Anna Lombroso per il Simplicissimus

E non mi si dica che non ho fiducia nella Scienza. Difatti ho preso molto sul serio la dichiarazione di tal Roberto Battiston che  ha avuto modo di tranquillizzarci: L’aumento dei ricoveri registrato negli ultimi giorni non dovrebbe destare troppe preoccupazioni di ripetere un ottobre simile a quello dello scorso anno. Il merito, secondo lui,  non va solo ai vaccini, ma anche al certificato verde, che dovrebbe riuscire nel compito di arginare la circolazione della Delta.

Come tanti avevo fatto svariate ipotesi sulla natura e gli obiettivi del lasciapassare ma avevo sottovalutato la funzione apotropaica in veste di santino, di scapolare, di medaglietta della Prima Comunione, se a detta dello studioso: “Il  green pass ci salverà da un nuovo collasso del sistema sanitario…. Il ritmo con cui si sta caricando il nostro sistema ospedaliero è ancora molto basso e rimarrà basso. Certo, continuando così i numeri sono destinati ad alzarsi ulteriormente, ma dal sei agosto sarà attivo il pass vaccinale e questo filtro nella partecipazione a eventi di massa darà un freno alla crescita della pandemia”.

Poi vai a vedere e scopri che l’esperto è un fisico che da tempo sconfina, molto consultato, nei territori della statistica, impegnato a trasformare la branca del sapere cara a Trilussa e ai suoi polli, in scienza esatta oltre che profetica. Niente di male per carità, anzi in un mondo così complesso è lodevole uscire da quel primato della specializzazione, che si vuole applicare anche alla scuola e all’università, per spaziare in una più creativa interdisciplinarità che contribuisca all’interpretazione dei fenomeni e alla loro gestione.

E’ che tutto congiura nel proibire la contestazione del parere degli esperti e dunque della missione salvifica  del salvacondotto, ipoteticamente così efficace da fare ipotizzare la sua obbligatorietà in ogni contesto, su ogni mezzo di trasporto pubblico e pure privato, controllabile insieme al telepass, in ogni fabbrica e ufficio, come vuole Confindustria, in chiesa, sinagoga e moschea, ovunque, insomma, di svolgano i riti della socialità.

Pare proprio sia quella la svolta drammatica, ma che potrebbe avere un risvolto benefico secondo il Corriere, quello di farci discernere tra buoni e cattivi, altruisti e egoisti perché “se prima si trattava solo di un pugno di no vax estremisti, impresentabili seguaci di santoni improvvisati, manovrati da frange marginali di una destra magica e di una sinistra complottista e anti multinazionali”, adesso tra “i cretini tendenzialmente fascisti, che nutrono sentimenti ingiustificati di rancore verso il sapere autentico, sostituito da notiziole senza capo né coda ricavate dal telefonino”,  si sono annidati anche gli amici di sempre, ragionevoli, magari colti, laureati, di sinistra, “ nostro marito, nostra moglie, i nostri figli”, che, cito ancora dal Corriere, “ignorano che l’essenza della democrazia è fidarsi di chi sa”.

E allora chiariamo subito che si tratta di gente che sa, che può esibire tutte le personali credenziali  per età, studi, professione e anche l’università della strada tanto cara ai frequentatori dei social, che può rivendicare di essere esperta e competente in una materia specifica, l’esercizio della cittadinanza. E dunque della democrazia. Perché ha maturato conoscenze, esperienze e competenze testate direttamente sul campo in materia di giustizia,  libertà, solidarietà, ha provato sfruttamento, abusi e sopraffazioni nel lavoro, pressioni volte alla rinuncia a prerogative e garanzie, riduzione di diritti e anche di quei servizi e di quelle cure meritate avendo sempre adempiuto agli obblighi fiscali,  conoscono discriminazioni di genere e non solo, spesso hanno lottato contro censure e anche contro la tentazione dell’autocensura.

Perciò si sente autorizzata a dire la sua sulle restrizioni imposte e delle quali non è accertata l’efficacia, sui vincoli e le limitazioni in materia di circolazione come di espressione, opinione, manifestazione, diritti già oltraggiati e minacciati di ulteriori proibizioni, perché non è azzardato che in ossequio alle raccomandazioni confindustriali si aggiunga alle autorizzazioni pretese dal prefetto  il salvacondotto preteso da Draghi  per i picchetti operai, per gli scioperi, per le riunioni dei cobas, per le dimostrazioni davanti ai cancello delle fabbriche.

