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Salvateci dall’Unesco

esult Anna Lombroso per il Simplicissimus

Io non mi scandalizzai più di tanto quando il comico Lino Banfi venne chiamato a far parte della Commissione italiana per l’Unesco.

Semmai a offendere avrebbe dovuto essere  la scelta di incaricare del ruolo di presidente Franco Bernabè, manager che ha inanellato  “successi” personali in leggendarie imprese fallimentari quasi alla pari con Montezemolo,  in Fiat, Eni, Telecom,  Istituto delle Banche Popolari, e nell’attività di  lobbista, membro dello steering committee del Gruppo Bilderberg, vezzeggiato dai potenti che hanno esaltato la sua poliedricità investendolo di responsabilità le più varie: alla testa di festival e musei, autorevole membro di fondazioni culturali, e perfino rappresentante del Governo per la ricostruzione in Kosovo, carica che la dice lunga sulla pervicacia con la quale anche noi  modesti  prestatori d’opera per le faccende sporche, pensiamo di espiare per i danni di imprese coloniali  mandando la croce rossa e investendo qualche soldo altrettanto sporco  nella provvidenziale riparazione, occasione d’oro per speculazioni e corruzione in grande stile. 

Ma si sa  l’Unesco è una di quelle organizzazioni di stampo mondialista, che ci offre una immagine edulcorata della globalizzazione travestendola da cosmopolitismo mostrandoci le magnifiche sorti di un pianeta interconnesso quindi più informato e più libero, dove con i flussi finanziari circola imprescindibilmente la tutela di arte e paesaggio affidata a sponsor  disinteressati e ricchi mecenati. E dove la promozione di un marchio, di un prodotto, di un monumento  non deve prescindere da quella degli interessi di mercato.

Ne abbiamo un esempio fresco fresco come un flute di bollicine: l’influente istituzione ha dichiarato le colline del prosecco patrimonio dell’umanità, per la gioia di Zaia che ha coronato il suo sogno e dei frequentatori delle apericene,  e per il disappunto di Spagna e Norvegia che l’anno scorso avevano bocciato la candidatura italiana.

E mica avevano torto: da anni si susseguono le denunce per il sacco di quei territori compiuto per appagare la crescente richiesta proveniente da tutto il mondo, Estremo Oriente compreso dove il prosecco è uno status symbol irrinunciabile.Ricerche dell’Università di Padova hanno accertato  che tre quarti del consumo di suolo nella  regione vinicola del Veneto  dove si produce la maggior parte dei  vini di Denominazione d’Origine Controllata e Garantita (DOCG),  (pari a 400.000 tonnellate di terreno ogni anno) è effetto della produzione di prosecco. Ogni bottiglia  determina dunque l’erosione e la perdita di 4,4 kg di terreno.

Esaminando  10 anni di dati riguardanti le precipitazioni, l’uso e le caratteristiche del suolo nonché le mappe topografiche ad alta risoluzione, i ricercatori  hanno confermato che l’industria del prosecco è responsabile del 74% dell’erosione totale del suolo della regione e denunciato come gli effetti della monocoltura intensiva si combinino con altri danni ambientali attribuibili all’uso dei pesticidi  e erbicidi  che caratterizzano la produzione delle colline del Trevigiano.

Da tempo indicano possibili “aggiustamenti”,  mantenere  l’erba tra i filari delle vigne per dimezzare  l’erosione totale, effettuare la piantumazione di siepi intorno a vigneti o incrementare la presenza di vegetazioni nei pressi di fiumi e torrenti, ipotesi che non sono state prese in considerazione perchè mentre le proprietà sono state accentrate in poche mani (non tutte pulite se è vera l’ipotesi che uno dei business innovativi della mafia molto presente anche tra quelle verdi colline sarebbe l’acquisizione di aziende in sofferenza o l’acquisto di vendemmie che non rispettano i crismi della qualità da commercializzare all’estero), la presenza degli organismi di controllo e vigilanza dipende da una molteplicità di soggetti e all’interno della zone di Denominazione di Origine Controllata e Garantita si contano 12 comuni e 31 frazioni interessate al brand.

