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Benedetto Pasolini…

Polizisten gehen am 30.04.1968 vor dem Justizgeb‰ude in Rom massiv gegen...Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sono passati più di 50 da quando Pasolini pubblicò la sua provocazione: quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti! Come successe molte volte, fu profetico  perché oggi è probabile che giovani disoccupati che vengono dai bassi sulle cloache; o dagli appartamenti nei grandi caseggiati popolari, si trovino a scegliere tra malavita e vita da sbirri, esistenze difficile, parimenti a rischio, soggette a paura, ricatti, intimidazioni.

Fu profetico,  ma non fu bravo storico, perché l’irruenza della difesa dei figli di poveri, che vengono da periferie, contadine o urbane che siano, gli fa dimenticare come fossero stati mandati dal dopoguerra in poi in battaglie feroci non solo contro i figli di papà, ma contro i loro padri, fratelli, amici, uguali per sfruttamento, soggezione e rabbia.  E se da allora molto è cambiato, nessuno oggi può dire di non sapere che i ragazzi contro i quali alzeranno gli scudi antisommossa o invece quelli cui vendono la cartina di veleno sono la loro immagine speculare, abbiano gli stessi occhi cattivi,  siano altrettanto paurosi, incerti, disperati  e non più sicuri nella loro cuccia piccoloborghese ormai degradata a sottoproletaria, figli della stessa classe e della stessa triste disperazione senza domani.

Nelle “Istruzioni pei funzionari di pubblica sicurezza”, del 1867 quando era ministro dell’Interno, Bettino Ricasoli sottolineava che  un buon poliziotto deve saper “scrutare i bisogni delle moltitudini, conoscerne gli interessi morali ed economici, indagare il grado della loro educazione, e studiarne le vere condizioni sociali…perchè non poche questioni di sicurezza pubblica sono intimamente connesse a gravi problemi sociali, la cui soluzione non può dipendere da semplici misure di polizia, ma da provvedimenti governativi o legislativi di interesse generale”.

Ma 100 anni dopo, in barba a quegli insegnamenti, in quei vent’anni dall’insediamento di Scelba sulla poltrona del Viminale, in quei diciotto anni dalla repressione di Tambroni, non si contano le violenze contro le manifestazioni di piazza dei lavoratori, contro gli operai in sciopero. Qualcuno si è preso la briga di calcolare che durante le gestione di Scelba al Ministero degli Interni, gli scontri lasciarono sul terreno oltre cento morti e migliaia di feriti. A questi bisogna poi aggiungere gli arrestati: 148.269; fra questi 61.243 condannati per un totale di 20.426 anni di carcere. Gli scontri di Genova (la storia si ripete),una città che nel 1960 soffre in una grave crisi economica per via della chiusura di diverse industria, tra cui l’Ansaldo dove la scelta di tenervi il congresso del Movimento Sociale  viene dettata provocatoriamente dalla volontà di dar vita a un braccio di ferro, hanno un tremendo effetto a cascata: a Licata gli scontri a seguito di una manifestazione di protesta del sindacato e del relativo blocco della stazione ferroviaria vedranno un morto e 24 feriti,  a Roma durante una manifestazione presso la Porta San Paolo i reparti a cavallo della polizia caricano violentemente i manifestanti, il 7 luglio una manifestazione sindacale a Reggio Emilia finisce in tragedia quando la polizia e i carabinieri sparano sulla folla in rivolta, provocando 5 morti. A Palermo in nuovi scontri si registrano due morti e 36 feriti da arma da fuoco.

Le cariche delle forze dell’ordine non sono dirette solo contro le proteste operaie: nelle lotte per la riforma agraria, è stato calcolato che  «i contadini denunziati furono 3.185, quelli assolti 386, quelli processati 2.323, e condannati complessivamente a 293 anni e 36 mesi di reclusione e 7.543.280 lire di multe».

