Quando nel 1975 Donald Rumsfeld divenne segretario alla difesa sotto la presidenza Ford fu il più giovane ad aver ricoperto  quella carica e quando ritornò sulla medesima poltrona sotto Bush figlio fu la persona più anziana ad averla occupata: questo per dire quanto sia stata lunga e costante la sua influenza. La sua morte alla fine di giugno sembra quasi un epitaffio giunto proprio nel momento giusto, nel momento in cui si sta compiendo ciò per cui Rumsfeld ha lavorato per tutta la sua vita, ovvero la creazione di uno stato di eccezione che permettesse di superare la costituzione. Che egli sia stato eletto deputato grazie ai soldi dell’industria farmaceutica Searl e che durante i periodi di relativa distanza dall’amministrazione abbia campato come massimo dirigente della stessa (quella che ha brevettato l’aspartame per intenderci) è semplicemente un caso, uno scherzo del destino.  O almeno si spera.

Bisogna sapere che la vera carriera di Rumsfeld comincia in realtà con Reagan che rilancia al guerra fredda e in questo ambito alimenta uno strano piano segreto chiamato Cog (Continuity of Government)  per il quale venivano costituiti tre diversi gruppi ognuno con un suo presidente e un suo capo di stato maggiore che avrebbero dovuto dare continuità all’amministrazione e al governo nel caso essi fossero stati annientati nella guerra atomica. Se poi anche il gruppo uno fosse stato colpito sarebbe subentrato il gruppo 2 e così via. Rumsfeld insieme al compare Cheney furono costantemente coinvolti nell’organizzazione  in questo che poteva sembrare un  giochino di guerra. In realtà era molto di più, intanto perché cancellava la costituzione e i suoi meccanismi di successione fissati nella legge fondamentale e poi perché la sospensione della Costituzione in caso di guerra nucleare, divenne strada facendo un piano attivabile per situazioni di “emergenza nazionale ” definita piuttosto vagamente  come “disastro naturale, attacco militare, emergenza tecnologica o altra emergenza, che degrada gravemente o minaccia gravemente la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”.

Questo cambiamento voluto da Reagan negli ultimi giorni della sua presidenza divenne ovviamente di importanza centrale dopo la dissoluzione dell’Unione sovietica e la “cattura” della Russia nell’orbita occidentale con Eltsin: finita la paura dell’attacco nucleare rimase tutto il resto che si concretizzo  nella minaccia terroristica. Sebbene Rumsfeld in seguito si concentrasse su  una campagna di riarmo del tutto inutile e sulle iniziative militari parallele all’instaurarsi di un nuovo secolo americano, una volta ritornato con Bush figlio al segretariato alla difesa,  di premurò di creare un “Ufficio di preparazione nazionale” incaricato dello sviluppo di piani di risposta a un possibile attacco terroristico sotto la supervisione della “Federal Emergency Management Agency” e collegando ai vecchi piani Cog. Poco tempo dopo arriva l’ 11 settembre e per mesi Rumsfeld scompare alla testa di un governo ombra che per la verità non si sa bene cosa dovesse fare. Di tutto questo si sa pochissimo, solo il Washington Post che non era ancora sotto le grinfie di Amazon ne scrisse qualcosa nel 2002: : “I funzionari che sono attivati ​​per quello che alcuni di loro chiamano ‘servizio bunker’ vivono e lavorano sottoterra 24 ore al giorno, lontano dalle loro famiglie. Mentre si prepara al lungo termine, il governo ombra ha mandato a casa la maggior parte della prima ondata di personale, sostituendolo a intervalli di 90 giorni. (…) Conosciuto internamente come COG, per ‘continuità di governo’,  è una spiegazione alla riconosciuta assenza di Cheney da Washington per gran parte degli ultimi cinque mesi.” 

Ma quali ordini ha dato Cheney al suo strano “governo ombra” durante la sua permanenza nel bunker? E cosa ha giustificato l’estensione di questa misura di emergenza visto che la Casa Bianca chiaramente non era stata spazzata via dalle bombe? Chi aveva bisogno di un secondo governo segreto permanente? Dopo la prima divulgazione di questi fatti nella primavera del 2002, i politici di spicco hanno subito iniziato a esprimere il loro stupore. Presto divenne chiaro che né il Senato né la Camera dei Rappresentanti sapevano nulla dell’attivazione del Cog  e del lavoro del “governo ombra”.  In seguito la Commissione sull’11 settembre sebbene abbia menzionato nel suo rapporto finale l’attuazione del piano l’11 settembre, ha anche ammesso di non aver indagato a fondo la questione e di essere stata informata solo “sul carattere generale” del piano. Ora c’è chi sospetta che un circolo attorno a Rumsfeld, Cheney e altri abbiano tentato di usare l’11 settembre per un colpo di stato mascherato che poi solo parzialmente riuscito che avrebbe dovuto prevede anche l’assassinio di Bush, ma non voglio inoltrarmi su questo terreno di cui so troppo poco per avere un’idea della consistenza della teoria. Sta di fatto però che un golpe c’è effettivamente stato indipendentemente da queste considerazioni:  l’11 settembre ha infatti consentito l’attuazione di misure di emergenza e di controllo con il patriot Act, l’indebolimento del potere legislativo, l’inizio di numerose guerre e un massiccio aumento delle spese per la difesa che sono prima raddoppiate, poi triplicate e quadruplicate portando nelle casse dei produttori di armi circa 2500 miliardi dollari in un decennio, quindi con un aumento stratosferico di potere e di influenza da parte di questo ambiente. E non è certo un caso se poi ci sono stati l’Irak in cui Rumsfeld è stato un protagonista assoluto, la Libia e la Siria e le molte altre avventure che conosciamo.

Ma soprattutto è stata la prova generale della governance di emergenza che poi è stata applicata con la pandemia mettendola al servizio di un piano che si potrebbe definire di eversione elettorale: chi potrebbe pensare che sia realmente Biden, ormai preda di una totale confusione, che mai e poi mai in condizioni normali sarebbe potuto arrivare ad essere candidato di qualcosa, a reggere il governo Usa?  Forse Rumsfeld avrebbe potuto dirci qualcosa di più preciso.