Che l’Unesco abbia una visione particolare della tutela dei beni dell’umanità che si è incaricata di identificare e sui quali svolge la sua occhiuta azione di sorveglianza si evince da un’altra decisione che ci riguarda: sempre a Baku è stato espresso “vivo apprezzamento” per l’eventualità  di spostare il tragitto delle navi da crociera  con stazza superiore alle 40 mila tonnellate a Marghera, evitando il loro attraversamento nel Bacino di San Marco.

Se qualcuno si era illuso che il prestigioso organismo non sarebbe sceso a patti con i corsari, con  le multinazionali del turismo che grazie alla correità del Comune e della Regione stanno trasformando Venezia in un museo diffuso o in un luna park a imitazione della Serenissima, proprio come a Las Vegas,  con le imprese immobiliari che sempre grazie ai complici locali, perseguono la politica di svuotare la città dei suoi abitanti convertendoli in pendolari prestatori di opera in veste di camerieri, osti e facchini, per mettere a disposizione il suo patrimonio immobiliare di hotel, relais, case vacanza, adesso avrà capito che era meglio sospettare delle sue buone intenzioni. E dire che bastava dire di No per una volta, bastava  esigere dalla autorevole tribuna che a fronte di possibili incidenti, di un impatto ambientale formidabile, di una pressione insopportabile senza ragionevoli compensazioni economiche, si risparmiasse la città da quell’oltraggio. 

E’ che la valorizzazione dei nostri patrimoni, ridotti come siamo a remota provincia immeritatamente beneficata da un paesaggio ineguagliabile e da opere che inspiegabilmente sono state create da artisti locali dei quali si è persa l’impronta, non è diversa da quella auspicata per foreste amazzoniche condannate a fornire doverosamente  il legname per i parquet dei ricconi di Miami o degli sceicchi sempre più esigenti.

I dolci declivi veneti sono obbligati a contribuire a brindisi di ogni latitudine, Venezia deve prestarsi a fare da palcoscenico per i forzati delle crociere che la riprendono dall’alto per non mischiarsi ai pochi superstiti assediati da un turismo  autorizzato all’oltraggio, Firenze deve rinnovarsi perfino con i suo tunnel per assomigliare al modello disegnato dal suo nume appena morto e santificato di buen retiro per ricconi in cerca d’atmosfera, il Centro Italia devastato dal terremoto e svuotato di attività tradizionale dovrà essere pronto a diventare la disneyland del turismo religioso, magari combinato con percorsi gastronomici affidati a qualche norcino di chiara fama. 

E adesso datemi della populista e della sovranista se dico che non mi sta bene che “serva Italia” sia diventato il nostro slogan.

 

 

 

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Le Olimpiadi della mazzetta

Presentazione di PowerPointAnna Lombroso per il Simplicissimus

A volte ho la tentazione di copiarmi, di fare copia incolla con post del passato su vicende che, come sempre succede non hanno insegnato nulla ai posteri. In questo caso potrei riprendere solo cambiando il nome della città, quelli scritti per motivare il fermo no alle Olimpiadi a Roma di tutti quelli che avevano e hanno a cuore la tutela del territorio da speculazioni e da opere e eventi che hanno come unico fine promuovere corruzione e malaffare a spese dei cittadini.

