Credo che nessuno al mondo avrebbe potuto fare di peggio: prima gli Usa hanno chiesto una tregua nei termini in cui li presentava l’Iran, dimostrando i palesi limiti di un potere che pretendeva di essere illimitato, poi si rimangiano la parola, incapaci di dire di no a Netanyahu, ben intenzionato a condurre una guerra a tutti i costi, attestando di essere succubi di un alleato che in realtà detta l’agenda. Si tratta di eventi di cui non si può accusare il solo Trump, che è quel che è, un povero ricco, cinico, confuso, ignorante e un po’ rincoglionito: è l’intera classe dirigente americana ad essere coinvolta in questo disastro di immagine che ne dimostra il disordine mentale e tutta la pochezza. E la classe dirigente è l’immagine di una società che ha raggiunto i suoi limiti, ma che crede di essere ciò che non è più da molto tempo. Eppure sarebbe stato facile evitare tutto questo dicendo semplicemente a Israele che l’America non sarebbe stata disposta a continuare questa guerra e Tel Aviv. che da sola non è in grado di fare nulla, avrebbe dovuto fermarsi.
Invece la questione del Libano che Israele vorrebbe mangiarsi, ha fatto saltare tutto, anche perché mentre Tel Aviv bombarda a più non posso, facendo centinaia di vittime civili, sul terreno prende batoste ogni giorno da Hezbollah e dunque rischia di ottenere l’effetto contrario a quello immaginato nei sogni bagnati del suo imperialismo regionale. Chissà poi perché il Libano non avrebbe diritto alle proprie frontiere, mentre, altri invece sì, ma qui siamo nel campo delle regole a geometria variabile che sono una specialità occidentale. Se da una parte abbiamo classi dirigenti di un sistema in rapida degenerazione, ricattate e adagiate su un sistema che è ormai marcito, dall’altra abbiamo i burattini europei incapaci di prendere qualsiasi posizione e totalmente irresponsabili. La questione della guerra è infatti cruciale per molta parte del mondo, ma soprattutto per l’Europa che è impegnata in una guerra contro la Russia e ha pensato bene di combatterla rinunciando all’energia a basso costo che sono state alla base del suo sviluppo economico, un po’ come tagliarsi l’affare per far dispetto alla moglie. Questa follia già pesa enormemente, ma se l’aggressione contro l’Iran dovesse continuare a lungo e portare a un’implosione generale della produzione petrolifera e gasiera, ciò che resta dell’industria continentale sarebbe carne da macello e le stesse società sarebbero sconvolte da un’ondata di disoccupazione senza precedenti. Bisogna considerare che l’aumento dei prezzi dell’energia che abbiamo visto sinora sono il prodotto della speculazione su petrolio e gas già acquistati: certo qualche aumento dei prezzi c’è stato in corso d’opera, vale a dire durante il trasporto, in sostanza però si tratta del vecchio petrolio, quello nuovo costerà assai di più. Ma i burattini tacciono perché essenzialmente sono lobbisti degli interessi della finanza che da questa situazione trarrà vantaggi, almeno in un primo momento. E dire che i rapporti economici del nostro continente con Israele sono tali da poter facilmente convincere Tel Aviv che forse non è il caso di tirare troppo la corda: minacciare un embargo sull’import – export con Israele sarebbe un argomento molto forte. Ma loro zitti, pallidi, come morti che camminano. Ancora per poco, speriamo.
Ormai comunque la parola dell’America non vale un soldo bucato, è pressoché inutile fare accordi con Washington e di certo Teheran non ha nessuna voglia di farsi prendere in giro, il che rende più difficile qualsiasi pace. Tutto questo è talmente chiaro che persino il New York Times ha pubblicato un articolo in cui descrive l’Iran come un ” quarto centro di potere globale ” emergente, non una classica superpotenza, però un attore fondamentale negli assetti planetari. Piano piano stanno scoprendo il risultato finale delle loro azioni e ben presto Trump si renderà conto di non aver reso grande l’America, ma l’Iran. Uno strano destino per uno che è tornato alla Casa Bianca, convinto di riuscire a far scoppiare la pace e che si trova invece dalla parte del perdente in un’ennesima guerra.


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