Non so più quante volte l’ho sentito: viviamo al di sopra delle nostre possibilità. Girava come slogan già al tempo del referendum sulla scala mobile, poi l’abbiamo sentito riproporre da qualunque governo sia italiano che di altri Paesi e infine è stato pronunciato giorni fa dal cancelliere di quella Germania che veniva considerata la locomotiva economica d’Europa, anche se grazie all’euro, nelle sue caldaie bruciavano gli arredi faticosamente messi assieme da mezzo continente. Ebbene sono passati quarant’anni: salari, stipendi e pensioni hanno perso dovunque  terreno rispetto al costo della vita, in Italia sono persino diminuiti, caso unico al mondo, eppure abbiamo sentito Draghi e Monti ripetere questa frase come un mantra mentre alcuni dei loro ministri piangevano. Allora mi piacerebbe sapere se per caso è solo morendo di fame che vivremmo secondo le nostre possibilità.

Ci troviamo di fronte a una delle frasi più stupide della storia eppure è quella di maggior successo che viene grottescamente approvata dalle vittime, le quali invece di reagire politicamente preferiscono accusarsi a vicenda di essere cicale, rivendicando per sé il ruolo di formiche. Innanzitutto l’espressione non spiega chi esattamente viva al di sopra delle proprie possibilità, cosa essenziale perché in un sistema finito di risorse esse non spariscono, ma vengono allocate da qualcuno a qualcun altro. Dunque chi vive al di sopra delle proprie possibilità sono esattamente i super ricchi, i ricchi semplici e la loro coorte pretoriana formata dal milieu politico e dai commis dello Stato o, nel caso europeo, anche dell’Unione. Inoltre l’idea di competitività che sta alla base di questo enunciato è semplicemente primitiva ed è per giunta autocontraddittoria. Primitiva perché bada solo al costo per unità di prodotto, senza prendere in considerazione le interazioni complesse che si svolgono in una società, ovvero l’humus stesso della competizione che in realtà è favorita da un benessere diffuso, il quale, oltretutto, permette di formare assai meglio le nuove generazioni e favorisce la diffusione di un sapere che non sia solo chiacchiera. In pratica è in grado di sfornare gente più preparata e aggiornata, di aggredire insomma l’innovazione. Ma è anche contradditoria perché pensando la competizione in maniera così rozza e aziendalistica, si crea un circolo vizioso: se il Paese abbassa i costi del lavoro, ovvero le retribuzioni, i Paesi B o C faranno altrettanto per risalire la china. Così il Paese A si troverà ad abbassare ulteriormente i costi e così via sino alla dissoluzione. In realtà in tutto questo c’era il germe infido del globalismo: il mercato doveva essere globale e non aveva senso fare attenzione a quello interno, sempre più immiserito dai tagli. Insomma una condanna per le piccole e medie aziende o per le piccole attività che avrebbero dovuto essere sostituite dai colossi, preferibilmente nord americani. Insomma vivere al di sopra delle proprie possibilità significava produrre facendo riferimento ai Paesi del Sud del mondo dove, in attesa di impoverire definitivamente il lavoro in Occidente, venivano delocalizzate le imprese.

Il risultato l’abbiamo sotto gli occhi: le economie emergenti ci stanno seppellendo pur avendo ormai salari molto simili o in alcune aree addirittura superiori. Sono loro a fare l’innovazione non banale e costruire il futuro. L’idea di poter riportare le attività in casa è soltanto fumisteria perché ci vorranno generazioni per invertire la rotta. Tuttavia continuiamo imperterriti a sentire questa frase, senza alcuna ribellione verso queste favole maligne. Dopo un quarto di secolo di repressione salariale in Germania, invece di dichiarare il fallimento totale di questa linea di azione, la si ribadisce nello stesso modo con cui i folli ripetono gli stessi errori pensando che il risultato sia diverso. Però, diciamolo, chi ha votato Merz, un uomo di BlackRock, deve avere le orecchie foderate di prosciutto, che in tedesco si rende come avere pomodori sugli occhi, Tomaten auf den Augen haben. Quei pomodori dovrebbero tirarglieli, finalmente. E noi dovremmo lasciare Draghi senza prosciutto.