In realtà mi sbaglierei perché su questo argomento le lezioni della storia anche recente hanno insegnato qualcosa, ma non a tutti. Ad esempio Calgary nei giorni scorsi, con una disposizione della sua amministrazione comunale ha deciso di ritirare la sua candidatura  ad ospitare le Olimpiadi invernali del 2026, ratificando il risultato di un referendum consultivo in occasione del quale il 56% dei votanti ha bocciato la proposta. I fautori del no, contro una campagna pressante condotta dallo stesso sindaco, hanno motivato il loro dissenso dimostrando semplicemente che gli investimenti necessari, sottratti a altre voci fondamentali (salvaguardia dell’ambiente, assistenza, istruzione) del bilancio del comune, sarebbero stati in massima parte finanziati  da un aumento delle imposte di famiglia per i prossimi 25 anni. Ed anche rendendo noto che già in fase preparatoria il budget per sostenere la designazione è stato del 600%.

Insomma le motivazioni erano le stesse che originarono l’opposizione di monti e della giunta Raggi, e che  avrebbero dovuto dissuadere altri potenziali candidati insieme a qualche elementare constatazione: la  scia di opere incompiute – basti citare la Città dello sport a Tor Vergata, con due relitti che dovevano essere finiti per i Mondiali di nuoto del 2009–o che si sono dilatate oltre ogni pessimistico pronostico di tempi e di costi che resta dopo giandi eventi sportivi, il dato che per onorare i suoi impegni con gli organizzatori delle Olimpiadi, lo stato di Rio de Janeiro è stato costretto a tagliare le spese per servizi e salari dichiarando lo stato di “pubblica calamità”, come accade in caso di terremoto o inondazioni e rivelando che  si era arrivati al “totale collasso della sicurezza pubblica, della salute, dell’istruzione, della mobilità e della gestione ambientale”, o che la Russia per Sochi ha speso  50 miliardi, o che  Montreal ci ha messo più di 30 anni per pagare i debiti e ancora soffre per gli impianti costruiti e mai più utilizzati, compreso lo Stadio Olimpico finito di pagare nel 2006 ma attualmente senza padrone, ridotto a archeologia monumentale, o che Tokyo ha visto lievitarei costi  da 7,3 miliardi iniziali ai 30 miliardi di dollari attuali. Ed è misericordioso tacere sui giochi di Torino, sugli edifici compreso il villaggio olimpico da145 milioni, ridotti a ricetto di criminalità, sulle piste che avevano obbligato al disboscamento e alla  cementificazione del paesaggio montano e che ora spiccano come scheletri abbandonati a damnatio memoriae della hybris nostrana.

Macché. Un giorno fa il tandem  Milano-Cortina ha presentato il progetto di candidatura all’Olimpiade invernale 2026  davanti ai membri dell’Anoc, l’assemblea dei Comitati Olimpici Nazionali. Venti minuti con gli occhi addosso, scrive il Corriere esultante e palpitante, per cominciare a convincere chi materialmente a giugno 2019 voterà la città olimpica della bontà del dossier italiano rispetto a quello della concorrente Stoccolma. Sul palco si sono alternati il presidente del Coni, il sindaco di Milano, il governatore del Veneto e Arianna Fontana,  fuoriclasse nostrana dello short track, in qualità di gentile ambasciatrice. Nel menù anche un filmato che sottolinea le eccellenze del Lombardo-Veneto (e non solo) e il logo della candidatura, che inevitabilmente cita il Duomo e le Dolomiti.  Il prossimo passaggio sarà la presentazione del masterplan, incluse le garanzie finanziarie, a Losanna l’11 gennaio.

Tutto fa pensare che se una iniziativa parte in perdita, ma ci si impegna per realizzarla contro buonsenso e interesse generale, qualcuno conta, da quello spreco, di guadagnarci.

Presto detto, lo si doveva alla capitale morale, forte dell’esperienza dell’Expo, dimentica che quel ballo excelsior  è stato il laboratorio delle più famigerate misure antisociali e antiecologiche, sottoposto a commissariamenti e controlli delle autorità anticorruzione impotenti che hanno dovuto digerire malaffare e infiltrazioni mafiose dimostrate in nome dell’equivoco più illegale imposto dalle leggi, e cioè che si trattava di un’opera di interesse generale che non si poteva né doveva fermare, rendendo una serie di irregolarità e reati, legittimi e autorizzati. Un principio quello che paghiamo e pagheremo caro, digerendo tav/triv/mose/ magari ponte sullo Stretto? grazie alle minacce del racket del cemento e alle intimidazioni della cosca delle penali davanti alle quali il governo piega la testa.

