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Menzogna e sortilegio

Strega_casa_del_sortilegioOggi sappiamo che le convocazioni in piazza delle sardine partono dalle mail del Pd o comunque così è stato per la manifestazione di Cremona e sappiamo anche che Greta Thunberg è stata ripresa da una troupe professionale fin dal primo giorno della protesta davanti al Parlamento svedese, quando nessuno ne conosceva l’esistenza, la stessa troupe che adesso sta allestendo un documentario su di lei. Insomma niente è più preparato di ciò che sembra spontaneo, esattamente come se fossimo davanti a un grande set televisivo. Sappiamo anche chi  sono gli operatori, i distributori, i registi , gli attori,  i produttori, gli sceneggiatori e tuttavia esattamente come di fronte a uno spettacolo possiamo facilmente mettere tra parentesi il principio di realtà e dimenticarci che si tratta di finzione. Possiamo persino prendere parte alla narrazione tenendo per l’uno o per l’altro o facendo ipotesi sull’evolversi delle vicende.

Si potrebbe dire che viviamo nella società della menzogna, non tanto perché se ne dicono a dozzine tutti i giorni, ma perché ormai viviamo come dentro uno schermo. La repressione che Freud interpretava come dato fondamentale di qualsiasi civiltà, non accorgendosi di essere dentro l’ideologia capitalista e di sussidiarla con una nuova e ambigua scienza della mente, oggi può essere gestita attraverso il suo contrario, ovvero il principio del piacere, preso in senso lato. Ma qui ci mettemmo dentro un discorso complicato  che riguarda l’eclissi della timotica che appunto è avvenuta con Freud il quale sposta l’essenza umana sull’eros, lasciando campo libero al potere suk piano sociale. Potremmo invece riprendere Aristotele per il quale la scena e ciò che vi svolge costituisce una depurazione delle emozioni, una catarsi dell’azione. E in effetti il mantenimento dello status quo deve molto al dispendio di passioni inutili, investite in querelles prive di un reale senso politico, costruite su personaggi e non su idee, su frasi fatte e non su pensieri, su slogan facili e validi nella misura in cui non dicono nulla ( basta pensare a quell’attenzione all’ ambiente che fa da abbellimento al Conte 2, ma senza nemmeno una virgola di fatti ) messe in piedi proprio per evitare che i bisogni coagulino in una concreta minaccia al sistema. Il risultato finale è un’atrofia dell’esperienza, come avrebbe detto Benjamin, qualcosa che separa la vita dalla politica, ovvero dall’azione,

Lo stesso concetto di realtà viene degradata in realismo dozzinale quando si pretende che essa sia riconoscimento delle leggi immutabili dell’economia dei ricchi o in realismo magico dove  l’abbondanza di dettagli sensoriali, unita a distorsioni temporali, inversione di causa ed effetto, manipolazione dei dati, correzione del passato e del presente creano un’olografia che finisce per essere preminente rispetto all’esperienza concreta. di ciascuno, ma anche alla minima dose di buon senso. Così, tanto per fare un esempio, rovesciare democratici con golpe militari viene spacciato come ritorno della democrazia, oppure persino da parte dei frati di Assisi, dove si svolge ritualmente la marcia della pace,  hanno donato al presidente Mattarella la «Lampada della pace di San Francesco», riconoscendo in tal modo che «l’Italia, con le missioni dei suoi militari, collabora attivamente per promuovere la pace in ogni parte del mondo». E questo come se non bastasse proprio mentre venivano fuori sul Washington Post  le menzogne dette dall’apparato militare americano di cui eravamo semplice supporto, in merito a una guerra inutile e peraltro persa visto che i Talebani controllano il 90 per cento del territorio. Solo una sottolineatura in rosso su una guerra di aggressione.

Bene orate fratres e sarete felici,

 


I garage del nostro scontento

IMG_2391La fiaba neoliberista che ha cominciato diffondere il proprio contagio nei primi anni ’70 del secolo scorso, entrando in scena con i suoi apparati ideativi nel golpe cileno contro Salvador Allende, si è sviluppata e largamente intrecciata con la saga dell’informatica che proprio negli stessi anni cominciava a emettere i primi vagiti in forma di bit: nelle leggende metropolitane lo straordinario arricchimento di alcuni protagonisti dell’informatica, che dai modesti garage dove assemblavano le loro diavolerie (le quali costavano decine di migliaia di dollari di allora) erano arrivati al vertice della ricchezza, era utile a reificare la fandonia che un sistema basato sul profitto privato senza limiti e sulle logiche di mercato, fosse anche il regno della meritocrazia. Gli esempi valgono più di mille discorsi, tanto più se i discorsi si scontrano con l’evidente contraddizione tra merito e accumulazione di capitale che ne è l’esatto contraltare. Così si è fatto credere a due generazioni che persone di condizione così modesta da dover cominciare la loro ascesa da angusti garage casalinghi, abbiano per loro esclusivo merito scalato la piramide sociale fino ad arrivare sulla punta, quello con l’occhio di Dio. Ma ovviamente si tratta di una balla stratosferica: tutti i protagonisti di quella stagione ebbero la possibilità di dedicarsi ai computer, sfidando i giganti come Ibm, perché avevano le spalle coperte da famiglie a volte milionarie o nel peggiore dei casi molto abbienti.