Proprio nel ’68 a Avola contro i braccianti che hanno incrociato le braccia e abbandonato gli aranceti dilagando lungo le stradi provinciali accorre la polizia con nove camionette e una novantina di uomini armati di mitra, bombe lacrimogene, elmetti d’acciaio. Dopo una battaglia a colpi di lacrimogeni, i poliziotti cominciano a sparare. Le file dei braccianti indietreggiano, la polizia rimane padrona del campo: a terra rimangono due lavoratori uccisi dai proiettili e una trentina di feriti. A Battipaglia nel 1969 nel corso dello sciopero contro la minacciata chiusura della fabbrica, le operaie sono attaccate dalla polizia. Due persone restano uccise, un giovane tipografo colpito alla testa da un proiettile sparato da agenti di P.S. che morirà un’ora dopo all’ospedale e un’insegnante anche lei colpita da un proiettile mentre era affacciata alla finestra di casa propria.

Si smentivano così i fasti del boom, perché quando dopo l’inebriante sbornia della ricostruzione, che non investì lo Stato e le istituzioni come avrebbe dovuto, la contestazione viene nuovamente interpretata come un segnale eversivo, la richiesta di riconoscimento di diritti e garanzie come illegittima rivalsa nei confronti di governi e classe imprenditoriale intenti a regalare al Paese un immeritato benessere, purché costituito nell’ordine e nella disciplina. Valori che la lotta al terrorismo ripristinano, quando l’impegno di contrasto alla oscura strategia della tensione, certamente con minore mobilitazione per quanto riguarda le stragi nere, richiede spirito si servizio unitario di istituzioni, corpi dello Stato, partiti chiamati a emarginare e deplorare i compagni che sbagliano, a mettere in campo misure di autodisciplina.

Ma qualcosa si stava muovendo comunque, lo Statuto dei lavoratori aveva assunto un formidabile significato anche simbolico, sancendo prerogative indiscutibili che lo Stato e le istituzioni erano chiamate a tutelare, via via aveva preso avvio il processo di sindacalizzazione della Polizia che segna il periodo della parziale riforma democratica sancita dalla legge 121 del 1981, dando vita alla Polizia di Stato. Perfino nella capitale dell’impero dell’auto si sa di questori e funzionari che si sottraggono ai ricatti della Fiat, che aveva costituito una sua milizia privata operante in fabbrica ma anche fuori; in molte città investite dall’autunno caldo e poi dalle prime lotte di territorio per la casa e per i servizi, si sa di dirigenti di polizia che scelgono la via della trattativa e del dialogo, in situazioni di tensione. Si fanno strada opinioni e interpretazioni della “missione” di custodia dell’ordine in contrasto con la sua privatizzazione o militarizzazione, contestando anche le inopportune deleghe che si cerca di attribuire alle polizie municipali in aiuto a sindaci sceriffi e nuovi podestà.

Non si erano fatti i conti con il vento che tirava dai regni carolingi, quell’ordoliberismo che doveva  trasmettere i valori della competizione dalla sfera economica a quella sociale, nel quale lo Stato espropriato di poteri deve comunque assolvere a un ruolo di forza “togliendo” la politica dalle relazioni sociali e economiche per permettere al libero mercato di esprimersi e esercitando una funzione repressiva con l’ausilio di istituzioni tecniche autonome (Fmi, Bce ecc.), e di rappresentanze di interessi particolari – imprese, sindacati, lobby. Ed è simbolico il caso del G8 di Genova, quando divenne necessario dimostrare ai grandi convenuti l’immagine di una città e di un Paese soggetto alle regole imperiali,  strade pulite e niente panni stesi alle finestre proprio come durante la visita dell’Alleato a Roma il 6 maggio del’38.

