Nei giorni scorsi mi sono divertito ad usare diversi moduli di intelligenza artificiale per vedere se erano così credibili. Non ho fatto delle domande banali che di solito hanno come risultato il temino di terza media di fronte al quale la gente di solito stupisce come se fosse un irraggiungibile capolavoro, ma ho dato un compito un tantino più difficile. Ho chiesto chi è il sottoscritto con solo nome e cognome. E la stessa cosa ho fatto con altre persone che conosco. Ad eccezione dei moduli inseriti nella ricerca di Google e di X che utilizzo normalmente e nei quali sono persona nota, gli altri da Gab a ChatGpt, a DeepSeek e ad altri ancora hanno dato delle risposte piuttosto inquietanti: per uno sono un ex presidente dei cavalieri di Malta, per un secondo sono deceduto nel XIII secolo, per un altro ancora farei parte di uno studio legale e poi due o tre chat hanno ignorato completamente il mio nome e hanno tirato fuori solo alcune cose sul cognome, il che francamente è piuttosto stupido. E credo seriamente che anche con i sistemi a pagamento e la cosiddetta ricerca profonda le risposte non sarebbero state molto diverse.
Una mia conoscente è di volta in volta segnalata come un’attrice australiana di nome totalmente diverso, una delle ragazze di Epstein e infine, con un tocco geniale, è stato suggerito che possa trattarsi di una persona. Vi assicuro che è uno spasso incredibile, quasi un gioco di società. Ora questo ci porta ad alcune considerazioni: che l’intelligenza artificiale agisce accrocchiando ciò che può trovare nei database che i vari sistemi hanno a disposizione. Se non c’è nulla la risposta sarà completamente sballata o peggio ancora legata ad assonanze tra nomi e cognomi, operazione del tutto fuorviante, così che la ricerca è nella realtà di gran lunga inferiore come risultato efficace ai normali strumenti di ricerca sul web. Questo tuttavia implica due possibilità entrambe piuttosto inquietanti. La prima è che un sistema di intelligenza artificiale abbia a sua disposizione i database provenienti dai social: le sue risposte si fonderanno su mega tonnellate di sciocchezze che vi compaiono, le sue risposte a loro volta influenzeranno le discussioni fino ad arrivare, nel tempo, ad una situazione di auto referenzialità del sistema, il quale non farà altro che citare se stesso e sarà completamente inutile.
La seconda è che qualcuno dietro le quinte, scelga le informazioni a cui attingere o attribuisca ad esse un sistema di valori per esempio numerico, proprio come i voti di un tempo, in maniera che certe informazioni finiscano per pesare di più ed imporre opinioni lontanissime dalla realtà e in grado di cambiare in maniera radicale l’opinione comune. Se per esempio chiedessi chi ha vinto la Seconda guerra mondiale, potrei apprendere che essa è stata vinta dagli Stati Uniti d’America anche se una minoranza crede (e in quel crede c’è tutta la condanna di idee bizzarre e strampalate) che al conflitto abbia dato qualche apporto anche l’Unione Sovietica. Insomma terawatt di energia per ottenere lo stesso risultato che si può raggiungere pagando un buffone di corte per dire che Auschwitz è stata liberata dagli americani. In realtà l’effetto sarebbe molto più profondo ed è per questo che la IA può essere un potente strumento per l’ipnosi collettiva di fronte ai quali influencer, troll, testoline e teste d’uovo a pagamento non sono che uno strumento primitivo di orientamento del pensiero e dell’immaginazione.
Non ho dubbi sulla strada che prenderanno queste tecnologie: quando esse aiuteranno in maniera efficace a compilare un modulo, costruire una foto, redigere un riassunto o una ricerchina, oppure saranno usati per qualche compito più sofisticato, quando insomma avremo imparato a fidarci, ecco che esse diventeranno davvero pericolose.


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E’ vero si vive meglio da ignoranti .
https://comedonchisciotte.org/il-domani-e-degli-idioti/
Cerchi di capire , poi leggi sta cosa qua , e capisci che e’ tempo perso , ed e’ meglio darsi all’ ippica
Ogni giorno sprofondo sempre piu’ verso il dr4mm4 di Diogene. V4g4ndo con l4 l4ntern4 in questo buio cosmico, in cerc4 di qu4lche b4gliore di intelligenz4 n4tur4le. L4 convers4zione vuot4, port4 4ll4 fine dell’emp4ti4 ed in ultim4 4n4lisi, 4ll’estinzione dell’4more del prossimo. Ecco l4 second4 morte che t4nto p4vent4v4 S.Fr4ncesco.
L4 morte del corpo, è ben poc4 cos4.
Con tutti i limiti, gli errori e le censure e cose di parte che può produrre, va detto che è già comunque abbastanza più intelligente di tanta gente in giro e se gli fai notare errori in contraddizione in maniera logica li ammette. Quanto al fatto di influenzare la gente con informazioni politicizzate su questioni delicate… cosa cambia se tanto fino ad ora è sempre avvenuto lo stesso con media giornali , scuole e università ?
Mi hai incuriosito. Ho scritto il mio nome e sono uscite tanti notizie sui miei libri. L’unica cosa sbagliata è la città dove sono nata, hanno scritto Perugia, io sono nata a Tortona in provincia di Alessandria.
tutte le AI occidentali sono concordi che dall’anno 0 ad oggi non ci sono cambiamenti rilevanti di temperatura, a parte gli ultimi 50 anni dove le temperature si innalzano terribilmente di un grado o poco più. Quindi dimenticate Erik il rosso che ha vissuto in grunland con il suo popolo riuscendo a prosperare di pascolo e coltivazine ed i romani che arrivarono in gonnellino in scozia e persino miniere dove oggi ci sono montagne ghiacciate….
