Anna Pulizzi per il Simplicissimus

La prima cosa che viene da chiedersi dopo l’incontro andato in scena a Ginevra è perché mai Biden e Putin abbiano deciso di incontrarsi. O per meglio dire, per quale motivo il presidente americano ha proposto l’abboccamento, ottenendo subito la disponibilità della controparte. Sulla base della lista degli accordi raggiunti o della concretezza degli impegni presi, l’evento può essere considerato tra i più infruttuosi e l’illustre coppia inesorabilmente sterile, anche se nella storia s’è visto di peggio: esattamente sessant’anni prima, nel giugno del ‘61, il fallimentare incontro a Vienna tra Kennedy e Krushev non impedì a pochi mesi di distanza la costruzione del muro di Berlino e l’anno successivo la crisi dei missili a Cuba. Forse gli auspici che accompagnavano questi due incontri erano identici, mentre si spera non lo siano oggi le ripercussioni nel breve periodo.

Anche l’incontro nell’85, sempre a Ginevra, tra Reagan e Gorbacëv, fu assai avaro di risultati e in questi come in altri casi occorre tenere ogni rosea aspettativa a rispettosa distanza dalla logica, perché nella migliore delle ipotesi vi può essere armistizio, non vera pace. Tuttavia quando si è ai ferri corti e le rispettive forze armate si fronteggiano in una quantità di teatri, il semplice fatto che si vogliano anteporre un sorriso ed una stretta di mano al prossimo sgambetto o pugnalata permette di sperare che da nessuna delle parti vi sia la volontà di spingere la contesa geopolitica oltre il limite del controllabile. Questo almeno in apparenza.

Intanto però è sempre utile precisare che il faccia a faccia tra i due presidenti costituisce solo l’aspetto scenografico, mentre i passi importanti vengono fatti preventivamente attraverso il contatto tra i ministri degli esteri – nella fattispecie quello tra Lavrov e Blinken a Reykjavik il 20 maggio scorso – insieme alle rispettive squadre di tecnici. E’ in tale occasione che si decidono quali questioni possono essere affrontate senza provocare ulteriori attriti e sulla base di ciò se abbia senso o meno procedere verso il summit che il mondo si attende. Se poi vogliamo sapere di che cosa hanno parlato Putin e Biden non è il caso di prendere per oro colato le risposte fornite nelle successive conferenze stampa. Difficile ad esempio che i due si siano intrattenuti anche solo di sfuggita sulle sorti di Navalny, un figuro pagato dagli Usa per violare le leggi russe e farsi arrestare così da essere utilizzato come vittima dei cattivoni del Cremlino. Vicende come questa sono utili agli imbrattacarte della propaganda occidentale ma non ha alcun senso tirarle fuori in assenza di un pubblico da abbindolare. Analogamente quello dei presunti e vicendevoli attacchi informatici potrebbe essere tuttalpiù un argomento di facciata, dato che entrambe le parti se ne dicono vittime, nessuna delle due ha prove concrete per incastrare l’altro e tutto si gioca sul duello eterno tra capacità di penetrazione e sistemi di difesa, ben più che sulla minaccia di ritorsioni.

Invece l’Ucraina è un argomento scottante, anche se Putin ha dichiarato di averne discusso solo ‘marginalmente’. Può darsi che ne abbiano parlato i ministri degli esteri il mese scorso, ma di sicuro quello è un macigno bello grosso sulla via di qualsiasi progetto distensivo. Mosca ha già avvertito che se venissero assecondati i disegni ucraini di un ingresso nella Nato ciò produrrebbe una risposta pesante e d’altra parte nessuno vuole porre la facoltà di scatenare un casus belli con la Russia nelle mani imprevedibili della banda di nazistoidi al potere a Kiev. Per parte sua l’Ucraina, come conseguenza dell’approdo ai favolosi lidi della democrazia euroatlantista, è ormai un paese economicamente al collasso in cui il 50% della popolazione vive sotto la soglia di povertà e il cui regime si regge su chimerici propositi espansionistici verso il Donbass e la Crimea.

A ben vedere anche la Turchia sarebbe un argomento di tutto rispetto. Le smaniose iniziative di Erdogan ovunque sia possibile ritagliarsi un ruolo geopolitico, dalla Libia al Sahel al Kazakistan, l’hanno reso una presenza fastidiosa per tutti e che merita da parte delle grandi potenze un’attenzione ben più che marginale. Per non parlare dell’accordo sul nucleare iraniano, o dell’Artico, del rinnovo del trattato NewStart circa il limite al numero di testate nucleari, oppure delle sanzioni commerciali che si abbattono su chiunque non si pieghi alla rapina dei poteri finanziari. Di questioni rilevanti ce ne sono in abbondanza ma di sicuro è troppo presto (o troppo tardi?) perché si possano affrontare. Alcuni opinionisti hanno scritto che l’evento si inserisce nel tentativo americano di provocare crepe nell’alleanza obbligata tra Russia e Cina, cosa logica in teoria ma che potrebbe realizzarsi solo se per pura fantapolitica gli Usa rinunciassero alle proprie ambizioni di egemonia planetaria.

Biden non si è recato all’appuntamento con l’intento di porre la prima pietra sulla strada del disgelo. Non poteva aver ricevuto un tale incarico dagli ambienti notoriamente guerrafondai del suo partito e, come è ovvio, nemmeno dall’industria militare di casa, che da sola ingoia settecento miliardi di dollari l’anno e di certo non intende mettersi a dieta. Ma nemmeno ci è andato soltanto per accordarsi con Putin sulla riammissione dei reciproci ambasciatori, obiettivo minimo da fornire alla stampa affinché non si parli di fallimento totale del vertice. A giudicare infine dal personaggio e dalla sua capacità di muoversi anche senza fili, c’è da dubitare soprattutto che vi si sia recato motu proprio.

E’ possibile che con Putin siano stati toccati temi decisivi nei rapporti futuri, sia pure rimandando ogni dettaglio; se così fosse, non vedo perché avrebbero dovuto renderlo noto. Se invece si è danzato al ritmo delle buone intenzioni tenendosi a distanza dagli spigoli, allora l’incontro ha avuto comunque una sua valenza simbolica, anche se non possiamo dire se sia nato davvero per volontà di Biden o non piuttosto come corollario al G7 su esortazione di Germania e Francia, che nella truppa euroatlantica sono le più attente ad evitare un eccessivo inasprimento dei rapporti con Mosca. Si è trattato probabilmente di un incontro assai più obbligato che importante, che forse lascia le cose come stavano prima, che non è preludio ad un contenimento degli investimenti militari, che non corregge di una virgola le strategie preesistenti, né indica prospettive diverse da quelle dettate da una guerra che non si può fare e nemmeno si può evitare.