I protagonisti di queste storie potrebbero essere molti, ma per esemplificare prendiamo soltanto i due più noti: Bill Gates e Steve Jobs. Il primo di lontane origini tedesche è figlio di un avvocato di grido ( tuttora in vita ) William H. Gates, ( a sua volta figlio di un grande banchiere) e di Mary Maxwell, docente all’università di Washington, nonché membro del consiglio di amministrazione della First Intertstate Bank: diciamo perciò che aveva tutto l’agio di giocare con i primi computer e di tentare la costruzione artigianale di alcuni modelli assieme al suo amico Paul Allen, di condizione più modesta, ma a quanto pare assai più versato nel campo. Dopo studi piuttosto anonimi (“fui bocciato in alcune materie agli esami, ma il mio amico le passò tutte. Ora lui è un ingegnere alla Microsoft, mentre io sono il proprietario della Microsoft”) e la  creazione di nuove società a getto continuo, nel 1975 fondò la Micro – soft che all’inizio aveva un trattino probabilmente perché i fondatori erano più versati nel pasticciare con gli hardware. La fortuna dell’azienda comincia quando Bill compra da Tim Patterson per 50 mila dollari i diritti di utilizzo del Dos e lo rivende a Ibm. Oddio questo sistema operativo era copiato dal  CP/M ideato da Gary Kindall, ma fa lo stesso. Ora l’operazione sarà stata anche fortunata e non c’è dubbio ed è stata successivamente nutrita da alcune buone scelte, ma non so davvero se valga l’accumulo di una delle maggiori fortune personali del pianeta. Chi ha veramente fatto l’informatica e i programmi che conosciamo, almeno fino agli anni ’90, di certo non se l’è passata male, ma non li conosciamo nemmeno: diciamo che il merito è andato a chi poteva permettersi di investire di più, chi poteva vantare migliori entrature e non aveva certo problemi di sopravvivenza.

Altra storia altrettanto numinosa se non di più è quella di Steve Jobs, figlio di una svizzera tedesca e di un siriano entrambi di famiglie benestanti, ma dato in adozione per problemi religiosi, alla famiglia Jobs certamente di altro livello, ma non definibile ricca. Benestante comunque abbastanza da permettere a Steve di abbandonare l’università e gli studi di informatica dopo appena un semestre, per mettersi a giocare nel garage di casa  con i computer inseme all’amico Steve Wozniack il cui padre era capo ingegnere elettronico alla Lockheed e aveva quindi molte entrature e disponibilità finanziarie. Ora se Jobs viene definito da Wikipedia tra le altre cose “inventore” in realtà è stato sempre e solo un abile uomo commerciale: nel fondare la Apple riusci ad ottenere l’ appoggio finanziario prima di Ronald Wayne e poi dall’industriale Mike Markkula, sufficienti ad acquistare il sistema Macintosh, per fare girare i primi Apple, poi ebbe l’idea di acquistare dalla Xerox l’interfaccia grafica che apri all’azienda un vasto mercato potenziale nonostante un sistema operativo piuttosto limitato che non permise mai di uscire da una marginalità fighetta. In seguito ad alcune divergenze nate proprio su questo stallo uscì da Apple e fondò la Next, impresa di scarsissime fortune che  basava il proprio sistema operativo su sistemi unix di pubblico dominio, affini ai Bdsm e ai successivi sistemi Linux. Ma ebbe anche l’acume di acquistare la Pixar, aziendina che si occupava di computer grafica nell’ambito della Lucas film, cosa che gli tornerà utile come ritorno di immagine. Nel ’96 torna alla Apple, ormai alle prese con un sistema operativo giunto ai suoi limiti e prepara il passaggio a un nuovo sistema sviluppato a partire da Next. Infine il lancio del cosiddetto smartphone che è soprattutto un nome e una trovata commerciale più che una rivoluzione tecnica. Dunque non ci troviamo affatto di fronte a un padre dell’informatica, ma a un’ottimo dirigente commerciale che ha saputo abilmente sfruttare la competenza, l’intelligenza, la creatività di centinaia di ingegneri e programmatori che di certo non si trovano con un patrimonio di 10 miliardi dollari.