Presto detto, lo si doveva alla regione che vanta una serie di primati di efficienza, come nel settore dei rifiuti o in quello dell’assistenza sanitaria, come si evince da recenti casi di cronaca, per non dire dei record di consumo del suolo, secondo i dati dell’Ispra e della stessa regione:  Veneto, e nel dettaglio Verona, maglia nera nella classifica del suolo consumato nel 2017, con 1.134 ettari consumati in un anno e una percentuale di incremento pari allo 0,50%, superficie più colpita dalla cementificazione e impermeabilizzazione del territorio, doppiando la media nazionale.

L’accordo tra i due partner potrebbe fare da motore e esempio costruttivo, è il caso di dirlo, a ben più alte future alleanze. E c’è da preoccuparsi pensando a quale ideologia si ispira il governo di Milano, una città bevuta e ubriaca dei fumi di una visione megalomane che un grande urbanista, toccato dalle conseguenze delle olimpiadi barcellonesi del ’92 chiama   “necrourbanismo”, specializzato  cioè nel generare spazi vivi per il capitale e per la circolazione delle merci, mentre in cambio condanna alla morte, depreda, manomette tutti gli spazi pubblici, di convivialità, di reciprocità, di socialità. O il governo del Veneto, che, tanto per far presto a definirlo, si ispira al modello Benetton, all’occupazione cioè del sistema economico e sociale  attraverso un gioco di scatole cinesi in modo che un padronato locale spregiudicato al servizio di un ceto sovranazionale in regime di monopolio, occupi e si impossessi con manovre speculative dei gangli vitali: spazi comuni compresi i luoghi della produzione culturale, immobili pubblici espropriati e svenduti,  appalti e concessioni, territori, strade, stazioni, editoria e, tanto per non andare lontani, anche lo sport con il sostegno a candidature del passato fortunatamente tramontate e con la partecipazione in squadre di basket e rugby, oltre a quella nella competizione più praticata, lo sfruttamento dei poveracci in patria e altrove.

C’è davvero da preoccuparsi perché è possibile che queste Olimpiadi che nessuno vuole, le concedano proprio a noi, ridotti a hangar, trampolini di lancio, basi militari dove conservare le porcherie che posti e popoli rifiutano, mesta espressione geografica ridotta in stato di servitù, che come le vecchie contesse in miseria si vende i gioielli per comprarsi i pennacchi da inalberare alla prima della Scala.


Grandi Opere, gli appalti di Penelope

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Una volta si davano contributi anche all’ente “una rosa per Maroncelli” incaricato annualmente di recare un fiore sulla tomba del compagno di cella di Silvio Pellico allo Spielberg. Credo sia stato abolito, ma molti invece resistono a Spending Review  e comune senso del pudore. Ogni tanto qualcuno ne pubblica un elenco, compreso il Cnel,   Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, di cui un disegno di legge costituzionale ha previsto l’estinzione. Ne fanno parte, secondo il censimento di Cottarelli almeno  1.612 enti tra difensori civici, Tribunali delle acque,  Bacini imbriferi montani, gli Ato,   600 «enti strumentali» delle Regioni, consorzi di bonifica, l’Istituto agronomico per l’Oltremare ed anche l’Unione italiana Tiro a segno, presieduta da un signore immortalato accanto a simpatici tiratori amatoriali in divisa da SS.

