Na tazzulella ‘e cafè

In questi giorni convulsi nei quali alla fine è stato steso il tappeto rosso davanti ai piedi del salvatore, con mia grande sorpresa per non dire incredulità,  sono incappato in alcune pubblicità televisive che promettono di fornire, ovviamente dietro un consistente compenso, ogni cosa necessaria per aprire caffetterie o gelaterie per  “quando tutto riaprirà”, come se la cosa fosse scontata e imminente o addirittura favorita dai magici poteri del Draghi. La formula del negozio chiavi in mano è stata usata e abusata in passato per sfruttare in qualche modo il sempre più acuto senso di precarietà dei giovani facendo loro balenare la prospettiva di un lavoro autonomo a cui aggrapparsi: si trattava e si tratta  in sostanza di mettere in piedi punti di vendita per prodotti industriali da comprare obbligatoriamente dunque una sorta di franchising che non ha nulla a che vedere  con l’artigianalità e perciò non richiede esperienza,  sapere,  applicazione: sono qualcosa tanto pe campà. Ma riproporre adesso la stessa formula significa trarre in inganno le persone, non so  quanto consapevolmente o meno, perché non ci sarà il affatto momento in cui tutto riaprirà. La crisi pandemica di proporzioni del tutto sproporzionate alla causa è stata scatenata proprio per azzerare la piccola economia che ancora resiste alla globalizzazione e accentrare tutto nei grandi gruppi, nei giganti del commercio on line, nelle multinazionali  creando una grande massa di semi disoccupati ricattabili e dunque privi di una prospettiva politica : il virus e la paura continueranno a circolare fino a che i ceti resistenti non saranno stati stroncati. dunque non ci sarà un “quando tutto riaprirà” o un ritorno alla normalità di prima, ma semmai una nuova normalizzazione verso il basso.

Due settimane fa Monti – a suo tempo considerato salvatore della patria prima di scoprire che si trattava di un mediocre travet di Davos- ha avvertito che bisogna negare aiuti e ristori alle aziende in difficoltà perché è inutile sostenere le attività in crisi ed è meglio lasciarle perdere per aiutare invece quelle che ce la fanno. Insomma la solita banalità neoliberista  applicata questa volta a vanvera perché le attività che costituiscono il nerbo della nostra economia non sono in crisi perché lavorano male o sono fuori mercato, ma semplicemente perché sono state fermate da misure totalmente assurde per combattere la pandemia narrativa. Ma finché lo diceva questo avanzo di Bocconi senza più seguito politico non pareva troppo importante, giusto una gratuita carognata verso quegli italiani che al contrario di lui e della sua cricca ha bisogno di lavorare, ma adesso è arrivato a furor di Parlamento il secondo Mario, detto Draghi  – anche lui avvolto da una numinosa aura di superesperto – il quale, fedele agli ordini della finanza globalista cui orgogliosamente appartiene, aiuterà le poche aziende che esportano (il là è in questo senso già stato dato dal Sole 24 Ore che è espressione della grande industria) mentre si guarderà bene dall’aiutare il piccolo, ma vitale tessuto economico. E’ stato chiamato all’alto compito che gli ha affidato il “collega” di merende europeiste e globaliste Mattarella proprio per questo: preferirà al limite contenere il malcontento con elemosine e sussidi piuttosto che aiutare le piccole attività.

Tuttavia ho l’impressione che anche chi propone la gelateria o la caffetteria chiavi in mano, seppure giochi in maniera non del tutto trasparente con questa offerta, non si renda per nulla conto che non c’è più spazio per le piccole attività commerciali, men che meno per quelle così standardizzate da non poter offrire nulla di così particolare da giustificarne l’esistenza. Ho fatto questo esempio per dimostrare che c’è una larga fetta di Paese che non ha ancora capito nulla della situazione nonostante le misure risibili, assurde  e del tutto prive di qualsiasi valore scientifico denuncino il virus come pretesto e si trova a festeggiare l’acclamazione di Draghi a premier non avendo la minima idea che il personaggio è stato voluto per accelerare i processi voluti dalla finanza. Del resto è lo stesso popolo che crede nei 209 miliardi dell’Europa che invece, a conti fatti seriamente sono una trentina, calcolando anche l’aumento delle contribuzioni a Bruxelles e per giunta distribuiti in cinque o sei anni. Insomma nello scrigno del tesoro c’è un elemosina e si avvicina il tempo in cui questa realtà cadrà addosso agli italiani come un terribile macigno.  “Na tazzulella ‘e cafè e mai niente ce fanno sapè” o forse molti non vogliono sapere.

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