Dunque qual’è il merito se si hanno alle spalle le scuole giuste, le amicizie giuste, la possibilità di dedicarsi alle proprie passioni senza la preoccupazione di sopravvivere e se grazie a questo ci si può tranquillamente servirsi del lavoro altrui? In effetti non esiste o è limitata ad alcune eccezion: si tratta di una narrazione potentemente seduttiva, ma interamente fantasiosa che viene ammannita come mito fondativo del pensiero unico e serve a giustificare politiche di disuguaglianza economica oltre che ad ostacolare lo sviluppo di evoluzioni sociali. Tanto questo è vero che i ricchi lo sanno benissimo: un lavoro della sociologa  Rachel Sherman che ha intervistato in maniera approfondita 50 ricche famiglie di New York dimostra come essi identifichino la meritocrazia e il “duro lavoro” che nemmeno sanno cosa sia, come giustificativi dei loro privilegi. Privilegi che spesso tendono a nascondere con trucchi assurdi e infantili. E’ ovvio che solo in una società fortemente  egualitaria il merito ha un senso, in quella delle disuguaglianza essa non è nemmeno pensabile perché diventa sempre il merito del più forte.


La fabbrica dell’omissione

8506718-crazy-scientist-with-wild-hairIl post di ieri sulle imprese di Federico Fubini nell’omettere il drammatico aumento  della mortalità infantile in Grecia dopo l’avvento della troika e le sue misure di “risanamento” non può rimanere vedovo di considerazioni più ampie come se la pubblica confessione di questo delitto informativo riguardasse solo un personaggio e un evento. Fa parte invece di una strategia generalizzata per il mantenimento dello status quo che ha origini antichissime, ma che ha fatto un enorme salto di qualità con l’avvento dei mezzi di comunicazione di massa, diventando più complessa e articolata. Essa sostanzialmente consiste in quella che potremmo chiamare tecnica del testimone: ovvero nel far convergere su un singolo personaggio (o anche un’immagine emblematica) umori e malumori, idee e slogan in modo da creare un capro espiatorio, un eroe o un topos per ottenere lo scopo di personalizzare e catalizzare l’emotività per castrare ogni incipiente cambiamento. E’ come quando si vuole illuminare una stanza buia con una torcia o un punto luce concentrato: l’insieme rimane buio o  in una pozza di penombra mentre un singolo punto viene illuminato.

Inutile dire che singoli personaggi o ambienti o immagini archetipe sono assai più controllabili, gestibili e conducibili nella direzione voluta di una grande e variegata massa di persone, divengono appunto testimoni su cui tutta la luce è concentrata o come si dice in inglese guardiani del recinto: il loro compito è di assumere si di sé i peccati o i successi o le speranze tenendo a distanza il reale o la complessità sociale: sono insomma non guardiani, ma ladri di verità. Così per esempio su Fubini si carica di tutto il peso dell’omissione a scopo politico, contribuendo a far dimenticare che essa è pratica quotidiana e costante nell’informazione, oppure Greta Thunberg diventa eroina dell’ambiente, facendosi interprete di istanze sempre più diffuse, proponendole in una chiave infantilmente catastrofista  e producendo effetti vistosi e variegati che possono efficacemente deviare le preoccupazione ambientali verso un territorio lontano dalla politica e dal cambiamento reale producendo alla fine solo un guscio vuoto. Si tratta di due testimoni di attualità, ma potremmo annoverarne a migliaia, dalle false vittime bambino della Siria per arrivare a topoi ben consolidati, come le immagini di Piazza Tienanmen che trasformarono un dissidio interno al partito comunista in una sorta di tentata rivoluzione di carattere americaneggiante.

Del resto l’uso del testimone o del guardiano del recinto è abbastanza simile  al testimonial della pubblicità, dove un volto noto si fa carico della bontà di un prodotto e della sua desiderabilità. Ovviamente non sempre un personaggio viene appositamente costruito per catalizzare l’attenzione e le attese, a volte, anzi quasi sempre, basta che si personalizzi il discorso pubblico su un singolo emergente o su un piccolo gruppo per poi portarlo con abbastanza facilità là dove si vuole: se per esempio l’ascesa di Renzi è stata in qualche modo innescata e favorita dagli ambienti dell’europeismo oligarchico e del blairismo, uno Tsipras era già bello e pronto per essere messo sotto il riflettore, disaggregando e castrando la dialettica interna a Syriza: il resto è stato un gioco da ragazzi. Di fatto tutto questo si risolve in una perdita di coscienza e di conoscenza: come conciliare ad esempio il favore che l’informazione mainstream occidentale ha avuto ed ha per i dittatori bianchi del Sudamerica, in particolare Bolsonaro con il suo esplicito programma di assedio alla selva amazzonica? Non importa, tanto c’è Greta che si pone come barriera osmotica tra le due sostanze del dilemma.

