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Il governo si proroga contro gli italiani

Italy: Cabinet at Chigi Palace

Da più parti si è detto che non c’erano i presupposti per prorogare lo stato di emergenza, anche ammesso che vi siano realmente mai stati, tanto più che molte misure precauzionali potevano e a maggior ragione possono essere prese ora attraverso i normali poteri d’ordinanza. E poi dov’è il pericolo imminente che giustifica la deroga alla legislazione ordinaria? Dove sono le centinaia di migliaia di persone in terapia intensiva che erano state pronosticate?  Il virus latita, ma si deve tenere in piedi l’allarme fino al vaccino che così tutti saranno alla fine contenti, mentre il governo  cerca di tenere segreti i verbali del comitato tecnico scientifico che sono alla base delle misure di questi mesi, dimostrazione più che esplicita delle forzature, della confusione e delle complicità che si sono sviluppate dietro le quinte. Non si può che prendere atto che alla società italiana viene negata la conoscenza dei fatti, come del resto è stato per tanti avvenimenti cruciali, ma la continuazione dell’emergenza è però  una scelta inutilmente scellerata che non permette a milioni di attività di riprendere a lavorare con un minimo di serenità e di certezze, congela ancora per mesi i tribunali e la pubblica amministrazione che intende lo smart working come lo zero working e lascia intere praterie di contratti da emergenza in mano alla protezione civile, soprattutto riguardo alle attrezzature scolastiche con i suoi grotteschi banchi a rotelle per evitare di stare troppo vicino ai compagni. Scelta ancor più scellerate perché l’Italia è l’unico Paese che non ha messo  in campo strumenti finanziari propri, dedito a un’accattonaggio molesto che gli costa il  capestro del Recovery Fund: pochi soldi, troppo tardi e a condizione di scendere qualsiasi sovranità.

La data di fine ottobre del resto è già di per sé incongrua poiché se davvero si temesse un  ritorno del del virus (o comunque di sindromi influenzali da attribuirgli d’ufficio), esso di verificherebbe presumibilmente a partire da ottobre e non prima. Infatti la ratio del provvedimento che prolunga lo stato di semilibertà ha ben altri obiettivi, il più banale dei quali è il prolungamento di affari e affaracci pandemici messi in piedi dal sottobosco politico e parentale che gravita attorno al milieu , mentre quello principale non è tanto per arginare eventuali moti di ribellione di cui alcuni favoleggiano,  ma assai più tristemente e squallidamente per arrivare alle elezioni regionali di settembre cercando di rendere quanto più difficile la vita alle opposizioni con il divieto di assembramento e l’obbligo dei distanziamenti. Dal momento che si vota in sette regioni, Veneto, Campania, Toscana, Liguria, Marche, Puglia e Valle d’Aosta la posta è molto consistente, e di certo il governo non si fa scappare l’occasione di mettere i ceppi fra le ruote dei competitori. Ma non si pensi che questi ultimi abbiano poi molto da dire, anzi partecipano al gioco della trasformazione dell’emergenza in eccezionalità, senza in sostanza fare nulla contro la sospensione della democrazia.

C’è infatti un altro scopo più generale dietro tutto questo e che fa parte della nuova filosofia di azione della governance globale, ossia abituare la popolazione a drastiche limitazioni di libertà non più in base a eventi, sia pure enfatizzati, ma a semplici ipotesi e/o previsioni di cui è impossibile comprendere la consistenza e che dunque da un punto di vista della ragion pratica possono anche prescindere da qualsiasi realtà esterna. Ma dalla dichiarazione di stati di eccezione costituzionale a fronte di eventi che di eccezionale non hanno nulla: infatti che hanno di straordinario i 34 mila presunti morti di coronavirus di fronte ai circa 50 mila causati ogni anno da infezioni ospedaliere collegate  direttamente dal taglio drastico dei fondi alla sanità? Solo il fatto che i primi sono diventati una tragedia a scopo politico, mentre i secondi sono a mala pena citati e vengono quasi considerati come inevitabili, mentre sono gli unici a poter e dover essere limitati al minimo possibile. Dunque ci troviamo di fronte a una gestione del tutto pretestuosa ed eterodiretta del principio di precauzione.  La mia impressione è che il futuro prossimo sarò dominato  proprio da questo tipo di “dittatura” cognitiva costruita peraltro su fondamenta puramente emozionali, la quale impone di non dire e possibilmente non pensare ciò che si vede, di criminalizzare il dubbio, dando così vita a una società stupida per definizione nella quale l’idiozia dell’assenso  finto intelligente sia la regola di condotta. Gli applausi a Conte sono i sintomi del male che attecchisce.


