazione che si riteneva a rischio zero  e che ad ogni apparire di un pericolo sottoscriveva cessioni di libertà al potere che quel pericolo aveva appositamente creato o suscitato. Ancor meno posso credere che quella stessa popolazione sia così docile e intellettualmente passiva da cadere in qualsiasi tranello venga teso: negli ultimi tre anni – cifre dell’Istituto superiore di sanità – sono morte 60 mila persone per influenza e poco meno di 150 mila per infezioni ospedaliere, in un una sinistra miscela fra tagli senza fine alla sanità, inefficienza della terziarizzazione, costo folle di medicinali e strumentazioni dovuti alla spada di Damocle della corruzione e una suggerimento subliminale a non curarsi poi troppo della salute e della vita oltre una certa età. Ma non lo sapevamo e non lo volevamo sapere, la vita continuava felice di quella opaca felicità data dall’indifferenza.

Ma poi ci hanno detto che c’era il Covid che giungeva dalla terribile Cina dove, come è ben noto la sanità è imperdonabilmente per tutti e una sindrome influenzale facilmente superabile anche nei casi più acuti dalla semplice presenza di respiratori di cui tuttavia la sanità pubblica è sguarnita, ma non più letale per le persone a rischio di quelle che comunemente attraversano l’inverno. si è trasformata nella peste nera. E’ bastato dire ciò che normalmente non si dice ed è stato il delirio. Così ci si è sottoposti alla spoliazione delle più elementari libertà in vista di un rischio che non è significativamente superiore a quello di ogni inverno e a quello di ospedali che devono contare persino la carta igienica, di medici sfruttati e malpagati che hanno il lucroso privato come loro stella cometa e personale sanitario sfruttato sino all’ultima goccia di sudore. Naturalmente come ogni rivelazione anche questa dell’epidemia ha le sue sceneggiate di rinforzo, la conta costante dei morti, le cifre che ballonzolano senza nessun significato perché se lo lasciassero trasparire tutto potrebbe essere messo in discussione, i camion militari che trasportano i morti, le false foto di bare allineate: nulla è lasciato al caso purché non si capisca davvero ciò che sta davvero accadendo, riversando la gratitudine su chi ci ha salvato la vita mettendoci ai domiciliari e provocando una crisi economica  le cui cicatrici dureranno anni. Anzi no, diciamo che ci ha messo in una condizione nella quale persino la democrazia monca e bugiarda degli ultimi anni parrà l’età dell’oro.

Sulla base delle cifre reali è fin troppo chiaro che la governance occidentale  ha colto l’occasione del virus, come del resto era stato studiato e preannunciato in tante simulazioni, per superare le difficoltà del sistema che ormai era arrivato al limite e mettere le persone in uno stato di tale minorità e così dipendenti da accettare qualsiasi cosa invece di ribellarsi a uno stato di cose: il sistema neo liberista si è dato malato per non andare in tribunale. E nessuno è riuscito a sottrarsi alla paura: anche coloro che sottolineano le disuguaglianze e le contraddizioni insite nel sistema hanno comunque introiettato la narrazione generale della grande epidemia e ne sono vittime tanto e quanto l’uomo della strada: essi guardano al Covid 19 come all’ennesimo fallimento del paradigma neo liberista che si trova di fronte a quei limiti sociali e naturali che vuole negare. Non vogliono pensare che il coronavirus sia invece, a livello di comunicazione, l’ultima creazione del sistema stesso destinato a erodere la capacità di risposta della masse e ad addomesticarle. Il povero coronavirus, è una semplice incognita nell’equazione è l’occasione per un sistema ormai giunto alla frutta di arrivare alla domesticazione finale delle persone e degli elettori, un’occasione per il sistema e i suoi rappresentanti per presentarsi come salvifico e non più mortifero: se così non fosse, se non ci si fosse arresi alla rappresentazione,  non sarebbe possibile equivocare i dati che abbiamo e che parlano di una patogenicità modesta, ancorché diretta all’apparto polmonare già così provato di particolati e dai veleni.

