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Remember America

Tutto cominciò allora, proprio la prima volta che toccai terra sul continente americano, l’anno in cui Reagan si candidò alla presidenza. Arrivai a Manhattan che era già notte, impigliato con la macchina a noleggio lungo, dentro vie sconosciute e buie, con l’occhio a una cartina sommaria, intento a capire cosa caspita significasse quell’ Expwy che campeggiava sui cartelli stradali e quasi solo alla fine capii che voleva dire expressway. Ma quelle vie non furono affatto veloci né dirette, formavano un garbuglio ignoto, quasi ostile e anche il tentativo di chiedere la direzione giusta a una pattuglia della polizia col mio inglese stentato per poco non si risolse in una notte in guardina e forse anche peggio: non sapevo che laggiù l’accostarsi a un’auto della polizia era una cosa che non si faceva, comunque non di notte e non nella parte di Queens che bordeggia il Bronx dove ero finito  Me la cavai solo perché il capopattuglia mi ravvisò come un “paisà”. Così la vista di Manhattan illuminata di notte con i suoi grattacieli mi sembro un po’ magica e un po’ maligna come un sortilegio. Quando finalmente arrivai all’albergo prenotato sulla 47a la prima cosa che senti alla reception fu “Time is now, Reagan for president”.

Non sapevo che lo slogan mi avrebbe accompagnato durante tutto il coast to coast e ritorno perché avendo accumulato due mesi di ferie non godute e corte non fatte, avevo tempo e spazio: così dai grandi laghi alle montagne rocciose e finalmente al Pacifico non mi potei sottrarre al fatto che era il momento di Reagan, ma debbo dire che il possibile avvento di questo ex attore uscito da chissà quale anfratto dei Hollywood non mi interessava più di tanto, anche se destavano curiosità e apprensione i suoi trascorsi di cowboy di celluloide: davvero l’ultima cosa al mondo che mi sarebbe venuta in mente è che quell’uomo avrebbe avuto un’influsso decisivo anche sulla mia vita. Time is now lungo i campi sterminati della fascia centrale dove il mais maturo forma un muro verde oro lungo l’asfalto, “è il momento”  lungo le strade delle montagne rocciose dove le mitiche auto americane si fermavano con i radiatori bollenti o rimanevano messe di traverso come balene spiaggiate per aver affrontato la prima curva stretta della loro vita e dove anche io dovevo stare attento perché il retrotreno tendeva ad andare a zonzo. Si toccava con mano la differenza fra cinema e realtà.  E poi la promessa insistente di abbassare le tasse scendendo verso l’oceano: “state meglio ora o quattro anni fa?” cioè quando fu eletto Jimmy Carter, gracchiava la radio tra sermoni e musicaccia country. Ma intanto c’era un caldo maledetto, e un’azzurro intenso che sembrava sparire solo con la curvatura del pianeta, non potevo immaginare che in quel momento e in quel luogo il mondo sarebbe cambiato, anzi sarebbe precipitato.

