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Tutti per sé e tutti contro tutti

tuttucontrotuttiCome ho detto ieri il vertice di Bruxelles sull’immigrazione, con il suo tutti per sé e tutti contro tutti, ha fatto emergere in maniera più chiara che in altre occasioni il tramonto dell’ Unione europea ed è proprio in questo che – ad onta dell’imbecilleria generale – consiste la vittoria di Conte ovvero l’aver mostrato che non esiste un progetto europeo per l’immigrazione, come del resto non esiste in quasi tutti i campi. Ed è abbastanza plausibile pensare che lo smottamento continentale non è più questione di se, ma di quando e di come a meno di impossibili cambiamenti radicali. Del resto il progetto europeo così com’è stato concepito dagli anni ’80 in poi, ossia uno strumento in mano alle elites economiche, non è più né politicamente, né moralmente difendibile, anche se alcune ridicole o persino ignobili voci della sinistra di portafoglio ci provano ancora, facendo sfoggio di cecità totale, ma soprattutto della consolatoria auto menzogna: dire come è stato fatto che la Grecia è salva perché la restituzione del debito estero è stata dilazionata dal 2023 0 dal 2033 suscita soltanto la domanda:  ci sei o ci fai?  Il rinvio dei termini è tipico delle situazioni in cui si sa che il debitore è impossibilitato a pagare, ma non si vuole farlo fallire sia per continuare a lucrare il più possibile sugli interessi, sia per non scoprire l’animus e la pochezza delle azioni intraprese nonché mettere a rischio il contesto in cui tutto questo è possibile.

Al di là di questi fenomeni di miopia assoluta e gli autoinganni in nome del principio del piacere come direbbe Freud, si ricomincia a sentire il vecchio ritornello che fa ancora molta presa: l’Europa è necessaria perché ogni singolo Paese del continente è troppo debole per non essere sommerso nella globalizzazione o comunque in un mondo fortemente collegato dove i giganti la fanno da padrone. E’ una sindrome tipica del dopoguerra quando ci si cominciò a vedere che il conflitto aveva un solo vero vincitore, ovvero gli Usa e che l’Europa aveva globalmente perso tutto. Forse in quel mondo che si stava dividendo in blocchi, questo ragionamento basato sostanzialmente e tradizionalmente sull’espansione territoriale aveva in qualche senso, ancorché l’opera di rassemblement del continente avvenisse principalmente per mano americana e sulla spinta della guerra fredda. Tuttavia da allora molte cose sono cambiate e questa idea ha perso via via di attualità: non che mettere insieme le culture, i caratteri, le intelligenze, le aspirazioni e le lotte sia inutile o negativo, ma lo diventa quando si costringe tutto questo in uno spazio politico asfittico. E’ un po’ come gli amici per la pelle che fanno una crociera in barca: il terzo giorno non si sopportano più. In realtà questa idea che assemblando si accresce il proprio peso è vera solo fino a quando esiste un certo grado di omogeneità perché altrimenti quel peso si rischia di perderlo e di averne meno di quando si era soli.

D’altro canto non è detto che le dimensioni in sé siano fondamentali: il Giappone è poco più grande dell’Italia e poco più della metà della Francia, ma è la terza economia del pianeta a dimostrazione che proprio la progressiva globalità del mondo ( la globalizzazione è l’ideologia che vuole determinarne le modalità e gli approdi secondo i fondamentali del neo liberismo) rende questo elemento meno importante e cruciale rispetto a prima. Anzi proprio la globalità dei mercati e l’omologazione che ne deriva  favorisce la forte caratterizzazione delle merci e dunque anche il loro valore aggiunto piuttosto che il loro anonimato. La cosa viene dimostrata anche dal fatto che la gran parte dei prodotti dell’unica manifattura globale esistente, ossia la Cina, vengono  commercializzati con marchi di altri Paesi a seconda della loro natura, pur essendo non solo realizzati, ma anche in gran parte pensati nell’ex celeste impero proprio in ragione delle differenze fra aree geopolitiche e classi sociali dei potenziali acquirenti.

Perdonatemi questa digressione da addetto commerciale, ma in realtà l’Europa così piccola nelle sue dimensioni è  culturalmente troppo ampia e diversa per stare davvero insieme sotto questo aspetto sulla base del quale è comunque nata: in sé rappresenta i tratti fondamentali del mondo intero. Per questo made in Europe non significa nulla e dunque non ha rilievo sul piano dello scambio globale. Certo la cosa è diversa se la si guarda dal punto di vista politico: una forte aggregazione fra liberi e uguali, non tra reciproci prigionieri, capace di fare da propulsore e da equilibratore sarebbe stata possibile, ma di fatto è rimasta un’illusione e l’Europa invece di esprimere un suo ruolo e una sua soggettività è andata progressivamente perdendoli, di fatto identificandosi con la Nato e con il neoliberismo di marca Usa.

E fosse solo questo, perché in realtà l’insieme di queste dinamiche ha fatto perdere gran parte delle conquiste sociali faticosamente raggiunte nei singoli Paesi che vengono grottescamente sostituite con il ricatto e la paura incarnata in diversi modi sia nel terrorismo, che nelle saghe securitarie, che nell’assenza di un futuro, di diritti, di sicurezze: salvare l’Europa e recuperare il terreno perduto significa oggi dividere ciò che è stato malamente incollato assieme in qualcosa che non ha fisionomia.  Tutto questo giusto per anticipare i temi che saranno prossimamente proposti per tenere insieme le ragioni di una Ue che le ha perse ormai da moltissimo tempo: le piccole patrie non sono affatto vasi di coccio, ma  hanno molte più carte da giocare che non la grande ameba di Bruxelles trainata dalla reazione sociale. Ed è forse anche da questa sensazione, sia pure vaga che si assiste a un ritorno dei temi della sovranità. D’altro canto niente vieta di unire le forze senza per questo dover sottostare a diktat di elites non elette e dipendenti dalla finanza e dalle multinazionali di cui fanno gli interessi: la stessa Ue nel suo piano per la ricerca del prossimo decennio ha incluso la Gran Bretagna che pure è fuori dall’Unione, segno che se si vuole si può fare.

 

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