Per quanto ci riguarda da vicino è ormai chiaro che non saranno più gli italiani a decidere da chi farsi governare, ma il Palazzo imporrà, naturalmente senza uno straccio di elezioni, Mario Draghi il grande svenditore del Paese, con un’operazione tipo Monti con la differenza che allora la paura era lo spread e adesso il Covid , entrambi usati come spauracchi, ma di ben diversa caratura riguardo alla paura. Poi tra un anno, quando i salvatori ci faranno sapere che i morti per coronavirus e non con coronavirus sono stati pochi grazie alla loro opera, che l’indice di mortalità non si è significativamente spostato verso l’alto, se non forse per i malati di altre patologie, abbandonati durante l’emergenza, sarà troppo tardi per tornare indietro.


Italia malata grave, ma non seria

it Anna Lombroso per il Simplicissimus

Fino a qualche tempo fa, mentre stavano facendo irruzione nella narrazione economica e sociologica automazione, robotizzazione, informatizzazione a farci sognare che saremmo stati esonerati dalla fatica,  non poteva mancare nella nostra cassetta degli attrezzi, un testo, quel “Lavoro manuale e lavoro intellettuale” di Alfred Sohn Rethel, pubblicato in Italia da Feltrinelli nel 1977, nel quale si delineava una nuova nozione di sintesi sociale, una originale forma di socializzazione dominante, fondata sulla produzione e non sulla circolazione, sul lavoro e non sullo scambio,  grazie al sopravvento, su quello manuale, del lavoro intellettuale, ormai ricollegato alla produzione e al superamento della tradizionale concezione di classe operaia.

Poi succede qualcosa, che non è un cigno nero, perché era prevedibile e previsto, profetizzabile e contrastabile, e confonde tutto.

E altro che nuova sintesi sociale: arcaiche figure criminalizzate perché non sapevano approfittare delle magnifiche opportunità del progresso, lavoratori che non si adeguavano doverosamente alla modernità accettandone i comandi in nome dell’interesse generale, trasferendosi altrove o industriandosi in lavoretti alla spina, ceti penalizzati in quanto parassitari e immeritatamente a ricasco di un sistema produttivo che senza di loro avrebbe caratteristiche di dinamismo futurista, sono stati promossi cavalieri, più di Berlusconi insignito del titolo ancora vigente nel ’77, o di Marchionne (2006) o Montezemolo (1998), icone della retorica da sussidiario alla pari del “muratorino” , oggetto di riconoscimenti prestigiosi e dell’annesso medagliere, Grandi Ufficiali come Bertolaso (Medaglia d’oro al merito della sanità pubblica nel 2005), grazie alla possibilità offerta loro di prodigarsi e  cadere nelle trincee del Covid19.

Così i servi della gleba sono diventati un esercito di combattenti e resistenti che, dicono, si deve sacrificare per noi, per i nostri frigoriferi, ma pure per i nostri arsenali, garantendoci i barattoli per le conserve ma non i pomodori che resteranno nei campi abbandonati per l’obbligatoria diserzione degli stagionali e per le proibizioni governative, le scarpe del Made in Italy ma non i camici, come vuole un apparato industriale che si è piegato a stringere un patto di non belligeranza con esecutivo e sindacati sull’onda di scioperi e manifestazioni, purchè non fosse vincolante ma avesse carattere di oculata discrezionalità arbitraria, purchè fosse chiaro che una volta conclusa la fase emergenziale si possa tornare a morire nell’altoforno, cascare da impalcature, contaminare senza virus.

Nell’archivio sempre rinnovato del “è permesso” e del “è proibito”, dietro all’hashtag: #iorestoacasa milioni di lavoratori perlopiù “manuali” che devono produrre la certificazione che attesti “Comprovate esigenze lavorative, situazioni di necessità, motivi di salute, rientro presso il proprio domicilio, abitazione o residenza”, devono affollarsi su metro, bus e pullman, circolare per strada muovendo il profitto e il contagio, rischiando e facendo rischiare, stando alla catena di montaggio senza distanze regolamentari, caricando e scaricando casse e furgoni, trascinando carrelli e riempiendo scaffali, stando alla cassa e nei magazzini dei centri commerciali.