Ma ognuno di noi può esercitarsi a citarne altri, nei quali si è imbattuto, verificandone più che l’inutilità, la dannosità e non solo a causa dei costi diretti o indiretti che sosteniamo per finanziare gestioni ordinarie e straordinarie e gli ancor più straordinari consigli di amministrazione, direttivi, collegi di probiviri, consulenti. Perché se producono qualcosa, di solito si tratta di quei censimenti, quelle indagini, quelle statistiche, quelle rilevazioni che dimostrano come, a cominciare dall’Istat,  il furto e la manipolazione dell’ informazione non avvenga soltanto attraverso il sistema dei media, ma per maggiore sicurezza del regime, si effettui  già alla fonte, attraverso manomissioni, addomesticazioni, esercitazioni letterarie in forma epica o eroica, tutte ugualmente indirizzate non a censire, bensì a censurare, ammorbidire, temperare mancanze e devianze di governi parolai, menzogneri, incapaci, secondo le leggi e le correnti del non-pensiero mainstream.

Non so di quali finanziamenti godano vari istituti che periodicamente ci aggiornano con sfrontata protervia sui costi del “non fare” in Italia, ma penso che quello che fanno loro possa essere costato e costi caro all’avvicendarsi di governi che del dinamismo, dell’azione  e della mobilità, futurista e non solo, hanno fatto il loro caposaldo. E che hanno ritenuto e ritengono sia doveroso e giusto sostenere con prove scientifiche e valutare con dati certi ed “indipendenti” il danno recato dalla proterva resistenza alle novità e alla concretezza, da parte di popolazioni retrive, misoneiste, disfattiste e probabilmente anche autolesioniste, quella del Nimby, del no-Tav, no-Trivelle, no-Ponte, no-autostrade, e così via, quelle organizzazione spontanee che Renzi ha definito con la sua spocchia tracotante “comitati e comitatini” e cui De Luca darebbe dei “personaggetti”. E che invece rappresentano le ultime sacche che reagiscono e si oppongono a opere costose, pesanti, inutili come gli enti di cui sopra, anzi dannose per il bilancio dello stato, per l’ambiente, per la sicurezza e per la legalità, visto che si tratta per lo più di macchinette mangiasoldi,  che li risputano moltiplicati per mantenere un sistema di corruzione e speculazione proprietaria.

È di questi giorni la pubblicazione del rapporto dell’Osservatorio “Costi del non fare”, sottotitolo: Le infrastrutture tra sviluppo nazionale e opportunità internazionali, la cui “attenzione si concentra sui progetti infrastrutturali relativi ai settori dell’energia, dei rifiuti, della viabilità stradale e ferroviaria, dell’idrico e delle telecomunicazioni, approfondendo inoltre le cause dell’inerzia e formulando proposte concrete per il loro superamento”, che ci annuncia   come sia in ritardo l’85% delle opere prioritarie con costi raddoppiati  e come l’Italia butti via oltre 40 miliardi l’anno, più di una finanziaria, per “i colli di bottiglia” causati  dalle carenze infrastrutturali del Paese. E come ammonterebbe  a 640  miliardi da qui al 2030, il 2,l del Pil nei prossimi 15 anni, il  costo della mancata realizzazione dei progetti strategici per le telecomunicazioni e la logistica, l’energia e l’ambiente, la viabilità e le ferrovie.

E di chi è la colpa? il Corriere della Sera che ha intervistato gli analisti, non ha dubbi: “la causa risiede nelle opposizioni locali e nelle richieste di compensazioni esorbitanti che funestano i cantieri”. Ecco spiegato l’arcano: non è mica colpa di appalti opachi che prevedono anticipatamente rincari, sospensioni artificiali dei lavori in modo da obbligare a rifinanziamenti, non è mica colpa di un sistema di scambio di favori, mazzette e voti che fa sì che sia più profittevole non fare, o fare e disfare come la tela di Penelope,  e tirar su penali sibaritiche piuttosto che realizzare i progetti, quei progetti che costituiscono la fonte di reddito più fruttuosa per gli studi professionali e per le imprese di note cordate molto influenti che hanno imparato a limitare il loro impegno alla fase preliminare, molto più vantaggiosa e remunerativa.