Per questo non c’è da stare tranquilli: questa idea non nuova di ordine sociale non viene esercitata interamente dall’alto, ha occupato e infiltrato i tessuti connettivi della società. Nei ranghi delle forze di polizia non ci sono più razzisti o potenzialmente devianti di quanti ce ne siano in proporzione fra la popolazione anche se dovremmo volerne di meno rispetto alla funzione cui sono chiamati, anche loro ricattati e intimoriti contro altri ricattati e intimoriti, anche loro costretti o persuasi ai comandi.  Anche loro sono oggetto della continua distrazione di massa che orienta l’opinione pubblica contro alcune insicurezze ‘di comodo’, fatte diventare le più appariscenti o fabbricate ad arte da un ampio arco di forze come dimostrano i “disordini” del Primo Maggio a Torino, quando la pubblica sicurezza è stata convocata a dar  man forte alle “ragioni” dei progressisti e dei riformisti che volevano il palco per sé, per urlare con l’altoparlante le ragioni della Tav, che hanno prodotto il Jobs Act e la Buona Scuola e la Legge della conterranea Fornero,  che hanno visto come un modello da rafforzare poi con qualche innesto sgangherato e smodato il sistema repressivo di Minniti, pensato per criminalizzare gli “altri”, quelli che si vorrebbero invisibili, immigrati e non, per punire gli ultimi in modo da rassicurare i penultimi, facendo dei poliziotti i lavoratori usurati addetti alla segregazione, all’emarginazione, alla difesa del decoro.

Ci hanno voluto persuadere che la sicurezza altro non sia che la legittimazione della paura, la difesa personale dalle minacce, la prevaricazione come salvaguardia di beni e garanzie, un diritto da esercitare contro gli altri per difendere i propri, che probabilmente è preferibile delegare a corpi speciali, gestiti direttamente dai poteri economici che così ci garantiscono quel benessere minacciato da chi persevera nella ricerca della libertà e dell’uguaglianza, sperando che tra questi ci sia qualcuno che non si arrende alla condanna di essere sbirro in concorrenza con altri sbirri più feroci e meglio pagati, sotto forma di contractors  e mercenari.

 

 


La Morale delle beghine

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non ho mai approvato l’abitudine della prozia Enrichetta (poco amata dai  nipotini  perché invece del trenino e dei vestiti per Barbie un Natale regalò loro un libretto di risparmio subito emunto dai  genitori) che insigniva dello status di “povero” qualsiasi defunto celebre e non, in qualità di morto non più criticabile o soggetto a esecrazione, compreso il povero Benito. Non credo sia azzardato dire che strenna indesiderata e  pietas postuma sono ambedue manifestazioni di un vizio nazionale comune agli appartenenti a tutte le fedi e militanze, l’ipocrisia, quell’atteggiamento così potente da essersi trasformato nel tempo in ideologia imperiale, in mutazione globale del puritanesimo  dei padri pellegrini, quasi tutti peraltro sfuggiti alle maglie della giustizia dei paesi d’origine per varie malefatte. E che da qualche tempo a dimostrazione della sua influenza e energia maligna si è trasformato in ideologia, quella del politicamente corretto, che impedisce di abbattere idoli, di  violare templi, di infrangere tabù, di scoperchiare sepolcri imbiancati.

Forse da allora  io continuo a pensare che non esistono ragioni di opportunità – o opportunismo-  che tengano quando è sacrosanto anzi obbligatorio dire la verità anche in caso di strage terroristica dalle modalità sconcertanti e tanto più di morti discussi che si vorrebbe beatificare, smascherando pie  menzogne e convenzioni che di solito vengono imposte a chi non ha voce, non ha pulpiti, non ha censo per sostenere una causa, una ragione, un collegio di difesa in caso di querela per diffamazione. Se i sacrari e i sacelli vanno rispettati ancor  va rispettata la verità viva e vegeta che non deve aspettare il tempo più conveniente e appropriato  in ossequio alle scadenziario del bon ton: trigesimo, caduta a precipizio da titolo di testa a breve in cronaca, lettura di sgradito testamento.

Via via il politicamente corretto è diventato sempre più una melassa nauseabonda offerta in comoda confezione nel supermercato globale per dare luogo a una nuova morale facendo retrocedere la civilizzazione a bon ton l’umanità a pietas e la solidarietà a carità, imponendo obblighi di coscienza imposti per legittimare e applicare le regole dell’ordine sociale esistente,  che deve essere assorbito, sintetizzato dalle teste e digerito dalle pance di chi lo subisce.

