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Renzi, il tanghero dei due mondi

310x0_1455647990542.GettyImages_510644504Com’è noto Beethoven era cieco e Borges sordo: il mondo del presidente del consiglio ha questo di bello, che anche nelle citazioni e  nella cultura di base è del tutto avulso dalla realtà senza che egli se ne renda minimamente conto. Così è andato in Argentina con la sicumera del cretino perfetto soffermandosi a recitare una banale e pessima poesiola da baci perugina sull’amicizia, attribuendola erroneamente a Borges e sostenendo che il grande scrittore era sordo e non cieco come sanno perfino nel cuore montagnoso del Laos.  Niente di strano per l’orecchiante Renzi che avrà dato incarico a qualche giovanotto della sua stessa tempra di dare una scorsa al web per reperire i versi, fidandosi della sua memoria e del suo inarrivabile gusto quanto al resto. Non c’è male per una lectio magistralis all’università di Baires e del resto chi se la può più dimenticare? Saranno sfottò per anni, come accade agli improvvisatori senza vergogna e peraltro senza nulla da dire.

Ancora una volta ci siamo fatti ridere dietro e per di più nel Paese al mondo più abitato da persone di origine italiana. Ma poco importa, anche se il premier avesse recitato in perfetto castigliano una poesia de La Luna de enfrente e saputo della cecità e non sordità di Borges, le cose non sarebbero cambiate: niente di più vacuo e repellente del discorso al presidente argentino. Nulla sui problemi del mondo o su quelli bilaterali, nulla sul lavoro, neanche per cacciare le palle che in Italia affida a Boeri e all’Inps per essere diffuse tramite la renzi eiar, niente sulla democrazia e il malessere del continente sud americano, nulla sull’economia globale, ma tutto un ehi quanto eri fico Maurisio quando facevi il manager di quella azienda, come sei dinamico e concreto, anzi come lo siamo tutti e due. Insomma un berlusconismo di ritorno, ma di inarrivabile melensaggine e idiozia: il dialogo tra due padroncini che si annusano e si riconoscono, con quello più intelligente che sembra in imbarazzo, sorride ogni tanto  al discorso vacuo, ma sembra dire, ehi attento a non farci riconoscere, non siamo mica a una cena per strappare una tangente o a un meeting aziendale, siamo capi di stato e di governo.

Quando mai: il cazzo buffo proveniente dall’Italia, il padroncino maneggione con l’occhio spento del dopo sbronza non si accorge di  nulla e continua il suo eloquio evanescente, teso unicamente a stabilire una complicità personale col presidente argentino. Quella stessa falsa amistad della falsa poesia di Borges. Si annunciano tempi bui e ci ritroviamo questo capitano della nave, uno che nemmeno sa cos’è un sestante, che tiene lectio magistralis a livello di quinta elementare e sbaglia pure quelle. Ma in compenso è perfetto in altre cose: alla prossima cena dei cretini ha serie possibilità di vittoria.

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