Finché la barca va

fotoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Avete visto che poi è andato tutto bene? Lo conferma la foto repentinamente evaporata della marchesina Maria Elena Boschi y Iosoio y Voinonsieteuncazzo, nella sua nuova versione sbarazzina – pare grazie a un amore fanciullesco con giovane attore sconosciuto che grazie a lei gode di inattesa notorietà alla pari con analoghe e criticatissime compagne di trastulli di  attempati notabili – immortalata, ridente e spensierata, in barca al largo di Ischia con altri gitanti tutti festosamente assiepati sulla tolda e privi della molesta mascherina.

In attesa che il presidente del consiglio sospenda l’obsoleto stato di emergenza, anche in vista della regolarizzazione e normalizzazione di quello debitorio, ci attendiamo venga ritirato l’anatema lanciato contro runner a Villa Ada, organizzatori di rave party, promotori di crapule e grigliate e scambisti.

E immaginiamo che sarà subito restituita la reputazione a compulsivi complottisti e irriducibili dietrologi che avevano messo in dubbio la pressione mortale del virus, o, peggio, che avevano sospettato che l’allarme fosse un espediente non certo nuovo nella storia per costringere la popolazione infantile e ignorante a affidarsi ai competenti e ai decisori, a sottoporsi a restrizioni delle libertà, solo apparentemente provvisorie, in cambio della sopravvivenza,  qualora fosse garantita l’appartenenza alla schiera dei meritevoli non addetti alle attività essenziali.

Come si è sempre verificato nel tempo, l’incauta forosetta non ha resistito, proprio come i trasgressori del distanziamento negli stabilimenti di Ostia, o gli aperitivisti sui Navigli, o i ragazzi della movida, a godersi la ritrovata libertà.

E d’altra parte se il venir meno a certi requisiti di sicurezza è concesso a conviventi e coppie stabili e regolari, potrà bene essere permesso a quelli che in anni lontani si chiamavano tra loro compagni di partito, uniti della stesse aspettative e dalla testimonianza di operare uniti in nome degli umili, degli sfruttati e che adesso come nella vecchia Dc di Fanfani, Gaspari e Rumor  (ormai rimpianti in qualità di statisti) si dichiarano “amici” –  e infatti l’immagine domenicale dell’allegra brigata recava la didascalia “Che bella cosa l’amicizia!” – se e a tenerli insieme sono proprio interessi comuni, comuni ambizioni ed esperienze condivise, compresa quella di stravolgere la costituzione per rafforzare il potere della loro cricca una volta insediatasi e di rappresentare volontà e bisogni di prestigiosi referenti, magari proprietari di yatch sui quali si augurano di essere invitati al posto di certe avvilenti tinozze. Più amici di così!

E ci credo che  se la ride beata e rilassata, la squinzia spudorata.  Pensa che soddisfazione averci presi ancora una volta per i fondelli, anche grazie a quella simpatica consuetudine cara agli insider di tutte le razze a di tutti i contesti, di assecondare chi sta ai comandi, con dei distinguo che assolvano a un ruolo ricattatorio e intimidatorio, plasticamente ritratti nell’icona conservata da un sito birichino:  appoggio le tue misure repressive che corrispondono alla mia indole di zarina, ma come una zarina so che, essendo destinate a mugic e straccioni, come le brioche senza pane, senza lavoro e senzatetto del Recovery Found o le briciole della Bellanova agli osti, sono legittimata a fare come mi pare, mi compete e merito.

Che poi mica volevate che stesse a lavorare alla Camera, la cui alacre attività si svolge sfocata sullo sfondo del dinamismo delle task force che l’hanno esautorata, mica avrete pensato che in qualità di esponente di un partito presente nella compagine governativa si stesse spendendo per dare forma a un programma di spesa delle risorse generosamente offerte dall’Ue.

