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Pasolini spogliato dal complotto

pasoliniIn una cosa l’Italia non delude mai: la capacità di deludere. Ci si poteva aspettare che i quarant’anni passati dall’assassinio di Pasolini fossero un’occasione di ripensamento del personaggio e della sua opera, di rivalutazione delle sue preveggenze, oggi drammaticamente presenti e agitate come punte diamante del pensiero unico e mercatista, a un ripensamento delle sue opere letterarie e cinematografiche, riportando il personaggio a ciò che veramente era, un grande, inquieto agitatore di idee agitatore di idee più che un realizzatore di opere compiute: un intellettuale straordinariamente raffinato e grezzo assieme. Tentare alla luce dell’oggi poi di riempire di senso e idee la frattura che lo contrappose come parte eminente del clan Moravia a Sanguineti, Fortini, Eco per redistribuire torti e ragioni. Invece nulla di tutto questo è avvenuto probabilmente perché Pasolini non lo legge nessuno a parte gli scritti corsari e i film sono rispolverati solo ogni dieci anni.

Al contrario si è levata nuovamente una grande canea sul presunto complotto: i fascisti, la banda della Magliana (che per la verità non esisteva ancora) persino Eugenio Cefis presidente di Eni e Montedison per timore che uscisse il romanzo Petrolio con dentro tutte malefatte del tycoon di stato. In realtà su Cefis era già uscito un libro che lo accusava di essere dietro la morte di Mattei ed eminenza grigia dello stragismo, ma quello che era considerato uno dei padroni del Paese non fu così pazzo da tramare per uccidere l’autore, tale giorgio Steimetz, pseudonimo forse di Corrado Ragozzino, limitandosi, grazie a risorse pressoché illimitate, a rastrellarne tutte le copie. E per la verità Petrolio conteneva informazioni più episodiche e comunque non inedite, in realtà tutte prese prese dai giornali o da pubblicazioni già note. Per cui si deve ricorrere a un capitolo che si dice misteriosamente scomparso.

Ma il complotto per l’assassinio di Pasolini è diventato col tempo una sorta di letteratura parallela, un testo aperto a cui si aggiungono sempre ipotesi nuove, magari prive di senso reale, che fanno appello all’irresistibile  fascino delle segrete cose.  In effetti è il “racconto di Pasolini” in assoluto più letto. Ma anche quello che lo tradisce di più. La teoria dell’assassinio politico si aggrappa in un primo momento alle contraddizioni di Pelosi e poi alla sua volontà di campare sulla sua stessa ignominia, dicendo e smentendo, promettendo nuove rivelazioni che non arrivano mai. Oltre che sull’esultanza idiota della destra. Il fatto che vi fossero probabilmente altre persone quella disgraziata notte, non era davvero molto, anzi pochissimo considerando le modalità di quei mondi, ma quel poco venne enfatizzato, come scrisse tra gli altri Franco Fortini, dal senso di colpa di una sinistra  che non si sentiva di accettare l’omosessualità borgatara e non elusiva del Corsaro. Specie poi in un momento nel quale lievitava la tentazione del compromesso storico. Essere gay andava bene se eri Visconti o Zeffirelli che esercitavamo le loro propensioni in  atmosfere rarefatte, nel velluto dei piani alti, era tollerata se avevi potere effettivo, se eri Rumor, Colombo o Spadolini, se eri insomma gay in segreto e protetto, non certo se andavi a raccogliere ragazzi di strada. Dunque lo scrittore non poteva essere morto per questo, ci doveva essere una ragione superiore, una logica politica che esorcizzasse le tragiche circostanze da spiaggia. E una volta poste le premesse ogni fantasia è diventata lecita, non accorgendosi che così facendo si tradiva interamente il vero Pasolini e anche la sua opera.

Ecco perché parlo di occasione persa, perché a quarant’anni di distanza è davvero deludente che non si riesca ancora ad accettare il poeta osannato a parole, si censuri in via indiretta e subliminale ciò che egli grida in ogni pagina della sua opera, si nasconda il suo mondo nel momento stesso in cui lo si vuole esaltare. “Sono scandaloso. Lo sono nella misura in cui tendo una corda, anzi un cordone ombelicale, tra il sacro e il profano” disse a Enzo Siciliano. Che destino essere nato in un Paese che si vergogna del profano che pratica a dismisura e onora un sacro che non conosce.

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