Ma non è meno ripugnante l’esorbitante reazione uguale  e contraria, quella  smania di dissacrazione provocatrice e sgangherata a suon di sberleffi e derisione in poche battute su Twitter che ormai è diventato uso comune di chi pensa così di abbattere gli idola della sinistra radica chic, con tutta la tradizionale paccottiglia di critica alla pashmina, alle terrazze purché non siano a corredo dei superattici qualche alto prelato, di dileggio per la preghiera del vucumprà musulmano che stende il tappeto di preghiera  dietro agli ombrelloni, reo di non essere non l’ emiro del Qatar che si compra Milano e le squadre del cuore, di deplorazione per i congiuntivi sbagliati del ragazzino di Torre Spaccata che si sottrae al destino biologico di reietto di periferia.

A quelli del politicamente scorretto piacciono i  capra capra di Sgarbi, le contumelie trucide della nipotina del duce, le  volgarità sibilate a fior di labbroni della badante di Silvio, le istigazioni a delinquere vernacolari della Meloni. E soprattutto la burbanzosa tracotanza dei Giovanardi e dei salviniani che fanno ostensione come fosse una virtù dell’indole bestiale alla sopraffazione fino alla tortura, esibita perché non ci si vergogna di essere prepotenti,  biechi e cafoni, anzi ci si vanta di essere sinceri e popolari perché si interpreta e testimonia quel peggio che la civilizzazione aveva consigliato di tenere celato. Qualcosa che finisce per essere speculare all’ammissione politicamente corretta di Blair quando disse pubblicamente che certo qualche esagerazione cruenta,  qualche delitto, qualche strage necessaria era stata commessa nel corso della partecipazione della Gran Bretagna alle guerre umanitarie della Nato,  ma che la centenaria attitudine alla democrazia e alla libertà del Paese era dimostrata dal fatto di dirlo, dichiararlo, non nasconderlo.

Non c’è proprio più ritegno, se perfino quelle che ritenevo delle illustri sconosciute  finché non ho avuto la ventura di scorrere le loro biografie in rete, hanno licenza di esprimersi senza remore, con inossidabile faccia di bronzo e certe di ottenere quel premio che davvero li appaga, quei pochi istanti di notorietà sotto forma di followers e tweet, purché si parli di loro sia pure male, come sosteneva qualcuno che però ha pagato cara la sua indole alla provocazione e che oggi si prederebbe come minimo del pervertito.

A una che leggo essere una scrittrice, in qualità o di candidata a un premio, con buoni auspici  per i pretendenti agli Ig- Nobel o per essere in via di raccogliere i suoi articoli su Repubblica in uno di quei fortunati instant book, e che ha criticato il coraggioso adolescente che ha tenuto testa ai fascisti, per qualche inflessione vernacolare e per una colluttazione con la consecutio, ha risposto qualcuno che le ha rammentato  che Pasolini che ha frequentato quelle aspre periferie non avrebbe ripreso le licenze al nostro idioma dell’intrepido ragazzino. Apriti cielo ecco subito una sacerdotessa della spietatezza icastica e ruvida, senza peli sulla lingua che, no, scrive, sarebbe stato troppo impegnato a ingropparselo.

Anche la seconda interlocutrice, (nomen omen? Guia sarebbe un nome di origine spagnola e significherebbe che la Madonna è la sua guida), si apprende dalla rete, è   “una prolifica autrice di libri di narrativa e saggistica”,   che ha goduto finalmente dei riflettori della cronaca per essere sfuggita alle maglie della giustizia grazie all’assoluzione per il reato  di  furto “di segreti e immagini di personaggi dello spettacolo attraverso presunti accessi abusivi nei loro account di posta elettronica”.

In occasione dell’ancora oscura morte di Pasolini, le prime avvisaglie della correttezza politica avevano fatto dichiarare spericolatamente a qualcuno che l’omicidio di un uomo di cultura era più infame e colpevole di quello di un uomo qualunque. Ma è certamente più spregevole e vile per conquistarsi quei pochi secondi di notorietà su Twitter, uccidere due volte l’uomo di cultura assassinato per via delle sue inclinazioni e dei suoi comportamenti, facendo coincidere, come piace alla scorrettezza più furfantesca e codarda, omosessualità e pedofilia, purché non si parli di alti prelati, quelli si inviolabili.