Ma possiamo star tranquilli, ci incoraggiano i valenti studiosi:nuove regole per gli appalti e le prospettive di allentamento del Patto di Stabilità , che dovrebbe consentire delle eccezioni concesse ai Comuni virtuosi per poter usare i soldi che hanno in cassa, “fanno pensare a una possibile accelerazione dei progetti più urgenti”.

Non so voi, ma io tremo all’idea di quali possano essere le priorità di enti locali irreprensibili e oculati, magari come quelli che si sono fatti anticipare un bel po’ di quattrini per perorare presso le popolazioni riottose la bontà delle trivellazioni, messe fortunatamente in discussione da un referendum autorizzato dalla Cassazione, o quelli delle autostrade deserte, o quello del nuovo canale per far passare i mostri delle crociere.

Perché nell’elenco delle urgenze indilazionabili non compaiono gli interventi di messa in sicurezza del territorio, di riparazione del dissesto idrogeologico, insomma delle vere emergenze che di anno in anno diventano più mortali e catastrofiche del terrorismo, per numero di vittime, irreversibilità, conseguenze per le generazioni a venire. Eh si, pare che la  dissipazione delle risorse, il degrado delle aree urbanizzate, il consumo di suolo,l’esaltazione della proprietà largamente speculativa facciano parte dei fondamenti irrinunciabili della nostra civiltà e della sua “egemonia” nel contesto internazionale. Altro che barbarie.


Italia? Un club privé

 imagesAnna Lombroso per il Simplicissimus

A Venezia si può quasi tutto ormai: far passare navi alte sei o sette piani davanti a San Marco, allargare un hotel già brutto grazie a una sciagurata appendice di cemento bianco, trasformare un antico “fondaco” in centro commerciale del lusso, stravolgendone carattere e tradizione, scavare un gran buco,  cancellando un boschetto, per farci un Grande Palazzo del Cinema, scoprire che sotto il suolo c’è l’amianto, prelevarlo e spedirlo in Germania a pagamento dove lo usano come base per costruzioni edilizie con doppio profitto, ricoprire alla bell’e meglio la vergogna, soggetta a annuale camouflage come l’Expo in occasione del Festival e comprare un ospedale per farci il Grande Palazzo del Cinema n.2, che non si fa perché non ci sono i soldi e le imprese che si erano impegnate a contribuire in regime di project financing, tutte ampiamente coinvolte in “Mafia Serenissima” non sono mica così sceme da tirar fuori quattrini, che per quello c’è lo Stato e ci sono le tasche dei cittadini. E poi cambiare acrobaticamente la destinazione d’uso di edifici a vocazione e funzione abitativa per farne B&B, hotel, case-vacanza, meublé: dal 2010 al 2014 sono quasi 3000 le “conversioni” autorizzate dal Comune.

L’ultimo caso, particolarmente sfacciato, riguarda una giovane ed esuberante signora che non ricavava sufficienti utili  da alcuni  suoi immobili situati in posizioni a suo dire “poco appetiti”  dal mercato – Riva degli Schiavoni e adiacenze, insomma accanto al Danieli che infatti ne usava alcuni come dependance – dandoli in fitto a normali inquilini e alla quale, per far fronte a tasse e spese – anche i ricchi piangono – il Comune ha concesso di convertirli in strutture di accoglienza alberghiera. Con un’aggiunta non trascurabile: la pimpante imprenditrice in questione, che rivendica di voler “investire” nella città, e che potrà approfittare di una generosa e benevola delibera comunale, in quel munifico municipio è consigliera, eletta nella lista del Sindaco Brugnaro.

