Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci siamo indignati a guardare le foto dei giocondi ridanciani in Cornovaglia, ilari e spensierati mentre facevano le prove generali dei loro crimini già avviati, e patetici e ridicoli mentre dichiaravano guerra all’Est, compresi Paese emergenti che ci aspettiamo rispondano come Stalin in qualche barzelletta: l’Europa vuole invaderci? Beh prenotiamogli un piano del Metropole.

Ma se guardiamo alle immagini dei loro cari e “famigli” rimasti a casa, ministri, generali, commissari, attendenti e quell’esercito mobilitato nelle task force di cui abbiamo perso il conto, comprese alcune risalenti al Conte 2 che non sono decadute, c’è davvero da domandarsi come sia possibile che qualcuno che non ha espliciti interessi e cointeressenze, dia loro ancora credito, accetti le loro imposizioni, si faccia entusiasticamente avvelenare, mascherare, censurare, separare dei suoi cari, tamponare, costringere in reiterate quarantene, e poi comprare al prezzo di una birretta, umiliare con intimidazioni e ricatti, per non parlare del concorso in reato di quelli che accettano di farsi esodare, demansionare, in modo da favorire il turn over e per lasciare il posto a generazioni future già condannate ai lavoretti alla spina.

A pensare al successo di certe leadership incaricate di rappresentare èlite ininfluenti, ceti senza potere e senza mezzi, si capisce però che in molti abbiano bisogno di riconoscersi tra loro come appartenenti a una scrematura della cittadinanza, autorizzata a rivendicare una superiorità sociale e culturale che, al contrario di quanto accadeva un tempo, è orgogliosa di obbedire, di uniformarsi e conformarsi, di santificare le varie giornate dedicate alle varie memorie che equiparano vittime e carnefici, di celebrare le stesse messe, di officiare gli stessi atti di fede, Europa o scienza, e di condannarsi agli stessi autodafé per espiare la colpa di aver voluto e consumato troppo, quando comprare era l’unico diritto veramente riconosciuto.

E non va meglio con gli “intellettuali” , non solo i  molti arruolati per apporre la firma in calce a appelli progovernativi prima e poi ad elogi non troppo sperticati – per non farsi riconoscere –  riservati al commissario liquidatore, ammirato per i silenzi come per i pistolotti ipocriti, per certi delicati cedimenti emotivi come per un decisionismo, senza stivali e fez delegati al generale, ma più accentratore, autoritario e muscolare delle serie di golpisti grandi e piccoli, velleitari e gradassi che l’hanno preceduto e che non potevano esibire le stesse credenziali di feroci esecutori agli ordini della superpotenza velleitaria e spaccona.

Ma non va meglio con  i riflessivi pensatori che interpretano al meglio la rinuncia realistica a ogni forma di azione, anche quella limitata alla critica, considerata uno sperpero di risorse morali, avendo maturato la consapevolezza che non abbiamo più diritto nemmeno all’onnipotenza virtuale, adesso che siamo stati espropriati di alcuni miti fondativi, il Progresso prima di tutto, consegnato interamente  e in tutte le sue potenzialità al mercato e al profitto, e che ostentano come una virtù civica il conformismo ragionevole, il cieco rispetto, non di regole e o del dettato costituzionale, ma di misure eccezionali che aggirano il parlamento, in nome della tutela di provvedimenti a norma di legge, è vero, ma non leciti, non legittimi, perché contrastano con l’interesse generale.

Ormai diffusamente si fa risalire questo atteggiamento che qualcuno ha denominato ritiratismo, nel caso avessimo bisogno di una filosofia che giustifichi la resa rinunciataria, disillusa e  inasprita,  all’amara agnizione di molti che dai salotti, dalle redazioni, dalle biblioteche sarebbero stati folgorati dalla tremenda rivelazione che i progetti di riscatto  della rivoluzioni possono sconfinare fatalmente in totalitarismo e che l’unica soluzione morale consista nell’appartarsi, nell’esimersi, nel rintanarsi nella cuccia tiepida di  successi editoriali, presenze negli studi televisivi e nelle tavole rotonde dove fare comodamente apologia di inoperosità, confermando che le uniche sicurezze in questa età dell’incertezza è che qualsiasi presa di potere è l’anticamera della tirannide e  che la resistenza non può che tradursi ragionevolmente in resilienza, da realizzare guardando il mondo dal davanzale, quello stesso del quale si sono affacciati cantando Bella Ciao e Azzurro durante il confinamento, sentendosi parte di una comunità patria in lotta, ma sanitaria, per carità, mica di classe. .

Dobbiamo loro  la rivendicazione – virtuale anche quella – dei diritti privati e personali, civili li chiamano, irrinunciabili, necessari, ma non sufficienti a liberarci dallo sfruttamento, nella persuasione che gli altri, un tempo definiti fondamentali, primari, umani potremmo chiamarli, sono stati conquistati, ne godiamo sia pure in forma disuguale, inalienabili e inviolabili. Ma ai quali da un anno è doveroso rinunciare in nome di uno soltanto, prioritario e preminente, quello alla sopravvivenza e alla conservazione di uno status fisico.

Li abbiamo visti in prima linea battersi contro chi osava mettere in discussioni sacerdoti delle varie discipline tutte assimilate nella comunità scientifica, dei tecnici, dei competenti dei quali è obbligatorio dimenticare fallimenti e baggianate, schierarsi contro il dubbio promosso a eresia, lanciare anatemi contro coloro che, lungi dal disconoscere i pericoli di una malattia inasprita da anni di dismissione di strutture di cura, di consegna della ricerca al mercato e dell’assistenza ai privati, sono stati arruolati nelle file dei negatori della verità ufficiale.

Nulla sembra toccare le loro certezze di fanatici dello scientismo e di tifosi della somministrazione ai polli da batteria, nemmeno le più insensate acrobazie sfociate ora nella valorizzazione del cocktail vaccinale, quello che aumenterebbe la copertura e che condanna i fedelissimi di una marca o una griffe alla marginalità di chi non sa cogliere un’opportunità per codardia.

Va dato atto che Governo e alte gerarchie militari si sono impegnati per rendere più accettabile la svolta dello shaker, anche sotto il profilo linguistico: se vi aspettavate che lo chiamassero cocktail, di quelli che esigono l’angostura, da erogare nei centro allestiti per l’happy hour, con tanto di tesserine pe la raccolta punti, beh  vi siete sbagliati, oggi la combinazione miracolosa risente del clima favorevole allo smantellamento di vecchi confini scientifici e morali, quindi vi aspetta una vaccinazione eterologa come la procreazione, fusion come le bettole romane che propongono coda, trippa e sushi, mista come le coppie più rappresentate nelle serie di Netflix. Se avete criticato l’ossessione per la sorveglianza e il controllo sociale  e poliziesco, beh vi siete sbagliati, eccoli esercitarsi nelle forme più creative dell’occasionalità, dell’estemporaneità, del dilettantismo anarcoide e sconsiderato.

E se avete ricordato con molesta pedanteria che uno die capisaldi della scienza è il dubbio, sollevando obiezioni in merito a certe incrollabili opinioni trasformate in convinzioni incontestabili pena l’ostracismo e in licenziamento, vi siete sbagliati ancora di più: ecco dimostrata una duttile capacità di adattamento, una dinamica facoltà di trattazione e lungimirante ritrattazione. E non lamentatevi, vuol dire che ci tengono alla tutela dei loro topolini da laboratorio globale.