Se loro rimproverano ai comunisti di non aver mangiato i bambini giusti, a noi spetta biasimarli per non aver realizzato qualche gulag nostrano dove confinare certi intellettuali.


Pasolini spogliato dal complotto

pasoliniIn una cosa l’Italia non delude mai: la capacità di deludere. Ci si poteva aspettare che i quarant’anni passati dall’assassinio di Pasolini fossero un’occasione di ripensamento del personaggio e della sua opera, di rivalutazione delle sue preveggenze, oggi drammaticamente presenti e agitate come punte diamante del pensiero unico e mercatista, a un ripensamento delle sue opere letterarie e cinematografiche, riportando il personaggio a ciò che veramente era, un grande, inquieto agitatore di idee agitatore di idee più che un realizzatore di opere compiute: un intellettuale straordinariamente raffinato e grezzo assieme. Tentare alla luce dell’oggi poi di riempire di senso e idee la frattura che lo contrappose come parte eminente del clan Moravia a Sanguineti, Fortini, Eco per redistribuire torti e ragioni. Invece nulla di tutto questo è avvenuto probabilmente perché Pasolini non lo legge nessuno a parte gli scritti corsari e i film sono rispolverati solo ogni dieci anni.

Al contrario si è levata nuovamente una grande canea sul presunto complotto: i fascisti, la banda della Magliana (che per la verità non esisteva ancora) persino Eugenio Cefis presidente di Eni e Montedison per timore che uscisse il romanzo Petrolio con dentro tutte malefatte del tycoon di stato. In realtà su Cefis era già uscito un libro che lo accusava di essere dietro la morte di Mattei ed eminenza grigia dello stragismo, ma quello che era considerato uno dei padroni del Paese non fu così pazzo da tramare per uccidere l’autore, tale giorgio Steimetz, pseudonimo forse di Corrado Ragozzino, limitandosi, grazie a risorse pressoché illimitate, a rastrellarne tutte le copie. E per la verità Petrolio conteneva informazioni più episodiche e comunque non inedite, in realtà tutte prese prese dai giornali o da pubblicazioni già note. Per cui si deve ricorrere a un capitolo che si dice misteriosamente scomparso.

Ma il complotto per l’assassinio di Pasolini è diventato col tempo una sorta di letteratura parallela, un testo aperto a cui si aggiungono sempre ipotesi nuove, magari prive di senso reale, che fanno appello all’irresistibile  fascino delle segrete cose.  In effetti è il “racconto di Pasolini” in assoluto più letto. Ma anche quello che lo tradisce di più. La teoria dell’assassinio politico si aggrappa in un primo momento alle contraddizioni di Pelosi e poi alla sua volontà di campare sulla sua stessa ignominia, dicendo e smentendo, promettendo nuove rivelazioni che non arrivano mai. Oltre che sull’esultanza idiota della destra. Il fatto che vi fossero probabilmente altre persone quella disgraziata notte, non era davvero molto, anzi pochissimo considerando le modalità di quei mondi, ma quel poco venne enfatizzato, come scrisse tra gli altri Franco Fortini, dal senso di colpa di una sinistra  che non si sentiva di accettare l’omosessualità borgatara e non elusiva del Corsaro. Specie poi in un momento nel quale lievitava la tentazione del compromesso storico. Essere gay andava bene se eri Visconti o Zeffirelli che esercitavamo le loro propensioni in  atmosfere rarefatte, nel velluto dei piani alti, era tollerata se avevi potere effettivo, se eri Rumor, Colombo o Spadolini, se eri insomma gay in segreto e protetto, non certo se andavi a raccogliere ragazzi di strada. Dunque lo scrittore non poteva essere morto per questo, ci doveva essere una ragione superiore, una logica politica che esorcizzasse le tragiche circostanze da spiaggia. E una volta poste le premesse ogni fantasia è diventata lecita, non accorgendosi che così facendo si tradiva interamente il vero Pasolini e anche la sua opera.

