Anna Lombroso per il Simplicissimus

Dal nome, si chiamerà Futura, potrebbe essere un nuovo vaccino, e difatti a ben vedere appartiene a quella gamma di prodotti  pensati per immunizzare dal buonsenso.  

Si tratta del logo dei Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina, in programma dal 6 al 26 febbraio 2026. Contiene a detta degli organizzatori, un forte messaggio, molto “legante” secondo Malagò che aggiorna semanticamente così il vocabolario della coesione sociale, “dal rimando futuristico”, composto dai numeri 2 e 6 di color ghiaccio,  che ha fatto vincere con il 75% dei voti la sfida contro “Dado”,  il disegno di un parallelepipedo composto dai numeri 2 e 6, di colore verde e rosso e sormontato da un fiocco di neve azzurro.

Pare proprio che il processo di infantilizzazione del paese non passi soltanto per l’alternanza di buffetti, sanzioni e penitenze,  con qualche licenza premio subito rinfacciata, ma anche con la regressione della creatività un tempo incarnata da Munari, Noorda, Steiner, Testa, Vignelli, a ideazioni in concorrenza con il repertorio iconografico a corredo delle letterine di Natale, della festa della mamma e del papà di rampolli non proprio dotati di cui facciamo ostensione compiaciuta  sui sociale.

Ma il fatto che il simbolo sia brutto (secondo gli organizzatori corrisponde alla filosofia voluta di  “un evento poco invasivo, dove sostenibilità non sia una parola ma un modo di vivere”),  è poco rilevante rispetto alla retorica che lo ispira e che accompagna la sua esposizione sui canali social di Milano-Cortina 2026: “Futura. Una finestra sui nostri sogni, la promessa di un domani sostenibile e inclusivo. Un segno leggero che si riempie di tutti i colori, che scopre un mondo senza discriminazioni e barriere, che abbraccia la bellezza della terra su su fino al cielo. Perché lo sport rivela anche a occhi che non possono vedere la magia di un cielo pieno di stelle lucenti”, e, non bastasse, anche “l’aurora boreale che talvolta colora il cielo di Cortina”.

In realtà sotto il cielo e non solo quello di Cortina, regna gran confusione, siamo passati da “andrà tutto bene”, a “niente sarà come prima”, da “rimpiangeremo la normalità imperfetta”, a “ne usciremo migliori”, siamo passati dalla promessa di una grandiosa elemosina a fondo perduto, a un prestito da rendere a caro prezzo con lacrime e sangue, dal vederci piovere in testa miliardi per risanare la sanità, la scuola, le attività penalizzate, alle elargizioni di un racket  che comincia subito a essere persuasivo con qualche bomba carta davanti alla serranda, il taglio di un dito e l’obbligo di comprare i suoi schiacciapollici e vecchi revolver di cui vuol disfarsi.

Nulla invece fa vedere la promessa luce in fondo a un tunnel, si moltiplicano le varianti, è assicurato il contagio dei vaccinati, disillusi sull’accesso a abitudini del passato garantito dall’assoggettamento festoso che ha perso il suo connotato di prova di senso di responsabilità e civismo, il gregge non immune non si toglierà la mascherina, osserverà  il distanziamento, non verrà autorizzato a godere di piaceri ormai retrocessi a vizi e trasgressioni,  nemmeno presentando il passaporto vaccinale.

Però non è giusto dire che non si tornerà come prima, perché ci sono attitudini, consuetudini e prassi che non cambiano e non sono state sospese.

Sono quelle che ispirano scelte politiche che anche solo per buonsenso e ragionevolezza avrebbero dovuto essere riviste e aggiornate, dirottando investimenti e spese su settori strategici, su contesti cruciali, interrompendo quel circolo vizioso grazie al quale opere e interventi che servono a mettere in moto la macchina della corruzione e a far circolare profitti, acquisiscono la patente di legittimità grazie a regole e soggetti commissariali ad hoc, che legalizzano conflitti di interesse, procedure opache, e, soprattutto, riproducono guasti ambientali, consumo di suolo, speculazioni per appagare gli appetiti di cordate del cemento e immobiliari, togliendo risorse e impegno che dovrebbero essere mobilitati per la manutenzione del territorio e la prevenzione di catastrofi che da naturali sono diventate prevedibili e che potrebbero essere governabili e addirittura contrastabili.