Quando pare che sia tutto fatto come racconta esultante la stampa ufficiale, grazie all’operoso impegno degli Stati Generali che ha prodotto una strategia in nove punti e 137 progetti, già esibita come “canovaccio” a frugali e benigni interlocutori comunitari, tra piano choc per infrastrutture e cantieri per un’Italia interconnessa e connessa grazie alla digitalizzazione, sburocratizzazione e semplificazione,  a beneficio della libera iniziativa premiata anche con provvidenze speciali per le imprese, insomma un libriccino dei sogni che alla Programmazione e al Club di Roma dei favolosi anni ‘70  “je spiccia casa”, tanto che pare scritto nelle anticamere della Leopolda.

E ci credo che se la ride, la briosa sfrontata ultima interprete della fortunata formula “siamo tutti sulla stessa barca” insieme a Sacconi, Ichino, Thyssen Krupp, Riva.

E infatti,  o il pericolo è passato, o se c’è stato davvero e in quelle dimensioni, dimostra che anche il Covid, per chi lo sa usare,  lavora al servizio  della lotta di classe alla rovescia dei ricchi e privilegiati contro i poveri e sfruttati, mietendo vittime solo tra i dannati della terra, vecchi, malati, vulnerabili e vulnerati dalla miseria, dalla solitudine, dalla trascuratezza di sé che comporta vivere ai margini del benessere sempre più esclusivo che obbliga alla rinuncia prima del superfluo e poi, via via, del necessario.

 

 


A cuccia…

70651_18891_cuccia-per-dueAnna Lombroso per il Simplicissimus

È perfino banale osservare che c’è una guerra fuori moda, sgradita ai più che proprio non vogliono esserci messi in mezzo, nemmeno quando sono vittime civili e le loro tragedie sono identificabili come effetti collaterali.

E’ quella che dovremmo muovere a un sistema economico-finanziario che sarebbe giusto chiamare col suo nome “totalitarismo”, anche se non è stato preso in considerazione dell’europarlamento, troppo occupato a mettere all’indice il comunismo e perfino  con la damnatio memoriae, il ricordo  dei martiri dell’antifascismo, rei di quella “appartenenza” ideale.

Così la critica al capitalismo è stata confinata nelle anguste geografie degli “specialisti” a ranghi sempre più ridotti o è caduta nelle mani di avventizi che la riducono a critica del marxismo in modo da non fare mai i conti col presente e meno che mai col futuro, scenari per esercitazioni sociologiche e letterarie, se pensiamo al successo del Moccia della filosofia, Fusaro.

Peggio ancora se a pensarci e parlarne sono gli “economisti”, che infatti hanno contribuito a darne una lettura circoscritta alla dimensione dei rapporti di produzione e di mercato, sottovalutando non casualmente quegli aspetti non strettamente legati al profitto e all’accumulazione   che invece hanno investito e condizionato tutti i rapporti di potere, lo stato e le istituzioni, l’espropriazione colonialista e imperialista dell’ambiente e delle risorse, la “riproduzione sociale” che non remunera il lavoro,  tutti aspetti di un ordine sociale  che via via ha perso la forma di un ordine naturale, incontrovertibile e inestirpabile.

Tanto che  ormai pare ineluttabile consegnarsi fatalmente al sistema e alla sua ideologia, non riuscendo a immaginare un’alternativa praticabile da quando è tramontata l’ipotesi di una rivoluzione contro il capitale, come Gramsci chiamava quella russa, che richiederebbe nuove forme di emancipazione.

Ormai pensiero, creatività politica, sono stati egemonizzati dalla sua ultima corrente, il neo liberismo, che ha dato alle élite “intellettuali” che occupano con la loro pretesa di superiorità culturale e morale lo spazio pubblico dell’informazione  della costruzione dell’opinione, una tana relativamente protetta e ancora sicura, con discreti privilegi e forme di tutela, che conducono alla rinuncia e addirittura alla derisione o alla condanna di qualsiasi critica e opposizione al governo della cosa pubblica, ma anche della vita delle persone, delle loro scelte e inclinazioni individuali, retrocessi a esercizi visionari irrealistici e impraticabili.

Ci si è messa anche l’emergenza sanitaria – che non sarà nata come complotto ma che assume i contorni cospirativi di uno stato di eccezione destinato a prolungarsi – a stigmatizzare ogni forma di ricusazione di scelte imposte, contraddittorie e immotivate se non dall’esigenza di creare una condizione favorevole alla sospensione della democrazia, grazie ai poteri speciali attribuiti al governo tra cui quello di adottare Dpcm che non hanno bisogno dell’approvazione delle Camere.