Con Reagan infatti cominciò il travolgente abbassamento delle tasse ai ricchi, giustificato col non sense della curva di Laffer, ma anche venduto come la terra promessa per tutti visto che più ricchi erano i ricchi più soldi sarebbero scesi come lo spirito santo sui poveri e anche sulla classe media. Erano in gran parte illusioni che chiunque avrebbe potuto  smontare facilmente , ma che appunto essendo illusioni e suggestioni sfuggivano all’ambito razionale. Fino alla metà degli anni ’70 tutti i sistemi di tassazione dell’occidente erano pensati per portare alla distribuzione del reddito e per questo i massimali di quello che oggi noi chiameremo Irpef erano altissimi, arrivavano e superavano il 90 per cento. Questo tra gli altri effetti faceva sì che i ricchi non diventassero mai troppo ricchi: già lo erano abbastanza per imporre una loro visione della società e dell’ economia, per determinare scelte antipopolari e per cominciare a imporre una loro egemonia cultuale intrecciata a quella dell’impero dopo aver fatto le prove generali in America Latina. Con l’avvento di Reagan che ribadiva e pantografava la Thatcher su scala planetaria quei patrimoni che già allora parevano esorbitanti  cominciarono ad aumentare  a dismisura e con il concorso delle deregolamentazioni iniziò la corsa alla concentrazione  di capitali e di attività che doveva portare la ricchezza di pochi a livelli mai visti, talmente ampi da potere comprare praticamente ogni cosa e da diventare un potere prevalente rispetto agli stati e dunque ai sistemi democratici. Negli anni ’70, per fare un esempio, il patrimonio della famiglia più ricca d’Italia, ma anche tra le più ricche del mondo, quella degli Agnelli, si aggirava tra i 1000 e i 2000 mila miliardi lire che sarebbero poi il mezzo miliardo e il miliardo di euro: una miseria, un portafoglio che oggi ti farebbe parere un accattone a Davos, giusto l’obolo che Bill Gates ha pagato per comprarsi l’Oms.  Del resto quella stessa famiglia che una volta possedeva una delle più grandi aziende automobilistiche del mondo pur decaduta e marginale  possiede oggi complessivamente non meno di 80 miliardi di euro a stare bassi vale a dire decine di volte di più di quanto non avesse 45 anni fa.  Si è realizzato il concetto che Reagan espresse nel discorso di insediamento: “Lo stato non è la soluzione dei problemi, lo stato è il problema”. E adesso lo stato, la legge e la salute sono loro.

Era “time is now” quando finalmente di lontano si stagliò il Golden Gate (il pedaggio costava allora dieci dollari poco meno di un motel di fascia bassa) ma Yerba Buena come si chiamava in origine San Francisco la potevo quasi toccare con mano senza immaginare cosa sarebbe accaduto. E mi soffermo su questo tratto di strada vicino alla Silicon Valley e di memoria perché proprio a cominciare da allora la crescita esponenziale dell’informatica e il suo enorme impatto sulla vita delle persone, farà da schermo a questo processo di fusione, capitalizzazione, finanziarizzazione, concentrazione dell’informazione mettendoci tutti di fronte a un fatto compiuto che non possiamo né cambiare, né accettare. Quindi ciò che sta accadendo oggi è in relazione diretta con quell’ America di 41 anni fa che a un europeo sembrava un mistero buffo dove l’opulenza delle strutture e la loro apparente modernità si scontrava con una nascosta arretratezza, o meglio ancora con una insondabile mediocrità di fondo. La radio ogni tanto gracchiava  “Time is now…. E ora per noi It is not the time.


Post verità o Post Cia ?

images (1)Il 2007 da quale ci separano poco più di dieci anni sembrano già un altro universo. In quell’anno Le Monde Diplomatique, ancora per poco giornale di riferimento a livello europeo, pubblicò un lungo articolo pieno di interviste e di autorevoli citazioni in merito al cambiamento di strategia inaugurato dal presidente Reagan. Articolo che è possibile leggere qui nella sua versione integrale ma di cui facciò in questo post un riassunto stringato, : “lran, Cile, Nicaragua … Dal 1950, le guerre “sporche” condotte dalla Central Intelligence Agency (CIA) sono emerse regolarmente nelle cronache e a volte sono state tema di scandalo negli stessi Stati Uniti d’America. Suggerendo la creazione della National Endowment  for Democracy (NED) , il presidente Ronald Reagan ha conferito a Washington uno strumento meno visibile e meno controverso rispetto alla CIA, ma il cui obiettivo rimane lo stesso: destabilizzare, con il finanziamento delle loro opposizioni, i governi non amichevoli”. 