Mi direte, ma questa non è una scienza. Tutto sta a mettersi d’accordo, se da mesi sopportiamo verità scientifiche che offendono i principi basilari della conoscenza applicata alla realtà, quelli del dubbio, della verifica delle ipotesi formulate e messe alla prova dei fatti, dell’accertamento di errori che inficiano l’approccio sperimentale, tutti valori che dovrebbero pubblici  e trasparenti e facilmente interpretabili oltre che surrogati da dati,  mentre se ne è esasperata la cripticità, se ne è disincentivato l’accesso, è stata sottoposta a anatema e ostracismo qualsiasi tipo di fondata obiezione e stigmatizzata ogni perplessità, con la proibizione “morale”  e concreta di fare domande, ribadendo che  si tratta di un patrimonio e di una strumentazione ad uso esclusivo di tecnici,  selezionati per dimestichezza e affinità e frequentazione con le “autorità” politiche oltre che per accertato spirito di collaborazione con l’industria del settore che ha definitivamente monopolizzato la ricerca.

Ecco, i cittadini scherniti e ridicolizzati perché pretendono di interloquire con la comunità scientifica in tema di vaccini, mascherine, protocolli terapeutici, materia che comunque potrebbero trattare in veste di consumatori, oggi sono legittimati a parlare di green pass e perfino della sua congruità con leggi, regole e dettato costituzionale, già offeso con la sospensione delle elezioni, con il ricorso a normativa d’urgenza e disposizioni speciali, con l’autorità esuberante esercitata da task force e commissari perfino in divisa, a conferma di uno stato di eccezione che ha autorizzato il prolungamento e la reiterazione dell’emergenza, prevista dalla Carta costituzionale solo in caso di guerra. E questo fa capire il ricorso a una retorica che dallo spirito patrio è presto diventata narrazione bellica, con abuso di trincee, linguaggio marziale, inviti alla delazione per stanare i renitenti, punire i disertori e confinare i ribelli.

Il costituzionalista Ainis si è cimentato sul tema con un articolo su Repubblica intitolato Tra doveri e libertà, nel quale definisce il Green Pass un requisito obbligatorio, concedendo però ai dissidenti che l’obbligo – per essere legittimo – deve soggiacere ad alcune condizioni, dettate dalla Carta costituzionale e dal buon senso. Occorre cioè una legge per imporlo  come pretende l’articolo 32 della Costituzione, che  venga discussa in Parlamento. Deve essere “esigibile”, quindi ragionevolmente applicabile, mentre metà degli italiani non ha comunque completato il ciclo vaccinale. Metterebbe in giorno diritti fondamentali qualora il suo raggio d’azione venisse steso ben oltre contesti della socialità meno “primari”, scuola, lavoro, trasporti pubblici.

Non è un caso che l’influente testata abbia titolato così: si sa che sui doveri in capo alla massa esiste una concorde interpretazione delle autorità e dei decisori che invece se ne sentono esenti in patria, in Parlamento e  in Cornovaglia. E sui diritti perfino da un costituzionalista ormai siamo abituati ad aspettarci che si possano interpretare per categorie e dunque gerarchie di importanza, così alcuni sono fondamentali ed altri- andare in un museo? rientrano negli optional, in quelli aggiuntivi cui si può rinunciare. D’altra parte da tempo avendo commesso la colpa di considerare quelli primari già nostri, conquistati e inviolabili, ci vogliono persuadere che adesso ci sia solo lo spazio etico per impegnarsi  quelli definiti “civili”, già largamente offerti a chi se li può permettere, che sono fondamentali anch’essi, la cui magnanima concessione non può sostituire quelli perduti e tolti.

Invece è proprio nel rispetto dei principi costituzionali che ci vogliono uguali davanti alla legge che non è accettabile la decisione di una discriminazione che esorbita dall’ambito della precauzione e della profilassi grazie al marasma concettuale e morale suscitato dalla passerella di tecnici sotto i riflettori e dalla tracotante autorità del ceto dirigente della finanza, dell’economia e della politica ormai indistinguibili.

E non occorre presentare il libretto universitario che attesta il successo in diritto costituzionale per capire che siamo davanti a una costrizione esercitata sul popolo, coartando i refrattari a vaccinarsi, pena l’emarginazione, il demansionamento, il licenziamento, l’ostracismo, per  esonerare dalle responsabilità le autorità, restie a imporre una obbligatorietà incompatibile con la loro inadeguatezza, incapacità, oltre che con i probabili risvolti di carattere penale, in caso di effetti collaterali ed esiti nefasti.

Così come non serve  mostrare i buoni voti in scienze per capire che le motivazioni addotte dagli esperti contrastano con principi elementari e dati ormai verificati: che i prodotti vaccinali sono sperimentali a tutti gli effetti, che non possono incidere sulle varianti che sono incontrastabili per via della natura stessa del virus che circola e si adatta per sopravvivere, che una volta messa in sicurezza la salute dei soggetti più fragili, ridotta come si è ridotta la mortalità, la soluzione è nella messa a punto di cure che limitino la gravità dei fenomeni, come si è arresa a fare l’Europa, in modo da non condannare noi stessi a un futuro di eterni malati, di perenni minacciati costretti a reiterare stancamente i riti di una profilassi senza salute.