Ho appena chiesto a Gemimi chi sei e, pur riconoscendo i tuoi antenati, mi hai detto che tu non esisti. Allora ho parlato con un fantasma . Kaput!
per me l AI e una …..
Pubblicazione non mia, ma dal blog di Matteo Flora: “Ciao, persona dell’Internet!”
“L’intelligenza artificiale rischia di catturare e plasmare la conoscenza pubblica, mettendo a rischio l’autonomia cognitiva dei cittadini e, di conseguenza, la salute della democrazia.
Immagina una città dove il giornale locale è morto, ma nessuno se ne preoccupa, perché ogni notizia – grande o piccola – viene prodotta da un’intelligenza artificiale. Gli articoli scorrono precisi, imparziali ma un po’ insipidi. Il sindaco consulta i suoi assistenti AI prima di ogni decisione, e i cittadini si fidano dei “saggi artificiali” per capire cosa pensare delle cose. Sembra comodo. Ma cos’altro potrebbe essere la morte della curiosità, dell’autonomia e, alla fine, della democrazia?
Questa non è fantascienza: è una direzione concreta, esplorata da aziende, policy maker e persino comuni cittadini, affascinati dall’affidabilità delle macchine. Ma qui il punto è un altro: quando lasciamo che l’AI filtri, integri e “amministri” la conoscenza pubblica, rischiamo un gigantesco cortocircuito cognitivo.
Quello che sappiamo inizia ad assomigliare a quello che l’AI pensa che sia importante sapere.
Invece di liberare energie democratiche, rischiamo di ingabbiarle in una bolla di sapere, aggiornata sì, ma sempre sulla base dei dati e delle logiche del passato.
Siamo arrivati qui dopo decenni in cui le tecnologie digitali hanno messo in crisi il modo in cui le comunità si informano. Prima era la TV con la sua narrativa top-down, poi i social con il caos delle fake news. Ora l’AI promette una soluzione: macchine che filtrano, ordinano e ripuliscono l’informazione, spesso meglio di noi. Ma – e qui la questione è ben più sottile – l’AI non si limita a suggerire cosa leggere, può arrivare a plasmare letteralmente ciò che una società considera «vero», «rilevante» e «meritevole di attenzione».
La radice del problema è l’“epistemic risk”: AI addestrate su dati storici rischiano di fossilizzare visioni, valori e narrative, rendendo difficile, se non impossibile, il nascere di idee nuove, preferenze divergenti, scoperte inattese. L’AI, in quanto filtro e generatore di contenuti, accorcia la distanza tra chi produce e chi consuma informazione, ma nel farlo rischia di eliminare proprio quelle zone grigie – intuizioni, dubbi, spunti non ancora espressi – da cui la società ha sempre tratto evoluzione e rinnovamento. La crisi non è una valanga, ma una lenta erosione della nostra capacità di pensare da soli.
Se lasciamo che l’AI prenda progressivamente il controllo dei circuiti informativi – dai giornali alle moderazioni dei social, fino ai sondaggi di opinione – ci ritroveremo in un ambiente sempre più autoreferenziale. Le notizie create da AI formeranno le opinioni che saranno poi lette/analizzate da altre AI: una specie di coda che si morde da sola. L’autonomia umana verrà lentamente sacrificata sull’altare della comodità e della “precisione algoritmica”.
In questo senso, il rischio non è tanto la menzogna, ma l’omogeneità: ciò che esce dalla scatola nera dell’AI diventerà il nuovo luogo comune, difficile da sfidare o decostruire, proprio perché proveniente da una fonte ritenuta “oggettiva”. Nel migliore dei casi, perderemo l’imprevedibilità delle preferenze collettive; nel peggiore, scivoleremo in una democrazia di facciata, dove ci si limita a ratificare scelte dettate da modelli di ieri, incapaci di cogliere il nuovo che avanza.
E qui arriviamo al punto vero: chi conta sulla democrazia deve recuperare zone di autonomia cognitiva e deliberativa non addestrate, riassunte o «ottimizzate» da AI. Per manager e imprenditori, si traduce in pratiche per “mantenere umana la macchina”: favorire il confronto diretto, preservare momenti – anche imperfetti – di dibattito autentico e critica viva, prima che l’AI abbia l’ultima parola.
Professionisti dell’informazione e policy maker devono pretendere dalla tecnologia non solo “accuratezza” ma “umiltà epistemica”: non lasciare mai che l’output dell’AI sia preso come oro colato, ma affiancarlo sempre a sensori umani di realtà, curiosità e senso critico. In concreto? Introdurre formati, procedure e spazi dove l’AI è dichiaratamente incompleta, un suggerimento e non una sentenza. Solo così si protegge quell’ecosistema fragile – ma insostituibile – dove la democrazia resta una cosa da umani, alimentata dalla possibilità di cambiare idea senza chiedere il permesso a una macchina.”
(Contenuto originale per la Newsletter)
Sì tutto molto bello, ma l’autore dell’articolo è sicuro di possedere egli stesso quell'”autonomia cognitiva” che gli sta tanto a cuore visto che in tutto il suo scritto non si rende mai conto che in italiano Intelligenza Artificiale si abbrevia con IA e non all’inglese AI, per non parlare di tutti gli inutili anglicismi che usa nell’esprimersi?
Ah Flora uno dei blogger più allineati al pensiero unico del web, a favore delle più aberranti cagate psicopandemiche e di qualsiasi cosa vomitano dalle parti della sinistra sorosiana…
Io sarò morta, sul serio e chissefrega. Già così non è piu’ vivere. Io mi ricordo, cos’era la vita, una volta…