Intendiamoci sulla carta si tratta entità senza fini di lucro con obiettivi particolarmente virtuosi: promuovere i diritti umani e la democrazia. Ma già 8 anni dopo la creazione della Ned lo storico Allen Weinstein, primo presidente di questa piovra globale dichiarò al Washington Post: “Molto di quello che facciamo oggi, la CIA lo stava facendo clandestinamente venticinque anni fa.”  Del resto non era difficile capirlo visto che la Ned fin dal primo momento ha goduto di consistenti fondi (200 milioni nel 1984) del Congresso di Washington sotto forma di una sovvenzione concessa attraverso l’Agenzia di informazione degli Stati Uniti. Ma i finanziamenti semiufficiali che oggi arrivano a 800 milioni sono solo una parte dei fondi occulti che si riversano attarverso una fitta di rete di fondazioni fantasma e società che esistono solo sulla carta.

Nei primi anni la Ned si limitò a far parte dell’arsenale della Guerra Fredda e ad operare in questo campo con in primo piano la concessioni di enormi aiuti e finanziamenti a Solidarnosc, ma con la caduta dell’Urss cominciò la sua espansione globale e l’interferenza, grazie ai dollari, alle nascenti ong e ad alcuni “specialisti,  nei processi sociali, economici e politici di  novanta paesi in Africa, America Latina, Asia, Caraibi. Europa orientale. Come ha scritto nel dicembre del 2006 il ricercatore Gerald Sussman sul Montly Review  “la Ned e altre organizzazioni americane si presentano come partecipanti alla costruzione della democrazia, ma stanno agendo meno brutalmente della CIA mentre le forme di manipolazione elettorale in cui oggi si impegnano sono manifestazioni di messa in scena morale e drammaturgia politica”. Fare un elenco completo delle sole  “operazioni” di cui ci sono le prove certe sarebbe lunghissimo, ma vale la pena citare il coinvolgimento in Nicaragua in aiuto di Violeta Chamorro, candidata a Washington e proprietaria del quotidiano indipendente La Prensa , che diventerà presidente nel 1990, oppure i 36 milioni di dollari (una somma gigantesca per Haiti) distribuiti per sostenere il candidato Marc Bazin, ex funzionario della Banca Mondiale oppure, vicenda particolarmente attuale, le azioni “silenziose” messe in atto fin dal 1998 contro il Venezuela: l’avvocato statunitense Eva Golinger ha scoperto nei documenti ufficiali che tra il 2001 e il 2006 oltre 20 milioni di dollari sono stati donati da NED e Usaid a gruppi di opposizione e media privati ​​venezuelani e ancor prima, nell’aprile del 2002, il New York Times  aveva rivelato pochi giorni dopo il fallito colpo di stato contro il presidente Hugo Chávez, che il budget della NED per quel paese era quadruplicato alcuni mesi prima di questo tentativo di rovesciare il bolivarismo su ordine del Congresso americano. Questo per non parlare delle centinaia di milioni di dollari spesi per cercare di abbattere il regime cubano. E così per decine di altri posti e Paesi Italia compresa, vedi ad esempio la relazione conclusiva dei lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e la morte di Aldo Moro, presentata un mese fa e passata sotto unanime silenzio (qui per chi vuole i particolari).