È che ormai è cambiato anche il concetto di “retorica”: ce n’è una lodevole, encomiabile, perché rievoca concretezza, ottimismo e fiducia, quella continuamente schierata dai generali della ricostruzione anche quando sono impiegati come strateghi della distruzione creativa, quella invece disfattista dei disertori dello sviluppo e del progresso, pallottoliere alla mano a calcolare quanti reparti di terapia intensiva si metterebbe in piedi con gli F35 che siamo costretti a compare per essere ammessi al tavolo die grandi, a quanti terremotati si restituirebbe un etto con gli stadi in previsione di spesa, a cominciare da quello di San Siro, quante bonifiche e risanamenti si realizzerebbero coi quattrini impegnati per la kermesse olimpionica.

Si sa, le anime belle, pacifisti, ambientalisti, quelli dei NO,  non sono mai contente, e difatti hanno già avuto da ridire sul Futuro secondo Malagò, Ghedina e Sala, due sindaci questi che vantano dei record in materia di interventi speculativi, manomissioni di leggi urbanistiche ridotte alla negoziazione e contrattazione con i privati sempre perdenti per le amministrazioni, espulsione dei nativi, consumo di suolo, conversione del patrimonio abitativo in terziario.  

Agli arcaici misoneisti, codini e retrivi, proprio pare non piaccia lo ski dome, che ha già avuto l’approvazione di quel bel tomo di Fontana, la grande pista da sci al coperto ad Arese, nell’area dell’ex Alfa Romeo acquistata pronto cassa dall’imprenditore a capo del gruppo Finiper (che possiede anche l’altrettanto smisurato centro commerciale contiguo), un’iniziativa di “valorizzazione” che, secondo la Regione dischiude “importanti prospettive sportive e turistiche per Milano e tutta la Lombardia… La pista al chiuso da realizzare all’interno del palazzo dello sci potrebbe, infatti, essere utilizzata per allenamenti mirati, effettuabili 365 giorni l’anno, e per test delle squadre nazionali olimpiche e paralimpiche, impegnate nel 2026 sulle nevi della Valtellina. Inoltre, lo Ski Dome potrebbe diventare un punto di formazione per i tecnici dello sci alpino“.

Rincuora vedere con che immaginifica ma realistica capacità di previsione fattuale  i politici lombardi riescano a estraniarsi dalle miserabili pene dell’oggi per proiettarsi in un futuro  carico di promesse e benessere, quel benessere garantito  da altre opere irrinunciabili, i palasport da costruire   o da rifare, al servizio di attività sportive oggi penalizzate ma che sono destinate a un grande successo presso il pubblico meneghino, hockey su ghiaccio di rito ambrosiano, salto con gli sci indoor, pattinaggio veloce nell’Arena Civica,come a Stoccolma. e conforta sapere che siamo a buon punto con il progetto del Villaggio olimpico nell’ex scalo Romana: Coima, Prada e Covivio, che hanno acquistato l’area dalle Fs per 180 milioni di euro, stanno rispettando la tabella di marcia e hanno già presentato alle autorità il progetto delle strutture che ospiteranno  gli atleti olimpici e i loro staff nel 2026, un’operazione urbanistica “che cambierà il volto del quartiere, non solo all’interno dell’ex scalo, ma anche nell’asse che va da via Crema e piazza Trento e arriva fino alla Fondazione Prada dall’altro lato della ferrovia, anche grazie al grattacielo in piazza Trento che diventerà la nuova sede di A2A”.

Avevamo pensato che un qualsiasi Paese civile avrebbe tratto una lezione dalla cacciata dei residenti a Rio, quando i bulldozer hanno demolito interi quartieri di bidonville e favelas, confinando la popolazione fuori dalla città, in discariche dove si sono mescolati uomini/ rifiuti e rifiuti/immondizia, niente di diverso da quanto è successo a Londra, da quello che succede in Qatar dove si allunga ogni giorno la lista dei morti sul lavoro e degli abitanti espulsi per far posto alle opere per i Mondiali.

Invece eccoci, anche noi, scaraventati fuori dalla “finestra sui nostri sogni” negli slum già in rovina del Futuro.