Insieme al personale sanitario, sempre per usare quel linguaggio bellico obbligatorio al tempo delle guerra al morbo, devono stare in prima linea, domestiche, operai, dipendenti delle imprese di pulizia, facchini, camionisti,  muratori, netturbini, scaffalisti, quelli per i quali la semantica dell’eufemismo progressista aveva trovato altri nomi: colf, operatori ecologici, in modo da far digerire umiliazioni e precarietà, ma pure travet del pubblico impiego, partite Iva, che fanno azioni ripetitive che volutamente esonerano dal pensare e scegliere, operatori dei call center costretti a pagarsi internet per recitare contratti e offerte, dipendenti di enti che cliccano su format, con la stessa remota indifferenza imposta a quelli che sganciano bombe da miglia e miglia di distanza o guidano droni, ormai forzati di una nuova manualità per la quale dividono con i lavoratori del braccio la condanna a salari bassi, ricatti, intimidazioni, anche se vengono persuasi di appartenere a un ceto superiore, meno esposto, meno vulnerabile e più apprezzabile.

E magari è bene ricordare che le regole di sicurezza, igiene e profilassi cui si è generosamente assoggettata Confindustria prevedono che mediante disinfezione una tantum, sia doveroso stare insieme alla mensa, davanti ai banchi delle lavorazioni, mentre la socializzazione è interdetta nel caso di assemblee o presidi, in modo da non disturbare i manovratori, da non compromettere la reputazione nazionale, da non minacciare onorabilità e profitti di un sistema padronale che ha scelto da anni di non investire in ricerca e innovazione, di non mettere un soldo in sicurezza e garanzie, preferendo la distribuzione dei profitti delle operazioni finanziare creative agli  indolenti e accidiosi azionisti.

Parlo di quella cricca che dimostra di non conoscere nemmeno le più elementari regole della concorrenza che suggerirebbe di convertire settori in crisi per rispondere a bisogni impellenti che avrebbero un mercato ahimè inesauribile: dispositivi medici, mascherine, guanti, camici,  che da sempre sa solo schiacciare i salari verso il basso, piuttosto che elevare prestazioni e prodotti,  promuovere fondi e assicurazioni per sfruttare due volte i dipendenti, promuovendo la fine della sanità pubblica, sostenere l’eccellenza delle sue rendite azionarie anzichè quella dei prodotti.

Pochi paesi credo siano afflitti da una classe imprenditoriale e padronale così ottusa, ai cui comandi lavora una classe politica altrettanto miope fino al suicidio, che non capisce che in un mondo così interconnesso la crisi di un comparto comporta a ricasco la sofferenza di tanti altri, che l’afflizione di un’azienda che non paga i suoi debiti si ripercuote sulla banca che le ha dato credito spericolatamente sulla base di relazioni opache, e che così negherà il credito a altri operatori, o che mancando le forniture, è inevitabile una reazione inflazionistica, con una stretta della liquidità di tutto il sistema.

Non è detto che stavolta si salveranno. Mentre è detto che a pagare saremo noi.

Sarebbe consigliabile dunque sospettare dei moniti alla solidarietà, alla coesione ricordate solo all’atto di socializzare le perdite mentre si privatizzano i profitti.

E altrettanto raccomandabile sarebbe non rispondere con la cieca ubbidienza a regole e imperativi che assumono un carattere morale inteso a criminalizzare le vittime, corridori, bambini al parco giochi, vecchi che vanno al supermercato, mentre si dà voce e ascolto ai bisogni della cupola che impone l’allargamento delle liste  degli “autorizzati”, delle attività “strategiche” per il Pil ma non per noi, F35 compresi, dei settori strategici e cruciali.

