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I garage del nostro scontento

IMG_2391La fiaba neoliberista che ha cominciato diffondere il proprio contagio nei primi anni ’70 del secolo scorso, entrando in scena con i suoi apparati ideativi nel golpe cileno contro Salvador Allende, si è sviluppata e largamente intrecciata con la saga dell’informatica che proprio negli stessi anni cominciava a emettere i primi vagiti in forma di bit: nelle leggende metropolitane lo straordinario arricchimento di alcuni protagonisti dell’informatica, che dai modesti garage dove assemblavano le loro diavolerie (le quali costavano decine di migliaia di dollari di allora) erano arrivati al vertice della ricchezza, era utile a reificare la fandonia che un sistema basato sul profitto privato senza limiti e sulle logiche di mercato, fosse anche il regno della meritocrazia. Gli esempi valgono più di mille discorsi, tanto più se i discorsi si scontrano con l’evidente contraddizione tra merito e accumulazione di capitale che ne è l’esatto contraltare. Così si è fatto credere a due generazioni che persone di condizione così modesta da dover cominciare la loro ascesa da angusti garage casalinghi, abbiano per loro esclusivo merito scalato la piramide sociale fino ad arrivare sulla punta, quello con l’occhio di Dio. Ma ovviamente si tratta di una balla stratosferica: tutti i protagonisti di quella stagione ebbero la possibilità di dedicarsi ai computer, sfidando i giganti come Ibm, perché avevano le spalle coperte da famiglie a volte milionarie o nel peggiore dei casi molto abbienti.

I protagonisti di queste storie potrebbero essere molti, ma per esemplificare prendiamo soltanto i due più noti: Bill Gates e Steve Jobs. Il primo di lontane origini tedesche è figlio di un avvocato di grido ( tuttora in vita ) William H. Gates, ( a sua volta figlio di un grande banchiere) e di Mary Maxwell, docente all’università di Washington, nonché membro del consiglio di amministrazione della First Intertstate Bank: diciamo perciò che aveva tutto l’agio di giocare con i primi computer e di tentare la costruzione artigianale di alcuni modelli assieme al suo amico Paul Allen, di condizione più modesta, ma a quanto pare assai più versato nel campo. Dopo studi piuttosto anonimi (“fui bocciato in alcune materie agli esami, ma il mio amico le passò tutte. Ora lui è un ingegnere alla Microsoft, mentre io sono il proprietario della Microsoft”) e la  creazione di nuove società a getto continuo, nel 1975 fondò la Micro – soft che all’inizio aveva un trattino probabilmente perché i fondatori erano più versati nel pasticciare con gli hardware. La fortuna dell’azienda comincia quando Bill compra da Tim Patterson per 50 mila dollari i diritti di utilizzo del Dos e lo rivende a Ibm. Oddio questo sistema operativo era copiato dal  CP/M ideato da Gary Kindall, ma fa lo stesso. Ora l’operazione sarà stata anche fortunata e non c’è dubbio ed è stata successivamente nutrita da alcune buone scelte, ma non so davvero se valga l’accumulo di una delle maggiori fortune personali del pianeta. Chi ha veramente fatto l’informatica e i programmi che conosciamo, almeno fino agli anni ’90, di certo non se l’è passata male, ma non li conosciamo nemmeno: diciamo che il merito è andato a chi poteva permettersi di investire di più, chi poteva vantare migliori entrature e non aveva certo problemi di sopravvivenza.

Altra storia altrettanto numinosa se non di più è quella di Steve Jobs, figlio di una svizzera tedesca e di un siriano entrambi di famiglie benestanti, ma dato in adozione per problemi religiosi, alla famiglia Jobs certamente di altro livello, ma non definibile ricca. Benestante comunque abbastanza da permettere a Steve di abbandonare l’università e gli studi di informatica dopo appena un semestre, per mettersi a giocare nel garage di casa  con i computer inseme all’amico Steve Wozniack il cui padre era capo ingegnere elettronico alla Lockheed e aveva quindi molte entrature e disponibilità finanziarie. Ora se Jobs viene definito da Wikipedia tra le altre cose “inventore” in realtà è stato sempre e solo un abile uomo commerciale: nel fondare la Apple riusci ad ottenere l’ appoggio finanziario prima di Ronald Wayne e poi dall’industriale Mike Markkula, sufficienti ad acquistare il sistema Macintosh, per fare girare i primi Apple, poi ebbe l’idea di acquistare dalla Xerox l’interfaccia grafica che apri all’azienda un vasto mercato potenziale nonostante un sistema operativo piuttosto limitato che non permise mai di uscire da una marginalità fighetta. In seguito ad alcune divergenze nate proprio su questo stallo uscì da Apple e fondò la Next, impresa di scarsissime fortune che  basava il proprio sistema operativo su sistemi unix di pubblico dominio, affini ai Bdsm e ai successivi sistemi Linux. Ma ebbe anche l’acume di acquistare la Pixar, aziendina che si occupava di computer grafica nell’ambito della Lucas film, cosa che gli tornerà utile come ritorno di immagine. Nel ’96 torna alla Apple, ormai alle prese con un sistema operativo giunto ai suoi limiti e prepara il passaggio a un nuovo sistema sviluppato a partire da Next. Infine il lancio del cosiddetto smartphone che è soprattutto un nome e una trovata commerciale più che una rivoluzione tecnica. Dunque non ci troviamo affatto di fronte a un padre dell’informatica, ma a un’ottimo dirigente commerciale che ha saputo abilmente sfruttare la competenza, l’intelligenza, la creatività di centinaia di ingegneri e programmatori che di certo non si trovano con un patrimonio di 10 miliardi dollari.

Dunque qual’è il merito se si hanno alle spalle le scuole giuste, le amicizie giuste, la possibilità di dedicarsi alle proprie passioni senza la preoccupazione di sopravvivere e se grazie a questo ci si può tranquillamente servirsi del lavoro altrui? In effetti non esiste o è limitata ad alcune eccezion: si tratta di una narrazione potentemente seduttiva, ma interamente fantasiosa che viene ammannita come mito fondativo del pensiero unico e serve a giustificare politiche di disuguaglianza economica oltre che ad ostacolare lo sviluppo di evoluzioni sociali. Tanto questo è vero che i ricchi lo sanno benissimo: un lavoro della sociologa  Rachel Sherman che ha intervistato in maniera approfondita 50 ricche famiglie di New York dimostra come essi identifichino la meritocrazia e il “duro lavoro” che nemmeno sanno cosa sia, come giustificativi dei loro privilegi. Privilegi che spesso tendono a nascondere con trucchi assurdi e infantili. E’ ovvio che solo in una società fortemente  egualitaria il merito ha un senso, in quella delle disuguaglianza essa non è nemmeno pensabile perché diventa sempre il merito del più forte.

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