Anna Lombroso per il Simplicissimus

Qualche giorno fa il popolo dei social, i seguaci del profeta sponsorizzato da Amazon, il Giornale “uno al prezzo di due o tre”, hanno avuto tutti la rivelazione sorprendente che gli operai e le operaie esistono, per via di uno di quei visi che bucano lo schermo e di quelle storie che fanno la fortuna della Tv del dolore in calo di ascolti per eccesso virale.

Inutile dire che di operai, meno giovani, meno belli,  ne muoiono circa tre al giorno in fabbrica, sulle pensiline, davanti a un altoforno, giù da un’impalcatura.

Ma serviva qualcosa a più alto contenuto esemplare e spettacolare per stupirci, segnalandoci che, perfino nella culla della civiltà, non si lavora solo davanti a un computer, pilotando un drone, caricando di merci gli scaffali, pedalando con sulle spalle lo zainetto col sushi, che finora l’avvio della rivoluzione digitale non ci ha ancora liberati dalla fatica, sostituendo Luana d’Orazio con un tetragono automa resistente,  e che di gente che trasporta carrelli di pietre, che scava, che ara e raccoglie ortaggi, che sta tutto l’orario di lavoro davanti a una macchina che ha un rumore assordante a fare sempre la stessa operazione, telecontrollata quando va a fare la pipì, ce n’è eccome, nel primo, nel secondo e nel terzo mondo  di casa nostra, sempre meno tutelata, sempre più minacciata e ricattata.

Mi è capitato di scriverne (qui: https://ilsimplicissimus2.com/2021/05/06/le-morti-nere/ ) perché l’emozione suscitata dalla morte della giovane operaia ha un risvolto sospetto, fa pensare che da parte dei produttori di opinione pubblica  integrata al pensiero dominante, non sia casuale la scoperta della classe operaia dopo che da decenni se ne vanta la scomparsa in perfetta e naturale coincidenza con la fine delle classi, con il rovesciamento dell’omonima lotta dall’alto in basso e con la desiderabile estinzione delle ideologie.

E non si tratta di nostalgia per una aristocrazia che si doveva mettere alla testa del popolo e portarlo alla rivoluzione, che di certo il riformismo assoldato dall’ideologia neoliberista aborrisce come una bestemmia, non si tratta dell’esprimersi di un bisogno, quello che prenda forma un blocco sociale attivo contro lo sfruttamento, la cancellazione di diritti e garanzie e delle libertà e prerogative costituzionali, ormai retrocesse a capricci incompatibili con lo stato di necessità e le emergenze sociali e sanitarie che si rinnovano.

Semmai invece  quello che si vuole è restringere gli spazi di dissenso e opposizione anticapitalista a un “ceto” difficilmente definibile, quasi inafferrabile e poco identificabile, che la precarietà, la mobilità promosse da almeno 50 provvedimenti, riforme e leggi dalla fine degli anni ’90 a oggi, ha condannato alla frammentazione, all’isolamento, alla solitudine, grazie all’abiura disonorevole del sindacato.

Così funziona a meraviglia dimostrare che resta in carico a qualche Cipputi che si accontenta del concertone del Primo Maggio incarnare un soggetto antagonista e un pensiero alternativo e antisistemico, ormai velleitario e marginale da quando qualsiasi ipotesi alternativa è stata conferita nella discarica illusoria e irrealistica delle utopie ottocentesche e dei movimenti sessantottini, insieme all’eskimo e alle minigonne.

E non potrebbe essere diversamente, la fisionomia dei lavoratori rispecchia quella del lavoro, esteso orizzontalmente, frantumato, dipendente e indipendente ma anche quello soggetto a sfruttamento, come lo è quello delle partite Iva costrette a diventare caporali di se stesse, o dei giovani e meno giovani che credono di essersi scelti un lavoro alla spina che concede l’autonomia di decidersi le formalità, le procedure e i tempi del cottimo.

L’isolamento e le deformazione delle relazioni umane ancor prima del “distanziamento sociale” imposto dallo stato di eccezione e che precedono le nuove strategie di gestione del “capitale umano”, sono serviti a generare e promuovere la concorrenza spietata fra individui condannati a essere ostili, a sbranarsi per un tozzo di pane, a competere per assicurarsi la protezione padronale tradotta in welfare aziendale, a criminalizzare categorie nominalmente più protette, in una guerra finora ancora a bassa intensità, ma destinata a evolvere in conflittualità cruenta.

All’oligarchia interessa consolidare nell’immaginario l’idea che solo all’operaio alla catena di montaggio, destinato a scomparire non perché un automa lo esonererà dalla fatica ma semplicemente perché vige un modello economico-finanziario che ha spostato le produzioni in altre geografie,  spetta di rappresentare e testimoniare la critica e l’azione contro il sistema, unico legittimato a rivendicare un ipotetico quanto ormai obsoleto ruolo di avanguardia politica e morale.

E per oligarchia va intesa non solo l’alleanza tra  mondo di impresa, multinazionali, padronato, ceto politico e amministrativo al servizio del totalitarismo, ma anche quelli che una volta di definivano gli “intellettuali” ormai interamente convertiti e posseduti dalla teocrazia neoliberista che per nutrire l’impossibilità che si crei un blocco sociale capace di rovesciare il tavolo, imputano impotenza e inadeguatezza all’estinzione del pensiero e della pratica politica operaista, quella in tuta blu, come fosse colpevole di rinuncia e tradimento.

Dopo che si è affamata la bestia e le si sono tolte le zanne rivolte verso l’alto, adesso è venuto il momento di usare bene la collera, il risentimento in modo che vengano utilizzati orizzontalmente, lavoratori col marchio doc contro precari, disoccupati contro ristoratori, baristi contro impiegati, elargendo all’Operaio la gratifica di portatore di un messaggio ormai esaurito, sfinito dall’incertezza, dal tradimento della rappresentanza, dall’intimidazione impiegata come sistema di governo, e la denominazione di “essenziale” che lo annovera tra i potenziali martiri della narrazione pandemica.

Eppure proprio l’eccezionalità del momento potrebbe dimostrare come questo stato delle cose presentato come irreversibile, possa essere scombinato e come la circolazione della grande menzogna secondo la quale non esiste alternativa possa essere interrotta. E mentre il regime neoliberale cerca di restare in sella senza cambiare destriero o sentiero, ostinandosi a puntare su uno sviluppo economico sottratto al controllo della politica, fino a determinare il blocco suicida della libera circolazione dei fattori produttivi, ci sarebbero le condizioni per reagire, per superare quella concezione che intende la società come il risultato accidentale di volontà singole e in conflitto  per generare un soggetto unitario capace di costruirsi un progetto di vita libera, dignitosa, affrancata dalla necessità.

A forza di collocare nel regno delle profezie disarmate  non solo la rivoluzione ma anche le riforme, quelle fini a se stesse ed anche quelle che potevano essere strumenti per un mutamento sovvertitore del sistema,  ci hanno persuaso della virtù civile e ragionevole della rinuncia. Ma adesso che abbiamo sacrificato tutto in cambio della mera sopravvivenza, non sarà ora di riprenderci la vita?