Regole e imperativi così contraddittori, confusi che non possono che dar luogo a discrezionalità, e che potrebbero essere applicati con efficacia solo su un tessuto sociale coeso, in una nazione che si è dotata di infrastrutture, servizi, compresi quelli “democratici” della partecipazione, del rispetto dei bisogni, della tutela dei più deboli.  E in uno Stato che avesse la forza e la sovranità economica e politica per esigere di entrare nel capitale e nel controllo delle aziende strategiche (nella sanità, nelle infrastrutture, nella farmaceutica, nell’energia, nell’ambiente, nell’agroindustria,nell’informatica e nella  robotica, nelle telecomunicazioni) garantendo e esaltando la loro funzione di “interesse pubblico”.

L’Italia è ammalata. E solo noi potremmo guarirla e guarirci.


La scienza in formato lobby

Schermata-2018-06-12-alle-17.27.39Ciò a cui stiamo assistendo in questi giorni è anche la definitiva trasformazione della scienza da metodo di conoscenza in culto misterico i cui sacerdoti non possono essere messi in discussione, pena multe e galera, ancorché bestemmino il fondamento del loro credo e accorrano come un sol uomo sul carro del potere e delle sue narrazioni. Il fatto che buona parte delle stupidaggini assurde e letali per il Paese messe in opera dal governo Conte, del catastrofismo sparso a piene mani per giustificarle e renderle sacrosante agli occhi dei cittadini più sprovveduti, della beffa alla più evidente realtà statistica e infine della censura nei confronti di chi esprime vedute differenti  avvenga in nome di un fumoso “patto trasversale per la scienza”, di cui non si conoscono i finanziatori, costituisce il segno di un definitivo declino e mutazione. L’unica cosa che questo patto dovrebbe riconoscere è di non sapere e anzi di non voler nemmeno sapere quel poco che invece si sa.

La diffusa credenza secondo cui la scienza sarebbe estraniata dal contesto in cui opera  ovvero dalla società, dalla cultura, dagli interessi economici e dal potere di cui invece fa pienamente parte è una evidente illusione ottica. Vi risparmio tutti i possibili esempi che vanno da quello ovvio della direzionalità della ricerca farmacologica, alla serie di Fourier o che ne so agli studi sui moti browniani ( il campo per cui Einstein fu insignito del Nobel) che mostrano una correlazione con lo sviluppo delle macchine o della stocastica per l’analisi finanziaria e di mercato. Ovviamente non è questa la sede per una disanima di questo tipo, ma basti dire che oggi la ricerca scientifica implica miliardi e i miliardi implicano interessi forti: oltre ad argomenti epistemologici c’è questo imprescindibile legame con una imprescindibile filiera di interessi. Tanto per fare un esempio da chi pensate che prenda i soldi l’Organizzazione mondale della sanità, agenzia specializzata dell’Onu con il mandato ufficiale di “raggiungere il più alto standard di salute raggiungibile per tutti i popoli”? Meno del 20 per cento del suo bilancio proviene dai contributi degli stati membri, tutto il resto arriva dall’industria farmaceutica o da donazioni monstre come quelle della Fondazione del miliardario Bill Gates specificatamente destinata alle campagne vaccinali, Fondazione nella quale peraltro siedono rappresentanti di big pharma e che ha a sua volta partecipazioni in ogni tipo di industria alimentare o petrolifera. Certamente tutti questi soldi serviranno incidentalmente a qualcosa di buono, ma soprattutto a pompare denaro e potere in favore delle multinazionali farmaceutiche. Basti pensare all’influenza aviara del 2005 per la quale l’Oms aveva lanciato l’allarme prevedendo 7 milioni di morti che poi furono 152, ma intanto tutti i governi spesero somme enormi per acquisire centinaia di milioni di dosi di vaccino, poi buttato via e quantità straordinarie di Tamiflu e Relenza: la sola Roche producendo  Tamiflu ha guadagnato oltre un miliardo di euro. Più o meno la stessa cosa si è verificata con l’influenza suina , anche in questo caso, l’Oms dichiarò l’emergenza e anche qui sono arrivate valanghe di vaccini poi inutilizzati.

