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Il drone di Amleto e le favole di Trump

drone-usa-abbattuto-iran-videoDurante quasi tutta la giornata di ieri siamo stati presi per il sedere dal sistema informativo occidentale che si è trasformato in drone alimentato a stampa e proclami. Dopo l’abbattimento del velivolo teleguidato a stelle e strisce, penetrato nello spazio aereo iraniano come inconfutabilmente  dimostrato dai video e dai resti stessi dell’apparecchio, si è assistito a una sorta di pochade in attesa della risposta della Casa Bianca,  indignata dal fatto che qualcuno abbia osato difendere il proprio territorio, ma anche consapevole di essersi cacciata in un irrimediabile cul de sac. Se infatti la balla dell’abbattimento del drone nello spazio internazionale, proposta all’impronta, non poteva reggere a lungo, una risposta armata americana darebbe  fuoco alle micce di una guerra rovinosa e tuttavia l’America di Trump non può subire l’affronto del drone abbattuto senza dare una risposta. Ne va del tracotante bullismo suo e della sua squadra.

Allora ecco intervenire la favola confezionata dal New York Times che del resto ogni giorno batte i fratelli Grimm dieci a zero: si è detto che Trump aveva autorizzato un attacco aereo all’Iran per colpire tre obiettivi, ma dieci minuti dopo, appreso che l’attacco avrebbe fatto oltre 130 vittime, ha annullato l’operazione. Che tenero cuoricino, non si direbbe proprio che vende armi all’Arabia Saudita perché faccia strage di civili yemeniti o organizzi sabotaggi in Venezuela provocando decine di vittime indirette, tanto per fare solo due esempi sui tanti possibili. Peccato che tutto questo non abbia alcun senso, in primo luogo perché  una rappresaglia del genere la puoi improvvisare in Afganistan, ma non in Iran che pur essendo assai meno potente degli Usa ha comunque buone difese contraeree e con assoluta certezza è in grado di abbattere un certo numero di velivoli americani, specie se l’operazione non è preparata con totale accuratezza. Insomma anche con un attacco parziale e mirato sarebbe subito guerra che anche senza allargarsi oltre l’area persiana, sarebbe catastrofica per l’economia planetaria vista l’enorme quantità  di petrolio che passa per lo stretto di Hormuz e il Golfo persico. Trump oltretutto sottoscriverebbe in qualche modo la sua fine politica. Così al posto dell’attacco inconsulto si è preferito mettere in piedi una narrazione in cui l’impero si prepara a reagire in modo implacabile e distruttivo, ma all’ultimo momento si ferma e per di più per ragioni umanitarie. Insomma una dimostrazione di forza e di ragionevolezza, laddove nella realtà c’è solo il contrario.

Questa vera e propria fiaba doveva essere avvalorata da un messaggio sull’imminente attacco che Trump avrebbe inviato a Theran attraverso l’Oman che tuttavia gli iraniani negano di aver ricevuto. Se qualcosa qualcosa del genere esiste è comunque chiaro a questo punto che Washington non avrà risposte immediate perché l’Iran sta rispondendo  alle pressioni statunitensi con la massima contro pressione, ben sapendo di poter bloccare lo stretto di Hormuz (tutto quanto diviso tra le acque territoriali dell’Iran e dell’Oman, appena 39 chilometri di mare),  quanto meno per tutto il tempo necessario a far saltare  quel milione e 200 mila miliardi di derivati sull’oro nero che esistono in giro per il mondo ai quali bisogna aggiungere tutto ciò che è collegato agli stessi. Anzi l’allarme sarebbe già scattato se gli operatori avessero davvero creduto che gli incendi di qualche giorno fa sulle due petroliere giapponesi fossero opera dell’Iran e non dei suoi arcinemici. Per non dire che a portata dei missili di Teheran ci sono anche i pozzi dell’Arabia Saudita e di Emirati vari, senza che gli Usa possano farci nulla.  Il problema di Trump è che l’Iran può dare un risposta asimmetrica rispetto a qualunque raid punitivo si possa immaginare ed è la prima volta che questa asimmetria non gioca a  favore degli Usa.

Trump, il Pentagono e il compresso industrial – militare sono risolutamente per la guerra, di cui tra l’altro il capitalismo finanziario ha bisogno per sfuggire agli enormi debiti col futuro che ha contratto, ma non possono farla senza tagliare il ramo sul quale campano.  Un bel dilemma, si direbbe il drone di Amleto.

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