Anna Pulizzi per il Simplicissimus

La legge nr. 205 del 1993, meglio conosciuta come legge Mancino, condanna gli atti e gli incitamenti alla violenza per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali, mentre le relative sanzioni sono contenute nell’art. 604-bis del codice penale. Come si può notare, in quella legge non sono contemplati gli atti di odio per motivi legati al sesso, all’identità di genere, all’orientamento sessuale e alla disabilità. Con l’approvazione del ddl Zan, essi andrebbero perciò ad aggiungersi a quelli contemplati dalla legge suddetta. A qualcuno tutto ciò non piace? Perchè parliamoci chiaro, io posso avercela con qualcuno per motivi personali e stenderlo con un cazzotto. Ok, vengo denunciata e sanzionata in base alla legge vigente, ma se agisco per puro odio nei confronti di alcune categorie, e aggredisco qualcuno solo perché è un nero o un buddista o una donna o un inglese o un gay o un non vedente, allora è pacifico che la sanzione debba essere più pesante, visto che l’atto violento non è rivolto verso chi ha fatto qualcosa, ma semplicemente contro qualcuno colpevole di ‘essere’ qualcosa. E mi spiace ma nemmeno l’art 61 del codice penale, che considera aggravante l’aver agito per ‘motivi abietti o futili’, può costituire un appiglio per chi sostiene che il ddl Zan è un’inutile appendice ad una tutela già esistente, se non altro per il fatto che la sussistenza di tali attributi obbedisce all’opinione dell’organo giudicante e non è un dato oggettivo.

Ma a parte questo, il non volere l’estensione di una legge peraltro giusta ed opportuna con la scusa che non ce n’è bisogno, non so a voi a me puzza parecchio e istintivamente sospetto che se qualcuno si oppone dicendo che ‘c’è già’, è perché non vorrebbe nemmeno quella che già c’è. Credo sia inutile aggiungere che partiti e gruppuscoli della destra vorrebbero l’abolizione perfino della legge del ‘93 e ricordo che la Lega provò a raccogliere le firme nel 2014 per la sua abrogazione tramite referendum. Uno degli aspetti più dibattuti della questione è la famosa ‘identità di genere’, che secondo alcuni sarebbe sinonimo di capriccio dato che esiste il sesso che basta e avanza, anzi ne esistono due e amen. Tuttavia sesso e genere sono cose diverse e infatti il ddl opportunamente riporta una definizione dei termini nel primo articolo dei dieci complessivi. Dunque per ‘sesso’ si intende quello biologico e lì c’è poco da discutere essendo un carattere che non subisce modificazioni. Per ‘orientamento sessuale’ si intende l’attrazione verso uomini o donne (o entrambi) indipendentemente dal sesso di appartenenza. Per ‘identità di genere’ si intende invece la percezione che si ha di se stessi, maschile o femminile, anche qui indipendentemente dal sesso di nascita e dall’aver concluso il percorso di transizione. Qui si innesta l’opposizione non solo dei vescovi e delle destre ma anche quella meno prevedibile di Arcilesbica, per la quale bisognerebbe parlare di ‘transessualità’ in luogo di ‘identità di genere’ poiché in assenza di un percorso di transizione, che ti piaccia o meno il tuo genere deve coincidere con il tuo sesso. Vale a dire che se un ragazzo viene riempito di botte perché usa un abbigliamento giudicato femminile ma non ha intrapreso una terapia per la riassegnazione di genere (ormonale o chirurgica, etc.), allora non deve rientrare nelle categorie tutelate dal ddl Zan. Da notare che il disegno di legge non dice che ognuno si può sentire maschio o femmina a seconda di come scende dal letto la mattina, così come alcuni sembrano temere. Anzi, non ne parla proprio perché non c’entra niente. E poi non vedo perché chi subisce violenza – fisica o verbale o di altro tipo – perché il suo aspetto o atteggiamento non rientrano nelle aspettative che gli altri gli attribuiscono in base al sesso, dovrebbe poi anche dare spiegazioni circa la propria identità di genere.

Ma uno dei punti più controversi è la famosa ‘libertà di parola’ che stranamente diventa l’ospite fissa contro ogni proposta di legge tesa ad allargare l’ambito delle tutele. Dunque se già ora in base alla legge vigente io non posso salire su un palco e dire, ad esempio, ‘menate i negri’, se il ddl Zan diventerà legge non potrò nemmeno dire ‘daje al frocio’. Davvero c’è qualcuno che trova questa aggiunta disturbante o lesiva della libertà di espressione? La domanda è d’obbligo visto che l’art. 4 del ddl così recita: “sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee e alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti”. Per cui se qualcuno ritiene che l’unica vera famiglia sia quella composta da uomo e donna e tutte le altre sono abiezioni contronatura o offese alla divinità o degenerazioni borghesi, è libero di dirlo e non incorre in alcun reato. Se invece ritiene ad esempio che i gay vadano rinchiusi al manicomio o che i disabili siano da eliminare per alleggerire la spesa pubblica, allora è meglio che lo dica solo in privato altrimenti diventa – a mio avviso giustamente – punibile. Infine l’annosa questione della ‘gestazione per altri’, ‘utero in affitto’ e via dicendo. Ebbene, dopo tutto quel che in proposito si è sentito dire, a molti non sembrerà vero ma il ddl Zan non ne parla proprio, né direttamente né per vie subdole e traverse. Leggere per credere; dopotutto è facile, sono solo dieci articoletti striminziti che non tolgono nulla a nessuno ma forse proprio per questo allarmano quelli che hanno più a cuore la conservazione di un privilegio dell’estensione di un diritto.