Basta guardare all’anatema lanciato contro chi si interroga su qualità e portata della proroga delle misure di sicurezza. Ormai ostracismo e condanna non riguardano più soltanto i comportamenti  “irresponsabili”, che hanno fatto arruolare chi osava contestare l’efficacia di misure e proibizioni -anche se si era sempre lavato le mani e osservato criteri elementari di profilassi anche in latitanza di influenze e non mangiava le cozze crude né tanto meno topi vivi – nelle file degli scambisti trasgressivi, degli organizzatori di rave party e di crapule.

Diventato impossibile contestare le scelte anche le più irragionevoli e suicide, è quindi doveroso accettare tutto il pacchetto: mascherina, guanti forse si forse no, distanziamento, rilancio dello smart working (l’industria chimica e quella farmaceutica fanno da apripista per regolare il lavoro da casa, sottoscrivendo  il 9 luglio un accordo programmatico in materia con i sindacati) e della didattica a distanza, vista l’impossibilità di applicare il principio costituzionale del diritto all’istruzione, ricorso a forme di rapporto di lavoro atipico indispensabili a riavviare lo sviluppo,  regolarizzazioni fasulle a spese degli immigrati cui si potrebbero aggiungere i percettori di redditi e aiuti.

E poi,   il part time per le donne che permette la dolce espulsione dal posto occupato,  in modo da combinare  cura, assistenza, aiuto pedagogico e cottimo, senza contare i debiti per il risarcimento del Mes e dei generosi aiuti europei in cambio di riforme,  a pesare sulle spalle dei cittadini che – lo dice la Banca d’Italia –    arrivavano già a marzo  alla fine del mese con difficoltà per una contrazione del reddito generalizzata e che per il 36% ammonta alla metà. E poi, ancora, indebitamenti per proseguire nel disegno insensato per la realizzazione di Grandi Opere e infrastrutture, mentre non si prevedono gli investimenti decantati per la sanità, l’istruzione, nemmeno per le tecnologie che dovrebbero sostenere la rivoluzione digitale.

Pare proprio necessario scontare la salvezza con il crollo della domanda determinata dal lockdown, cui si reagisce con politiche finanziarie che comporteranno a loro volta impoverimenti, anche per quelle fasce di popolazione che non sono state pesantemente colpite, dipendenti pubblici e pensionati che si vedranno ristrutturare la pensione e le remunerazioni o sui cui conti correnti inciderà una tassazione straordinaria.

A esigere a gran voce obbedienza, senza contestazione o dubbi, diventata una virtù civica, sono quelli che, a leggere le loro esternazioni sui social e esibiti come testimonial della cittadinanza responsabile dalla stampa, rivendicano il loro sacrificio, lo “ io resto a casa” per tre mesi e più, i resilienti, ma qualcuno si sente resistente,  dalla trincea del divano, del pc aperto su Fb,  della poltrona davanti a Netflix, dello smartphone con l’app  Immuni, distribuita non dal Governo che l’ha finanziata, ma dagli gli store di Apple e Google, generosamente e giudiziosamente pronti a perpetuare la Fase 2, come è diventato inderogabile da quando si sarebbe resa necessaria  una compressione delle libertà, che non sarà un colpo di Stato, ma che ha prodotto una obiettiva limitazione delle prerogative  e garanzie, senza violare apertamente la Costituzione ma attribuendo una scala di valori e una gerarchia ai diritti per mettere al primo posto la sopravvivenza.

Invece non hanno avuto né hanno voce  gli altri milioni che dall’inizio del Lockdown sono stati destinati ad altro sacrificio, esposti doverosamente al contagio, senza dispositivi di sicurezza, graziosamente previsti nei limiti di accordi volontari e dunque arbitrari e discrezionali dalle rappresentanze padronali, negli uffici, nelle fabbriche, nei supermercati, raggiunti con mezzi di trasporto affollati, che non hanno suscitato le reprimende rivolte agli aerei che in questi giorni permettono a quelli di serie A di raggiungere mete gratificanti nelle quali riposarsi con mascherina e distanziamento dopo l’estenuante isolamento.