Oppure tanto per prendere un guardiano del recinto impersonale, ma sotto forma di meme, ovvero di concettoide oppiaceo diffuso a piene mani, c’è il problema dell’unione continentale europea la cui credibilità residuale si fonda sulla negazione di sé, ovvero sull’esistenza di una mitica “altra Europa”, un oggetto inesistente come la fenice, ma che se per caso esistesse entrerebbe in conflitto mortale con la Ue e con i suoi trattati che appunto costituiscono questa Europa. Ciò nonostante l’informazione e per primo lo stesso Fubini utilizzano questo non senso per dare un senso alla loro battaglia in favore dell’oligarchia senza che però questa nobile battaglia appaia nei contorni precisi.

La radice il problema sta proprio negli statuti fondamentali del capitalismo e della sua libertà di mercato che non rende liberi: se i media sono i mezzi che fanno il mercato essi non possono appartenere al mercato stesso e debbono obbedire a una logica diversa nella quale la libertà di espressione non è conciliabile con quella puramente economica. E’ un fatto abbastanza ovvio, ma viola lo statuto ontologico del capitalismo moderno nel quale ogni cosa ha senso dentro il mercato, dentro lo scambio, dunque dentro il denaro.

 


La portiera del progresso

MeganMi ha sempre meravigliato l’interesse suscitato dalla famiglia reale inglese che meriterebbe il pennello di Goya più che le foto patinate e le telecamere, per quell’ aria di tetragona ottusità e pessimo gusto che la contraddistingue in qualsiasi occasione. Così evito accuratamente tutto ciò che riguarda questa gente che di per sé c’est la banalité meme, come direbbero i francesi Ma ogni tanto non si può fare a meno di inciampare in qualche orrore di troppo che schizza oltre il casco della parrucchiera e colpisce come un sasso ricordando  il male di vivere contemporaneo, le sue contraddizioni, i suoi inganni, la futilità dei drammi e la drammaticità del futile. Capita infatti che entrando nel sito della Bbc, una televisione di gran lunga sopravvalutata, con un grande avvenire dietro le spalle,  ma ormai quasi peggio del Tg1, si incappi in un breve filmato (qui) in cui si vede la principessa Meghan, ex starlette e oggi sposa di non so quale dei principini che esce da una lussuosa berlina e chiude la portiera. Fin qui pare tutto normale, ma si vede che per la Bbc ed evidentemente per gli inglesi che si stanno modellando sull’attrazione turistica costituita da una famiglia reale priva di senso, questo costituisce un problema.

Leggiamo cosa ci dice la Bbc: ” È qualcosa che milioni di noi fanno ogni singolo giorno, ma quando la Duchessa di Sussex ha chiuso la portiera della macchina, Internet stava guardando e aveva qualcosa da dire. Arrivata alla Royal Academy of Arts, per la prima uscita senza il marito, Meghan è uscita dall’ auto dopo che la portiera era stata aperta, poi l’ha chiusa (da sola) dietro di sé. Alcuni hanno elogiato la sua concretezza e l’atteggiamento umile,  mentre altri hanno scherzato sul fatto che potrebbe far perdere il lavoro a qualcuno. Il supervisore al galateo  William Hanson ha detto però non si è trattato di una violazione del protocollo”. Francamente non ci sono parole per descrivere adeguatamente il livello di idiozia a cui si sta giungendo e al quale si stanno riducendo le persone divenute guardoni del nulla, ma l’immortale brano della portiera chiusa da sola ci di fa capire tutta l’ipocrisia nella quale siamo sprofondati: la principessa in questione, avendo sangue nero nelle vene ( sebbene poi riscattato da improbabili ascendenze reali fabbricate ad hoc) , sangue borghese, sangue hollywoodiano, sangue blandamente femminista o pseudo tale. era stata infatti salutata come una sorta di testimonial universale dell’antirazzismo, ma anche della caduta delle barriere sociali e del progresso o quant’altro si volesse vedere in questo prodotto dell’industria comunicativa.

Ma era solo un gioco di ruolo del pensiero unico che finge una gaia evoluzione per poi rivelarsi arcaico peggio che nelle fiabe, fabbricante fraudolento di immagini e simbolismi che non hanno bulla a che fare con la realtà, ma che diventano la realtà, lo schermo sul quale si vive. E naturalmente non c’è miglior sistema che quello di ingaggiare  i personaggi che sono sotto i riflettori per costruire questa narrazione metaforica ed emotiva che al momento opportuno può essere gestita anche in senso completamente opposto all’originario. In questo caso però tutta la sbarazzina modernità della principessa riluce splendido splendente nella chiusura autonoma dello sportello.  E dire che c’è gente infame che parla di caduta della democrazia e che nemmeno episodi così inequivocabili riescono a far ricredere.


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