Tutte queste considerazioni non le ho messe per dimostrare l’acqua calda, ma ad un o scopo ben preciso: dopo la fine dell’Urss la Ned capì due cose: che l’informazione  e il possesso dei suoi mezzi era vitale e che non si poteva sempre agire da fuori dando così l’impressione di voler interferire, ma che occorreva far nascere e far cresce nei vari Paesi organismi, fondazioni, think tank, onlus il cui scopo era agire ” in armonia con i bisogni e gli obiettivi fondamentali della globalizzazione economica e del nuovo ordine internazionale “ . Così la Ned decise di ospitare (è un eufemismo ovviamente)  la segreteria del Centro per l’assistenza internazionale ai media, ma anche di finanziare in maniera consistente alcune organizzazioni giornalistiche tra cui Reporters sans frontieres ( che ammette di essere così indipendete da essere finanziata persino da Center for a Free Cuba) e cominciò a sostenere la formazione di organizzazioni similari e gemelle anche altrove:  Diritti e democrazia in Canada, Westminster Foundation for Democracy in Inghilterra, lo Swedish International Liberal Center, la Fondazione Alfred Mozer in Olanda e quella ci interessa più da vicino la Fondazione Jean Jaurès in Francia. Si tratta di un network che comprende un grandissimo numero di organizzazioni apparentemente non governative, ma che fanno capo alla Ned, ovvero di un centro di controllo che per l’ex funzionario del dipartimento di stato William Blum, testimone a conoscenza dei fatti, serve a “trasferire le molte attività detestabili della CIA a una nuova organizzazione il cui nome suona bene. La creazione del NED è un capolavoro di politica, pubbliche relazioni e cinismo”.

Ora è da notare che la Fondazione Jean Jaures, creata nel 1992, è integralmente fake in tutto, persino nel nome che si rifà al socialismo di cui in realtà esprime il momento di dissoluzione ideologica, ma con i medesimi obiettivi della Ned, alla quale del resto è ufficialmente legata, ha recentemente pubblicato una sorta di indagine sul complottismo in Francia e sulla post verità esalatata dal medesimo le Monde che 11 anni fa pubblicava il pamphet che è stato riassunto nel post. Poca cosa: l’indagine non fa che ribadire nel modo più trito e banale le teorie sul “sentimento complottista” che sono spuntate come i funghi all’inizio della campagna contro le fake news e che in sostanza hanno la propria radice nell’ottusità conformista: la loro fallacia sarebbe dimostrata dal fatto che chi crede a qualche idea di complotto è tendenzialmente portato ad accreditare teorie alternative un po’ in tutti i campi, rivelandosi così in sostanza come un disadattato. E deve essere vero pensate un po’ che Galileo dava non solo credito a Copernico, ma persino aderiva ad ogni follia anti aristotelica sulla meccanica. Certo ci vuole un coraggio da leoni o una vigliaccheria di bronzo per farsi paladini di una verità che non può essere detta, pensando che le chiacchiere possono sormontare la memoria e la realtà.


Mal Ton di regime

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Che dispetto ci ha fatto l’America, che sgarbo far vincere il populismo cattivo, volgare, maleducato, scorretto, sessista, razzista, sguaiato, ignorante. Che affronto che quella macchietta abbia battuto una così affine alle signore del senonoraquando,  perfetta per le cene delle Soroptimist, educata e responsabile fino alla devozione e allo spirito di servizio,  riservati al Paese attraverso  un marito sciupafemmine, alla famiglia e alla casa, bianca magari, così somigliante alle ragazze del college in gita premio in Italia, coi loro diari, le cartoline, le scappatelle col latin lover al Palio di Siena subito rimosse al rientro in Arkansas. Che delusione che la virulenza verbale di Trump abbia coperto la vocina mielata e impostata, autorizzando il politically incorrect, facendo immaginare  un’escalation dell’intolleranza e della discriminazione delle minoranze — gli immigrati, i musulmani, le donne.

Da giorni tocca sentire e leggere nei volti aggrondati e nei necrologi della defunta democrazia di Tocqueville, la delusione e la preoccupazione di opinionisti abituati a attribuire importanza soprattutto al bon ton, al garbo, ai modi e alle mode di una civilizzazione formale e ufficializzata grazie a buone scuole, birignao, appartenenze a cerchie influenti, protezioni autorevoli, stampa amica, tutti ingredienti che permettono di creare una gerarchia della “cattiveria” tollerabile o addirittura desiderabile, sicché i bombardamenti in tailleur sono meno cruenti, l’occupazione militare della finanza meno oscena, i tagli al welfare per via di sedicente stato di necessità meno deplorevoli di quelli operati per motivi ideologici anche se gli effetti sono gli stessi,  sicché era ineluttabile se non addirittura doveroso  mettere le “organizzazioni” democratiche e socialiste  e i loro bacini di consenso al servizio degli interessi dell’impero e del suo modello di sviluppo, sicché era inevitabile e imperativo scegliere un candidato forte per l’appoggio di lobby e potentati e più allineato di un anziano visionario.