C’è da temere che non sia lontano il momento nel quale di fronte alla loro ribellione, in vista della indispensabile punizione di chi contesta le verità dell’establishment, governo, comunità scientifica, stampa ufficiale, si materializzeranno più concretamente forme di censura e repressione, già ipotizzate: chiusura di sociale, task force di sorveglianza severa sulla “controinformazione”, la mobilitazione contro le bufale e il complottismo a cura di chi si è insignito di una superiorità, sociale, culturale e morale, che di solito finisce per sfociare nella desiderabile eventualità di circoscrivere il suffragio universale, in modo da selezionare i meritevoli con diploma, patentino di progressismo antipopulista e antisovranista, muniti di piccola rendita, o posto fisso, o startup finanziata dagli amici di famiglia, esito del tampone e dichiarazione di intenti in favore di ogni tipo di vaccinazione contro le influenze.

Influenze, si, intese come patologie, che i condizionamenti che vengono dall’alto sono invece raccomandati, come l’isolamento che favorisce la fine della coesione e della solidarietà.


VitaVizi

parrucconiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Anche chi per molto tempo ha cercato di resistere al canto delle sirene neoliberiste che intonavano inni alla gioia per la fine di destra e sinistra, comincia a convincersi che ormai la frattura non sia più quella tra le due ideologie,  ma semmai il contrasto tra i valori e i principi delle classi dominanti che hanno superato quelle anguste divisioni in nome dell’interesse comune, e le classi popolari, estese a quello che un tempo era il ceto o medio, ormai retrocesso a “disagiato”.

Così certe divisioni risultano fasulle e sovrastrutturali, perché si sovrappongono a quella fatale tra chi gode degli effetti dello sfruttamento globalizzato e le loro vittime, tra coloro che pensano in termini di classe e chi sa riconoscere solo i bisogni degli individui promossi a “umanità” indifferenziata, tra chi sta sopra, uniti nello stesso elitarismo del profitto e dell’apparire: politici, imprenditori, affaristi, comunicatori, tutti detentori  di una conoscenza superiore, universale e moralmente legittimata,  e chi sta in basso, disprezzati ma al tempo stesso temuti per la loro pericolosa irrazionalità e ignoranza facilmente manipolabile.

Deve essere per questo che certe polemiche, certi contrasti sembrano nel migliore dei casi dispute accademiche, e nel peggiore gli slogan delle curve degli ultrà nello stadio della propaganda, divise solo  dall’opportunità o meno di riconoscere delle concessioni agli straccioni cui viene promesso di cavarsi la soddisfazione dello sberleffo, o di criminalizzarli in qualità di incarnazione del bieco populismo.

Fa questo effetto il contenzioso tra i pro e i contro della riduzione del numero dei parlamentari così come quello sull’eliminazione dei vitalizi, che avrebbero un senso se davvero vivessimo in un sistema democratico dove il numero degli eletti garantirebbe più puntuale e qualificata rappresentanza o se esistessero condizioni di equità per tutti i “lavoratori” che hanno diritto a godere delle quote di retribuzioni accumulate per garantirsi una età sicura e serena dopo quella professionale.

In realtà, nati nel 1954, i vitalizi consistono in somme che vengono versate agli ex parlamentari e consiglieri regionali alla fine del mandato e la cui  erogazione  grava unicamente sul bilancio degli organi istituzionali di appartenenza,  corrisposte  come premialità per aver svolto un “incarico pubblico in favore del popolo italiano”.

A beneficiarne sono  deputati e senatori che hanno compiuto i 65 anni e che presentano i requisiti di anzianità e permanenza nelle Camere, per aver concluso un mandato di almeno 5 anni, prima del 2012, anno nel quale sono stati aboliti salvo per coloro che possedevano quei  requisiti già maturati.

In quella data si  può dire che i vitalizi  diventano trattamento previdenziale, una specie di “pensione per parlamentari”, calcolata dal 2018 con il metodo contributivo e riconosciuta al sessantacinquesimo anno d’età per chi ha portato a termine un mandato e al sessantesimo per chi ne ha effettuato  più di uno, in modo analogo a quanto previsto per gli altri lavoratori, dipendenti dell’Ilva, braccianti agricoli, impiegati, manovali, grazie alla realizzazione della profezia di Marx che prevedeva che un giorno il lavoro sarebbe diventato “astratto”, alla pari, quello manuale e quello intellettuale, quello usurante e quello “immateriale”.

