L’ape e i social network

scienzaLa notizia che secondo alcune fonti interne Twitter privilegi la visibilità di alcuni account e tenti di nasconderne altri politicamente scomodi, non mi ha affatto colpito: chiunque stia su un social network per motivi diversi dall’acchiappo, dall’esposizione di gattini o per narcisismo della presenza, sa che questo avviene o si accorge comunque come sia facile dentro contenitori commerciali e dunque sottoposti alla fede nell’ideologismo aziendalistico e liberista, increspare la corrente in certe direzioni. False notizie, video costruiti, indiscrezioni riprese da influenzer e ripetute all’infinito dall’immensa copisteria di Internet, algoritmi ad hoc rendono l’opera abbastanza facile, tanto più che non c’è bisogno di azioni massicce, ma di minimi spostamenti, come si farebbe con l’orbita di un asteroide, per ottenere alla fine risultati inimmaginabili.

La cosa mi ha ricordato un libro dimenticato di esattamente quarant’anni fa, L’Ape e l’architetto, nel quale insieme a una valanga illeggibile e francamente risibile di polemiche interne al marxismo, quattro fisici teorici cercavano di dare una visione diversa della scienza rispetto a quella da abbecedario della sua neutralità. Un vero peccato che il testo sia stato rovinato da inutili diatribe del momento, ma il libro mi è venuto in mente perché uno dei suoi autori , Marcello Cini, divenuto in seguito un cattivo maestro per  l’asinina classe mediatica nonostante fosse stato collaboratore a Cambridge di Paul Dirac e autore di importanti lavori sulla teoria dei campi quantistici,  aveva capito molto del futuro prossimo venturo già nel lontano 1976. E basta leggere questo piccolo brano per rendersene conto: “Io sono abbastanza convinto che nei prossimi venti o trenta anni avremo uno sviluppo dell’industria dei calcolatori derivante dall’aumento del consumo privato del calcolatore, esattamente analogo a quello che è stato il consumo privato dell’automobile […]. Questo sviluppo introdurrà forme di selezione ulteriore, di asservimento ulteriore, di competizione ulteriore, di imprigionamento dell’uomo in una logica sempre più inesorabile, dovute soprattutto al consumo privato. È chiaro che questa è un’industria che, se dal punto di vista economico può veramente dare uno sviluppo al sistema del tutto analogo a quello della motorizzazione privata, si presta a dare al singolo un consumo che lo asservisce, lo narcotizza, lo droga”.

Queste cose le diceva in relazione all’assunto teorico del libro, ovvero la demistificazione della “concezione che considera la scienza e la tecnica strumenti neutrali di progresso della società, indipendentemente dai rapporti sociali.” Oggi questa semplice constatazione è accettata universalmente (anche se le sue conseguenze pratiche e teoriche vengono nascoste o lasciate in cassaforte)  ma la constatazione della non neutralità  della scienza e alla sua coerenza con la società in cui si sviluppa, porta i quattro autori de L’ape e l’architetto anche a chiarire come il sistema capitalistico tendesse a negare  ogni differenza tra beni materiali e immateriali, riducendo l’informazione a merce, non solo per i processi di produzione di conoscenza scientifica, ma anche per quelli di conoscenza tout court, dalla cultura al management. Oddio proprio questo ha portato alla terziarizzazione delle economie occidentali e alla loro finanziarizzazione, lasciando all’Asia la fondamentale produzione reale, ma questo è un altro discorso. Ciò che interessa è che proprio in quel periodo la ricerca pura stava passando da  un ruolo strategico in ambito sociale, politico ed economico dentro una subalternità agli stati, alla subalternità verso i profitti privati e quel libro fu in un certo scandaloso e furibondamente attaccato, facendo leva sull’idea sedimentata della scienza neutrale,  proprio per questo. E così che un libro che per primo nell’orbe terraqueo apriva un dibattito su tutto questo fu subito zittito benché si fosse alla vigilia della tecnoscienza, ovvero di quell’insieme di conoscenze – merce che dovevano poi portare ad aprire i mercati non solo nel’informatica, ma anche nella farmacologia, nella biotecnologia e via dicendo.

Quindi che c’è da stupirsi se dentro Twitter ci sono liste nere e liste bianche che pare fossero segnalate anche agli inserzionisti pubblicitari perché agissero di conseguenza? Se esiste una merce esiste un mercato e dunque grossisti di idee, spacciatori di memi, produttori di slogan.

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