Va riconosciuta al presidente di Confindustria una certa facondia immaginifica.

Non fatelo adirare con pretese insensate, non accampate richieste dissipate, che lui ha subito pronto uno di quei motti da superbone, sprezzante e spocchioso a ricordarvi che la sua è l’incontrastabile voce del Padrone e dunque della Ragione superiore cui non possono opporsi le ragioni dei lavoratori, i bisogni dei dipendenti, le lagnanze dei disoccupati, senza ombra di dubbio immeritevoli di ascolto e risposta. Dobbiamo a lui infatti l’ineffabile conio di Sussidistan, a proposito della condanna che l’Italia si infliggerebbe se desse a retta al piagnisteo di chi non ha la volontà, la tenacia  e l’ambizione necessarie a sopravvivere nella giungla del lavoro.

E vedete come ha fatto bene a sfoderare la sua volitiva e muscolare tracotanza, di fronte ai competenti e a quei tre o quattro avanzi di partiti e movimenti immobilizzati dai più miserabili interessi sulle loro seggiole, quelli che riservano burbanzose e prepotenti prove di forza alla plebe a fronte di una sottomissione  invasata fino al fanatismo alla cupola imprenditoriale.

Altro stile quello di Barilla, da 30 anni presidente del gruppo alimentare di famiglia, fiscalmente alloggiato in Olanda,   che ha rivolto un appello accorato ai giovani italiani:  rinuncino ai sussidi, si mettano in gioco, come ha fatto lui, è il messaggio subliminale, mettendosi al servizio della rinascita del Paese con senso di abnegazione e spirito di servizio.  Il tono è quello del buon padre, d’altra parte dove c’è Barilla c’è casa,  che richiama all’ordine i cuccioli renitenti e viziati dagli agi offerti da casate e dinastie permissive e da uno stato troppo indulgente, indirizzando i suoi moniti a choosy e mammoni, proprio come immaginiamo faccia con i suoi sette figli, ricordando l’altro augusto babbo in forza al Pd, Delrio e altri capostipiti e genitori celebri per aver adattato alla pedagogia i principi del Marchese del Grillo.

E volete non credere a uno che, con i suoi spot intrisi di virtù domestiche senza cedimenti propagandistici verso le coppie gay,  si è guadagnato anche i riconoscimenti del Moise,  mica dubiterete che i valori della lezione di vita che ha impartito dalle pagine della Stampa non siano gli stessi con i quali ha ammaestrato i suoi figlioli che immaginiamo prestarsi alacremente a fare la gavetta in fabbrica davanti a pentoloni di ragù, proprio come lo fate voi, solo più grande, prodigarsi come bagnini  nella stagione estiva adottando quell’alternanza scuola-lavoro, salvagente master a Londra, tanto auspicata dell’ala progressista, rispondere al grido d’aiuto di presidenti di regione e ministri non più in carica ma influenti, che davanti a filari di pomodori e messe di grano abbandonate propongono di arruolare gli indegni percettori di reddito di cittadinanza, dedicandosi all’educativo raccolto. E mica sospetterete che ci siano opachi interessi padronali dietro le  bolle confindustriali che richiamano ai principi insuperati dell’etica capitalistica e dei suoi capisaldi, lavoro, sacrificio, severità, frugalità responsabilità,   secondo Weber, Poletti, Brunetta, Fornero.

È giusto che i giovani si mettano “in gioco” (avete osservato che anche la semantica e la retorica sono così regressive da rispolverare tutta la paccottiglia del passato: sistema paese, scommettere, raccogliere la sfida della modernità, quella addirittura precedente all’egemonia della meritocrazia, la più infame invenzione della lotta di classe alla rovescia che vorrebbe far credere che volere è potere e possiamo tutti cogliere le stesse opportunità se possediamo le qualità necessarie per affermarci, erogate in forma ugualitaria dalla divina provvidenza)invece di aspettare la manna dei sussidi, degli ammortizzatori e della dote tratteggiata da quell’anarcoinsurrezionalista di Letta. Anche allo scopo di celebrare i riti della competitività, perché di concorrenza ne avranno tanta da parte di non più giovani, adulti e anziani a guardare i numeri, in questa lunga estate calda. Lo sblocco avrà come effetto immediato circa 600 mila licenziati secondo le stime  di Bankitalia e del dicastero del Lavoro, che andranno ad aggiungersi ai 900 mila occupati in meno dall’ inizio dell’emergenza “sanitaria”, nel silenzio disonorevole dei sindacati che si sono limitati a una minaccia  mezza bocca: “ma non finisce qui, la partita è aperta”.

Ma si, è bene che ci si abitui fina da piccoli a essere grati del salario da fame concesso benevolmente per giovani che escono impreparati dalle scuole che in anni di riformismo hanno perso l’antica funzione di preparare alla “vita”, di permettere la realizzazione di talenti e vocazioni, di insegnare spirito critico, capacità di scelta e libera partecipazione democratica, senza peraltro assolvere quella nuova di produrre forza lavoro iperspecializzata in funzioni meramente esecutive, secondo un mansionario che affida ai delfini dell’acquario del privilegio l’accesso automatico a ruoli manageriali e di comando e agli automi, che si rompono meno degli uomini,  le competenze più delicate, riuscendo soltanto a svalutare la “cultura”, pericolosa perché ostacola la riproducibilità sociale e economica del dominio capitalistico e si traduce in consapevolezza dello sfruttamento.

E’ bene che si preveda fin da ragazzi il proprio destino segnato di precari, cui nel migliore dei casi è concessa l’autonomia da imprenditori di se stessi, di scegliersi gli itinerari per recapitare la pizza o i pacchi di Amazon, che devono organizzarsi una collocazione – più mobile di così – nel settore della logistica, che possono aspirare a un ruolo nella gig economy possibilmente da svolgere devotamente da remoto davanti all’altarino tecnologico promosso dallo smartworking, dai part time, dal cottimo delle app, inconsapevoli del crimine che si sta consumando ai danni delle loro intelligenze, delle loro aspettative, dei loro bisogni, frustrati, alienati e autodisciplinati come fossero a una catena di montaggio.

È opportuno che si sappia da subito che il lavoro è una concessione e un privilegio, tanto che la precarietà costituisce un’occasione per avere due “occupazioni, smentendo il luogo  comune secondo il quale gli italiani lavorano poco: da noi si lavora mediamente per addetto più che in Francia, Germania, Svezia e Austria ma si guadagna di meno, così non stupisce che siamo in cima alle classifiche del doppio lavoro, che abbiamo insieme alla Grecia il primato per le ore lavorate nei festivi, che la quota dei lavoratori a termine sia superiore alla media dei partner europei e che le paghe dei contratti anomali siano tra le più basse, con una ulteriore differenza tra i precari del Nord e quelli del Mezzogiorno.

Ed è probabile che batteremo altri record, grazie alle magnifiche sorti della digitalizzazione che conta tra i suoi effetti un’intensificazione delle prestazioni, grazie anche all’estensione dei meccanismi di controllo e della diffusione degli strumenti di “valutazione” che portano inevitabilmente le vittime a incrementare le performance per battere la concorrenza, tutelare il poco reddito sempre sottoposto a ricatti.

Vuoi vedere che il vecchio non è morto, che rinasce perverso e feroce  imponendo la stessa schiavitù del passato, dopo averci tolto conquiste, garanzie e diritti, tanto che l’unico che possiamo e dobbiamo prenderci è quello alla sovversione?