Se Trump ha potuto mettere sulla bilancia la sua spada di Brenno costringendo l’Europa a un suicidio economico e se i cinesi hanno messo la delegazione di Bruxelles su un comune bus aeroportuale, eliminando tutti gli “apparati” di ricevimento degli incontri internazionali (nella foto di apertura), la colpa è certamente dell’assoluta mediocrità del milieu di Bruxelles e del suo quasi metafisico asservimento alle fonti del potere finanziario e dei suoi disegni distopici. E tuttavia la marginalità dell’Europa è proprio nelle cose: nessuna delle aziende europee è nella classifica di quelle tecnologicamente più avanzate, non esiste un sistema operativo europeo e c’è nemmeno un motore di ricerca di qualche diffusione, l’industria dei semiconduttori è praticamente inesistente, così che non esiste nemmeno una locale produzione di elettronica di consumo dunque niente telefonini, niente computer, niente ricerca sull’intelligenza artificiale o sui computer quantistici. Persino il settore automobilistico, che era il fiore all’occhiello del continente, mostra segni di grave ritardo: non solo la tecnologia dell’elettrico è di importazione, ma pure nel settore termico l’ultimo decennio ha visto clamorosi errori di progettazione, sciatteria costruttiva e comunque anche in questo campo si è sempre più dipendenti dalla Cina che si prepara a sostituire la produzione locale.

Il precipizio si è avuto con la guerra in Ucraina e l’incapacità di avere un ruolo autonomo rispetto alle amministrazioni americane: l’appoggio senza se e senza ma ai neonazisti di Kiev ha significato la fine dell’energia a basso costo russa, ma anche la perdita della capacità di saldarsi alle economie in crescita del pianeta per sacrificarsi in nome di un impero in disfacimento. Tutto questo però nasce da lontano, in un ambiguo progetto di Unione europea di tipo oligarchico, già delineato nel Manifesto di Ventotene che tutti citano senza averlo mai letto e dunque senza rendersi conto, come si conviene agli usi contemporanei, dei reali obiettivi. Il colpo di grazia è venuto dall’euro che non solo ha messo nei guai i Paesi come l’Italia, la cui fiorente economia dipendeva anche dalla possibilità di modulare la propria divisa secondo le necessità del mercato, ma ha anche fatto sì che Paesi come la Germania, favoriti dalla nuova moneta, meno forte rispetto a quella nazionale, si accontentassero di sviluppare le aziende tradizionali, trascurando tutto il campo delle nuove tecnologie. In effetti l’unica “storia di successo”, come direbbero gli americani, è l’Airbus che tuttavia nasce all’interno di consorzio di nazioni, totalmente al di fuori dei meccanismi comunitari e semmai ispirati alla vecchia Cee. Insomma qualcosa di totalmente estraneo alla dogmatica di Bruxelles

Questa la dice lunga sul fallimento del tentativo di mettere insieme forzosamente economie diverse, culture e lingue differenti: alla fine tutti hanno perso i loro punti di forza e hanno messo insieme invece le proprie debolezze. Così adesso – tanto per far un esempio – siamo costretti a parlarci in inglese, la lingua di chi ha innescato questo disastro, prima sull’onda della guerra fredda e poi modulato su quella del neoliberismo. È crollato il numero di persone che conoscono una lingua effettivamente parlata nel continente diversa da quella madre. Niente di più contrastante rispetto al modello svizzero dove almeno la popolazione di media cultura è in grado di comprendere le diverse lingue del Paese e così pure le differenze di cultura e di atteggiamenti che esse veicolano. Insomma il disastro europeo deriva proprio da tutti gli equivoci che si sono sedimentati nel tempo: ideologismi e dogmi del neoliberismo, idee elitarie della governance, la cui radice è il sospetto verso la democrazia e infine il tentativo di eliminare quelle differenze che invece costituivano la forza del continente. Prima della Ue tutto questo trovava comunque una sua logica di sviluppo e punti di contatto che ora sono scomparsi, mentre assistiamo alla inconcepibile contraddizione di avere addirittura aree che fanno da porto franco, permettendo di evadere le tasse nel proprio Paese. Non potrebbe esservi migliore immagine dell’ambiguità, degli equivoci e del fallimento di un progetto, che tuttavia rimane come un totem. Basta vedere come certi pagliacci di fronte alla disfatta delle trattative con Washington abbiano accusato di cedimento il governo della Meloni, mentre questo è frutto del loro idolo politico, la signora von der Leyen. È la pretestuosità del vuoto pneumatico in cui tanti sopravvivono.

Siamo le vittime designate di un sistema e tuttavia accettiamo di esserne i testimonial a costo di una disfatta storica: paghiamo i dazi al padrone e ce la prendiamo col suo nemico ideologico, ovvero l’economia mista della Cina che era stato il motore del nostro ormai lontano successo. Voglio solo sperare che non sia già troppo tardi.