La riscossa dello zotico  sembra essere davvero insopportabile  per chi è stato tanto compito e ammodo da riservare benevolenza per il pittoresco cow boy alla Casa Bianca, quello che ha avviato la rivoluzione liberista, la circolazione dei capitali, o per il capitalismo compassionevole, o da guardare con ammirato spirito di emulazione alle avventure dei Gekko  a Wall Street, tanto da farsi tentare da qualche acrobazia azionaria, o da credere che una spericolata prevenzione anche bellica sia  inderogabile e categorica per contrastare il terrorismo e i suoi untori, spesso ex alleati e che potrebbero ridiventare tali, di sovente prodotti artificiali della fabbrica della menzogna sempre in cerca di un nemico utile ad autorizzare la guerra.

Beh se è così si presentano tempi duri per loro. Perché tutto conferma che è arrivato il tempo dei più sguaiati, dei più cialtroni, dei più sboccati, dei più sfacciati, dei più screanzati. E la buona creanza non li salverà e nemmeno l’ipocrisia. Perché hanno contribuito, blandendo il folclore leghista, nato, si disse, da lombi antifascisti, sottovalutando le corna e le sacre liturgie polesane, celebrative, si disse, di radici e tradizione, liquidando sbrigativamente xenofobia e razzismo, frutto,  si disse,  di atavica ignoranza e isolamento superabili grazie al diffondersi i benessere e convinzioni progressive, a creare figure mostruose e geografie del rifiuto e della paura, che rivendicano rozzezza, ferocia, rancore, come fossero le virtù del politico e le fondamenta di una leadership e moltiplicano ingiustizia e sopraffazione.

Perché l’opposizione sobria, responsabile, cortese che non accetta provocazioni e non si presta a bugie e manipolazioni ha favorito una cricca di governo che l’ha scambiata – e magari non a torto – per codardia. Quella cerchia infame che adesso, quando qualcuno mette il naso nei suoi affarucci, svela le magagne, scopre l’ennesimo interesse privato, anche sotto forma di abuso dei dati e di trucco elettorale, perde la testa e sbrocca, chiama alle armi perché torni a regnare il suo ordine, fa i segni in trasmissione al conduttore come nella briscola, bercia come gli odiati grillini e apostrofa con toni beceri il pubblico dei suoi eventi di propaganda.

Pare che dobbiamo diventare  villani e scostumati anche noi per vincere. Che bisogna tiragli i pomodori, prenderli a pernacchie e peggio ancora, informarci e informare, scoprire le loro carte di bari, riprenderci la conoscenza e la gestione della “cosa pubblica”, che hanno ridotto a merce, i diritti dei quali ci hanno espropriato, quelli scritti in una Carta, che odiano per quello, per l’invidia e l’avversione che riservano a quello che è libero, generoso, giusto e solidale.


Povero Silvio surclassato dal ganassa jr

renzi-berlusconi-poletti-308733Diciamolo,  il cavaliere è stato davvero sfortunato: è stato al centro della vita politica per più di vent’anni, ma non è riuscito a concludere nulla di ciò che si era proposto perché i tempi non erano maturi. Poi quando, grazie anche ai suoi avversari da lui grottescamente chiamati comunisti, i progressivi colpi portati al lavoro, la disgregazione del sindacato, la diffusione di una mentalità completamente aliena dal sociale, gli facevano intravvedere il traguardo, è stato cacciato per inaffidabilità geopolitica.