A Venezia si può fare quasi tutto. Ma mica solo là.   A Genova sta per essere completata la costruzione di un parcheggio a pagamento da 350 posti auto   sulla sponda destra del torrente Bisagno, a 10 metri dall’argine. Il costo, 5 milioni di euro, interamente coperto con i fondi europei destinati ai Piani Organici Regionali, erogati dall’ente gestore, l’allora provincia di Genova, coprirà i costi della imponente struttura in cemento armato,   due piani della quale saranno interrati, nonostante il Puc, Piano urbanistico comunale vieti di costruite parcheggi sotterranei. Per aggirare il fastidioso ostacolo e concedere l’autorizzazione all’opera e alla sua appendice underground, il garage è stato “millantato” come “costruzione in struttura” che avrebbe impiegato gli spazi di un precedente deposito della Protezione Civile, protetto da un argine alto appena un metro. E l’argine del torrente è stato innalzato a 10 metri, creando una specie di diga che, a detta dei geologi, potrebbe trasformasi in una sorta di “salto”  delle acque nel caso fosse investita da un’onda di piena. Ma si trattava di un’opera di pubblica utilità e quindi irrinunciabile: prelude a una successiva e prossima colata di cemento che si abbatterà su quell’area, anche quella super autorizzata da Comune e Regione (il cui presidente, regalatoci anche grazie all’inopportuna candidatura proposta dal Pd,  confida in una crescita per la regione interamente affidata all’edilizia) con centri commerciali e quartieri dormitorio.

Il fatto è che in Italia si può fare tutto. Basta pagare. E nemmeno tanto, è sufficiente appartenere al gotha, nazionale e non, del mercato immobiliare e dell’edilizia, del cemento e delle trivelle, delle grandi opere, dei grandi eventi, dei grandi buchi, dei grandi tunnel e dei grandi ponti. Ma anche di quelli più piccoli, perché è in corso una mutazione della speculazione i cui grandi promotori sono il settore pubblico e le sue declinazioni territoriali: Stato, comuni, Regioni, città metropolitane, tutti legittimati a dissipare territorio, beni comuni, risorse, a dilapidare quattrini per opere futili, a investire in fondi e derivati, a tagliare servizi essenziali  per far fronte all’indebitamento e per sopravvivere ai nodi scorsoi del  pareggio di bilancio. Tutti in realtà ben addestrati e contenti di beneficare privati potenti o contigui, alte o basse sfere, padroni o famigli.

In una ormai continua prova generale del TTIP, ogni settore della nostra vita diventa oggetto di  commercializzazione, di mercificazione, a cominciare dai servizi, grazie alle accurate definizioni che ne danno i trattati secondo i quali non sono da considerarsi “servizi pubblici”  quelli la cui attività di “distribuzione”   può essere effettuata anche da soggetti diversi dall’autorità di governo nazionale o locale, sicchè finiscono per essere considerati tali non l’assistenza, non la sanità, nemmeno la scuola, l’acqua, l’energia, ma solo l’amministrazione della giustizia, la difesa, l’ordine pubblico e poco altro.

Si, basta pagare. E questo principio sempre di più viene sancito per legge e tramite “riforma”, come succede con l’egemonia attribuita a rendite e soggetti proprietari dalla Sblocca Italia, dal quadro ideologico cui si ispira l’Inbar, la legge urbanistica “dettata” da Lupi e prontamente raccolta dal governo anche in sua assenza per non nobili motivi. O dalla legge sul consumo di suolo, che da legge ambientale è diventata legge urbanistica anch’essa e che aspira, tramite deleghe e attribuzione di competenze irrealizzabili, a tutelare gli stati maggiori e le fanterie della proprietà fondiaria, addirittura ripristinando, in quello che dovrebbe essere un quadro di norme a salvaguardia del territorio e dell’equilibrio ecologico, la priorità del riuso edilizio e della ristrutturazione urbanistica.

Basta pagare, ma a pagare non sono le bande del buco, siamo sempre noi. E’ ora di chiudere i cordoni della borsa e di riprenderci quello che è nostro.

 

 


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