Così la rinnovata irruzione del tema nel “dibattito”  parlamentare  ripropone i soliti schieramenti, chi ne esalta il significato sia pure quasi soltanto simbolico e chi  lo tratta come una stantia manovra propagandistica che, secondo i nostri opinionisti all’aria condizionata che per senso di giustizia vogliono che possano accedere al beneficio anche marioli diversamente “al fresco”,  in coincidenza con “il disastro della scuola e della crisi economico-sociale che a breve colpirà il paese , a fronte di una contrazione del pil che potrebbe superare il 10% e un tasso di disoccupazione che potrebbe crescere vertiginosamente, generando delle enormi tensioni sociali”, risulta ridicola e inopportuna. E poi mica vorrete fare come il 10 % delle imprese che, lo dice l’Istat, medita di ridurre i livelli di occupazione, tagliando il numero degli eletti.

Infatti non c’è profilo  attivo sui sociale che non si eserciti in arditi paragoni  tra gli investimenti in armamenti, formidabili,  i costi dell’assistenza, e l’inezia sopportabile del trattamento pensionistico dei parlamentari,  a dimostrazione che saremmo  gente  sveglia, che non si fa anestetizzare da sistemi di distrazione pubblica, cari a chi ormai sa solo accontentare gli istinti viscerali, paura o vendetta, estraendo dal profondo l’empio populismo che alberga in ceti animati da risentimento e frustrazioni e fuorviati dal giacobinismo di qualche arruffapopolo.

Da anni ormai qualsiasi richiamo al senso etico viene messo a tacere in qualità di arrischiato moralismo che non sa fare i conti con la realpolitik. E qualsiasi critica viene retrocessa a rancida “antipolitica”, oggi ancora più irresponsabile, egoistica e nichilista, se si sprecano appelli a sostegno del governo, mozioni di plauso per le eccezionali misure salvavita, ricostruzioni agiografiche della vita e delle opere delle autorità commissariali cui è stata delegata la strategia nazionale per la ricostruzione.

Così nessuno rileva come  potrebbero sembrare – e a me lo sembrano – incompatibili con la strenua difesa della democrazia, del ruolo e della funzione inesauribile e insostituibile della rappresentanza, caposaldo della democrazia, da mesi umiliata, scavalcata, annichilita che mostra qualche palpito di vivacità in difesa dei suoi privilegi.

E non c’è nemmeno da parlare delle rivendicazioni di Formigoni o altri birbanti che reclamano la restituzione del dovuto, spesso irrisorio rispetto al loro “maltolto alla collettività”, che invece che essere invitati a esprimersi in veste di pensatori ricchi di esperienza maturata sul campo, dovrebbero essere rieducati nel silenzio del carcere duro.

Perché la media del rendimento del nostro ceto politico si misura con le prestazioni della media degli eletti, di ieri e di oggi, con il contributo dato “in favore del popolo italiano” ora ancora più facilmente valutabile se sopravviviamo, e  grati di essere tra quelli esentati dal rischio di contagio, in un paese colato a picco, dove servizi e assistenza sono stati cancellati per fare spazio ai privati, dove il diritto allo studio è stato abbattuto come un cascame ideologico poco congruo con i comandi del mercato, dove migliaia di persone sono state grate al Covid che ha rinviato gli sfratti, ma solo per un po’, dove il lavoro ha perso valore, arretrato a servitù precaria, a puro sfruttamento, a umiliazione di talento e vocazione in cambio della pagnotta.

Ma non per tutti, nella   guerra tra farabutti e onesti, ma a rischio che non c’è via virtuosa al comando,  in  quella tra chi vorrebbe conservare quella sovranità che comprende anche la custodia delle funzioni del Parlamento, e chi esige che venga ceduta per conquistarsi il favore dei Grandi e l’ammissione alla loro carità pelosa, dove la corruzione è immune e impunita grazie a istituti “di legge” come la prescrizione, sembra solo retorica ricordare che anche per i rappresentanti eletti grazie a leggi pensate a tutela della chiusura e impermeabilità dei palazzi alla gente comune, dovrebbe valere la legge fondamentale della democrazia, che tutela i diritti e abolisce i privilegi.

E che anche per loro dovrebbe vigere quell’articolo della  Costituzione nata dalla Resistenza e che  dice che “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”, niente di meno e neppure niente di più.

 


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