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I sacerdoti del bidet

Anna Lombroso per il Simplicissimus

E’ prassi ormai consolidata, quando un paese va alla malora, una città fallisce, un territorio collassa sotto la pressione di cemento e veleni, che da parte di pensosi opinionisti, sussiegosi commentatori, di sociologi a consumo e antropologi un tanto al chilo, la responsabilità venga attribuita alla marmaglia, al volgo disperso, alla plebaglia ignorante e noncurante. Aziende di gestione dei rifiuti diventano sacche di malaffare, bottino per scambisti di voti e favori, bacino per clientelismo e familismo, brand privilegiato per la criminalità? E tutti a dare addosso a cittadini screanzati e irresponsabili e a lavoratori neghittosi e sfaticati. Un posto ineguagliabile, laboratorio instancabile di civiltà, cultura, arte e creatività, si trasforma in una miserabile disneyland, in un luna park, in un ostello micragnoso ? colpe di abitanti, sempre meno, rapaci e dediti a miserabili speculazioni, che a fronte del declino di produzioni, artigianato, lavoro, si piegano di buon grado a fare gli affittacamere. Una metropoli si avvia a passare allo status di necropoli, soffocata e strangolata dal traffico privato? Non c’è da andare lontano per scoprire le responsabilità di irriducibili automobilisti e pendolari colpevolmente motorizzati. E d’altra parte in molti hanno scagionato istituti di credito sleali e banche temerarie: a guidare la corsa a fondi tossici altro non è stato se non l’avidità di risparmiatori posseduti da una insana cupidigia.

Prendiamo Venezia, sulle pagine dei quotidiani di tutto il mondo per l’inanellarsi di oltraggi su oltraggi, di inverecondie, di sberleffi, di offese perpetrate da ambo le facce, lato a e lato B se ha fatto il giro della rete il corpulento deretano di una turista probabile vittima di una colica vendetta dei dogi, esposto mentre approfitta del Bacino davanti al Danieli, angolo immortalato da pittori e fotografi di ogni tempo. E che dire di rumorose brigate di giovinastri d’oltreoceano intenti alla nobile gara di chi “piscia più lontano”” in Canal Grande? O di quelli che proprio come nell’800 quando si imparava a “nuar co la tola” tenuti da uno spago, si tuffano per traversate di rii, sfidando motoscafi e moto ondoso? O dell’amante delle imprese estreme che si è buttato a capofitto dal Ponte di Rialto? E dei fan dell’igiene intima che fanno il bidet nella fontana dietro San Marco?

Perfino i fustigatori del Corriere che hanno fatto fortuna con degrado, vizi e malcostume sono sdegnati. E fanno bene: ormai la Serenissima è il luogo più frequentato dal turismo becero e straccione, da visitatori ciabattoni e volgari, da orde di barbari indifferenti alla sua specialità così vulnerabile quanto sono invece concentrati sui loro i phone, tanto che si avrebbe la tentazione di rimpiangere il primo assessore sceriffo, quel Salvadori, balzato alla cronaca di tanti anni fa per le sue esternazioni contro i saccopelisti, contro la crisi di identità indotta da gondolieri che cantavano ‘o sole mio al posto de la biondina in gondoleta. E infatti come allora le alate penne di fermano a questo, alla punta dell’iceberg, al “visibile” esibito ad arte, proprio come quando aizzano il popolo contro gli immigrati colpevoli di stili di vita parassitari fino alla criminalità, distraendo da altre colpe e altri rei, quelle di guerre, saccheggi coloniali, fino alla ostensione di profughi forzatamente nullafacenti in modo da suscitare riprovazione, ostilità e condanna per una accoglienza “impossibile”.

Sia chiaro, è certo che la teoria dei beni posizionali, una delle meno frequentate dagli economisti che officiano la religione neo liberista, e pure da qualche nostalgico di impervi ugualitarismi, andrebbe applicata per quanto riguarda l’impossibilità di stare tutti contemporaneamente nello stesso posto a godere dello stesso raggio di sole come di Carpaccio e Bellini (lo ricordo a molti turisti per caso: trattasi di due pittori e non di un ricetta di carne  e di un aperitivo). Sia chiaro che è doveroso promuovere l’accesso alla bellezza, alla cultura, al patrimonio culturale, ma è altrettanto doveroso e preliminarmente, fornire gli strumenti di comprensione per favorirne il godimento, proprio il contrario di quello che fa il nostro sistema educativo che ha cancellato la storia dell’arte dalle materie scolastiche, di quello che fa la nostra televisione che manda in onda le rarissime rubriche culturali in orari cari solo agli insonni di una certa età. E sia chiaro che sarebbe opportuno imporre numero chiuso nelle città d’arte, in particolare in quella più fragile e offesa, un sistema di ticket comprensivi di servizi, bagni compresi, invece di assecondare i disegni osceni dei corsari delle crociere che fanno sfilare i loro condomini davanti a San Marco e che ora denunciano la cancellazione dei molte prenotazioni, per accelerare le corrotte facilitazioni offerte dalla dirigenza cittadina, per tornare a a condizioni più propizie per quanto riguarda i costi dei passaggi e le riduzione delle emissioni inquinanti.

E sia chiaro che la soluzione va trovata, come si diceva una volta, a monte, invece di minacciare multe e celle di rigore.  Che non sono state comminate nemmeno ai ladroni del Consorzio, ai loro manutengoli, alle dinastie dei pullover di lana mortaccina che hanno avviato per poi svenderla l’operazione di alienazione di un sito che rappresentava un simbolo per la cittadinanza, a quegli amministratori, e dire che abbiamo nomi e cognomi, che hanno sponsorizzato la conversione del tessuto abitativo in una rete disordinata e illegale di camere in affitto, B&B, case vacanze,  gestite per lo più da società immobiliari o da immobiliaristi individuali e solo in rari casi da abitanti costretti alla funzione di locandieri in casa proprio per far fronte a un costo della vita insostenibile, a quei politici che hanno incoraggiato l’esodo dei veneziani, ammazzando le attività tradizionali, con il rincaro degli affitti , dei servizi, con lo spostamento di uffici pubblici e di centri di cura in terraferma, con l’espulsione forzata del commercio al dettaglio, dei cinema, dei teatri, di quel luoghi di dolce vivere che erano una cifra dell’incanto della città.

Chiunque ami davvero Venezia e la senta sua e di tutto il mondo ha avuto e avrà la tentazione di dar ragione a quei cartelli cretini appesi in giro, con su scritto “Basta turisti”  e “Turisti andate via”, opinione condivisa anche dal sindaco di Barcellona che ha detto e scritto di non vere che la sua città “finisca come Venezia”. E si comprende l’insofferenza dei pochi eroici e  irremovibili veneziani per unni, vandali e  visigoti contemporanei dai quali non possono sfuggire ritirandosi  in nidi da uccelli acquatici in una Laguna manomessa e oppressa da Grandi Opere Salvifiche. E non ci deve essere tolleranza anche per i piccoli reati di un turismo intemperante, cafone, cialtrone e offensivo. Che se non è giustificabile, è spiegabile: perché è difficile insegnare il rispetto per una città, per la sua storia e la sua bellezza, per i suoi abitanti e la loro dignità, se non li abbiamo difesi, se abbiamo permesso il massacro, se non aiutiamo chi, ogni giorno, con il coraggio delle piccole utopie, si ribella.

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