Così quello che lui voleva fare sull’onda del reaganismo e del thatcerismo, ovvero diminuire le tasse ai ricchi grazie alla dissoluzione dello stato sociale e dei diritti del lavoro, lo fa adesso il suo figlioccio Renzi con una chiarezza e una limpidità da manuale: la raccolta di dieci miliardi dalla sanità, per di più con qualche strizzata d’occhio alla malasanità, per finanziare una diminuzione delle tasse, peraltro solo presunta viste le condizioni del debito, è un esempio di scuola del trasferimento di risorse dalla base al vertice della piramide sociale. Davvero il destino è irriconoscente.

Certo quel pensiero unico che ha predicato il benessere della società   attraverso l’accumulo di ricchezza in poche mani è ormai nella fase di risacca: i suoi principi cominciano ad apparire insensati, le sue pratiche pericolose, i suoi scopi deliranti, i suoi effetti nefandi. E tuttavia la forza d’inerzia e la potenza assunta da quelle poche mani sui gangli vitali della società consentono di far andare avanti la nave anche in mancanza di un porto. Rimane la capacità straordinaria di agire sulle persone in modo da fare vedere loro quello che non esiste: le classi medie sono state falciate e mentre i ricchi hanno goduto nei “quaranta ingloriosi” di Piketty di enormi tagli di tasse ( in tutto l’occidente si è passati progressivamente dall’ 80 o 90 per cento di incidenza fiscale sullo scaglione più alto al 35-45%) i ceti medi e popolari hanno avuto solo elemosine, compensate però da un aumento di tassazioni indirette al consumo e spese in sostituzione di tutele e servizi estremamente gravose. Tanto per fare  un esempio dei sempre citati Usa, un single che guadagna diecimila dollari l’anno, ossia un povero assoluto che può campare solo grazie ad aiuti pubblici paga il 23% di tasse totali, mentre chi ne guadagna dai 450 mila in su arriva a mala pena al 35%: quarant’anni fa il primo pagava attorno al 26% mentre il secondo arrivava oltre gli 80.  Quarant’anni fa il primo poteva permettersi un’assicurazione sanitaria completa, mentre oggi non può nemmeno lontanamente pensarci. E la situazione non è molto diversa in Italia.

Tutto questo avrebbe voluto farlo il divo Silvio se non ne fosse stato impedito dalla presenza ancora forte di un pensiero sociale e di generazioni non ancora convinte che favorire i ricchi  era cosa buona e giusta e avrebbe reso ricchi anche loro. Certo lavorava ai fianchi con le televisioni, esorcizzava la mano nelle tasche dagli italiani, strizzava l’occhio all’evasione, ma in concreto non è riuscito a fare nulla di tutto ciò che predicava, non è arrivato nemmeno a un quarto della strada fatta dal rimbambito Reagan plagiato dalle corporation. E se non fosse corso in suo aiuto l’Ulivo con la prima grande e naturalmente “moderna” spinta alla precarietà del lavoro, il suo nome non sarebbe iscritto sul monumento alla decivilizzazione. Tanto più che il suo giovane emulo è riuscito anche ad affossare la scuola, si appresta a evirare la magistratura inquirente, sta sfasciando la Costituzione e imponendo una legge elettorale da regime oligarchico.

Dire che lui gli ha spianato la strada convincendo gli italiani che le tasse siano il problema della nostra economia ( ricordo che il boom degli anni 50 e 60 avvenne in presenza di imposizioni altissime per chi guadagnava più di 30 milioni l’anno), per cui oggi basta dire meno tasse per imporre qualsiasi cosa e qualsiasi povertà. Sì, adesso i frutti della sua educazione degli italiani  li raccoglie il ganassa jr di Rignano che sfrutta appieno i luoghi comuni e persino la sceneggiatura del ventennio di Silvio. Ed è giusto così: solo i ricchi possono permettersi la stupidità.


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