Insomma nel mondo privatistico il confine tra salute e interessi diventa labile e ambiguo. E veniamo a noi. Cosa sappiamo realmente dell’influenza da Covid gonfiata a dismisura per finalità che niente hanno a che vedere con la tutela della solute? Poco o niente, ma man mano che vengono fatti tamponi in tutto il mondo si scoprono due cose: che l’infezione è assai più diffusa di quanto si credesse ed è iniziata molto prima di quanto non si sia stimato, probabilmente già a ottobre o novembre e che ha un tasso di letalità che scende a vista d’occhio man mano nel conteggiano entrano coloro che hanno pochi o addirittura nessun sintomo. In Germania il tasso di mortalità è dello 0,3% per cento sul numero dei portatori accertati ed è probabilmente di molto inferiore allo 0, 03 per cento tenendo conto che la platea degli infettati è statisticamente almeno dieci volte maggiore degli accertati come tutta la letteratura medica attesta; la stessa cosa si può dire della Corea dove si è agito nella maniera più organizzata possibile e dove si è scoperto che il numero dei sintomatici accertati è 35 volte inferiore ai contagiati il che porta le statistiche di mortalità a livelli di molto inferiori a quelli della comune influenza. E del resto l’Istituto superiore di sanità attribuisce al virus solo 12 morti. Questi sono numeri, dati certi che il “Patto per la scienza”, fa finta di ignorare per non spalancare il baratro davanti a un governo che sta rovinando il Paese con provvedimenti grotteschi e del tutto inutili, presi sull’oda del panico dopo aver dichiarato che tutto era pronto per sostenere l’epidemia e consapevole del disarmo a cui aveva costretto la sanità. Da noi i tamponi sono stati fatti in maniera del tutto asistematica, anche per la mancanza di personale e strumenti atti a leggerli, ma su circa 250 mila persone esaminate almeno 50 mila sono risultate positive, il che vuol dire, secondo la legge dei grandi numeri, che  almeno 12  milioni di italiani sono entrati in contatto col virus e che il numero dei morti tout court attribuito al Covid, tanto ormai si muore solo di quello e le altre malattie sono sparite, rappresentano un percentuale più o meno vicina all’influenza.  Nessuno tiene conto che ogni giorno in Italia muoiono mediamente oltre 1700 persone (258 in Lombardia) con una incidenza molto più alta nei mesi invernali, che probabilmente almeno un quinto di queste è positiva al Covid, anzi per gli ospedali dove le infezioni si diffondono rapidamente, i contagiati potrebbero essere la totalità.  Dunque la mortalità con coronavirus e non per coronavirus coinvolge di fatto tutti i decessi per malattie gravi o terminali,  ma ci vorranno mesi se non anni per far emergere questo verminaio, compreso quello che è successo in alcuni ospedali lombardi. 

Ora il problema dell’establishment è quello di dimostrare che le sue assurde e contraddittorie misure, prese in preda al panico, ma anche funzionali ad allontanare le elezioni, a trasformare la vita pubblica in un lazzaretto e a svendere il Paese e far subentrare Draghi al potere con un colpo di mano epidemico,  hanno fermato il contagio, quando invece i dati che escono dai tamponi dicono è che esso è ormai molto diffuso, solo che nella stragrande maggioranza dei casi non ha che lievi effetti, in tutto simili ai malanni stagionali e passa inosservato. Dovrà far fronte non solo alla distruzione di migliaia di aziende, ma persino alle carenze alimentari vista la penuria di sementi e la difficoltà nella coltivazione dei campi o l’assenza della manovalanza straniera per la raccolta. Il colpo terribile inferto all’economia del Paese  provocherà molte più morti indirette del Covid e costringerà a un’ altra campagna di disarmo sanitario.  Ma vedrete che il “patto per la scienza” sarà ferreamente a fianco di chi ci farà acquistare un inutile vaccino. Dopotutto la scienza si è trasformata in opinione di potere, si è trasformata in una lobby.


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