Ecco perché parlo di occasione persa, perché a quarant’anni di distanza è davvero deludente che non si riesca ancora ad accettare il poeta osannato a parole, si censuri in via indiretta e subliminale ciò che egli grida in ogni pagina della sua opera, si nasconda il suo mondo nel momento stesso in cui lo si vuole esaltare. “Sono scandaloso. Lo sono nella misura in cui tendo una corda, anzi un cordone ombelicale, tra il sacro e il profano” disse a Enzo Siciliano. Che destino essere nato in un Paese che si vergogna del profano che pratica a dismisura e onora un sacro che non conosce.


“L’ora è confusa e noi come perduti la viviamo”

D'Alema 1993Era un tardo pomeriggio del settembre 1993 quando alla  festa nazionale dell’Unità di Bologna, giunse al gran completo la direzione del Pds mentre le griglie e le pentole erano già al lavoro. Dopo i fasti culinari e prima dei balli era in programma un discorso sulla politica estera di D’Alema, allora braccio destro di Occhetto, con sottinteso e rituale dibattito. La situazione era questa: Berlusconi non era ancora sceso in campo e sebbene stesse segretamente organizzando Forza Italia era ancora alla ricerca di una faccia politica a cui affidarla, mentre la Dc era in agonia e il Psi scomparso. Il Pds dal canto suo, nonostante lo choc subito con la caduta del muro, la dissoluzione dell’Urss e la svolta della Bolognina, aveva vinto le elezioni amministrative che si erano svolte in quasi tutto il Paese nella primavera di quello stesso anno e si avviava quindi a cogliere un paradossale successo nelle politiche in programma per il ’94. Dico paradossale perché sarebbe giunto dopo tanti anni a socialismo reale estinto.

Tuttavia la cosa che ci interessa è che il vertice Pds in quei mesi amava presentarsi e parlare come futuro partito di governo invece che come una formazione destinata all’eterna opposizione dal fattore K e non perdeva occasione di accreditarsi come decomunistizzato. Quindi quando D’Alema cominciò a parlare lo fece in qualità di aspirante statista e lo dico senza ironia, visto il livello politico di quei tempi, inimmaginabile per i trentenni di oggi abituati alla avvilente e nauseabonda spazzatura del renzusconismo. Apro il cassetto dei ricordi, non perché mi urga ricordare le 30 righe dettate quella sera attraverso un enorme telefonino verde ramarro della Swatch, ma per  rispondere a tutti quelli che ancora non vogliono arrendersi a una lucida analisi della traiettoria di Tsipras, ma che soprattutto sono ormai abituati alla coincidenza fra sinistra ed eurismo come se fossero entità inseparabili.

Ebbene quella lontana sera D’Alema mise in guardia i compagni sull’euro dicendo che la moneta unica (per la quale era imminente la firma dei  trattati) rischiava di essere troppo forte per il sistema produttivo italiano e di rivelarsi col tempo un disastro la nostra economia, che questo fattore era quello importante e non certo quello di una improbabile concorrenza sul dollaro. Certo non occorreva essere un genio  per capirlo, ma quell’affermazione – soprattutto in quel momento – suonò molto forte per gli eredi di un Pci che già nel 1978, per non mandare all’aria l’effimero compromesso storico, si era obtorto collo arreso allo sme (serpente monetario europeo) il quale introdusse una forte rigidità di cambio fra le divise europee, rigidità che finirono per pagare i lavoratori con l’abolizione della scala mobile e nel 92 aveva pagato l’intero Paese con una svalutazione drammatica della lira del 24%. Già allora furono i lavoratori a pagare il conto dell’integrazione europea. E dire che lo Sme permetteva comunque un’oscillazione del 6% sui cambi e naturalmente prevedeva lo sganciamento dal serpente stesso. Già allora la sinistra più avveduta che purtroppo era insieme anche la più cinica immaginava a cosa si andava incontro, ma – è questo il vero orrore – non sapeva nemmeno immaginare nulla diverso dopo la scomparsa dei punti di riferimento storici. Ed è purtroppo ancora così.

Chissà come venne in mente a D’Alema di prefigurare in quel momento un pericolo ancor più grande, anche se ormai l’europeismo dei padroni era l’unica cosa rimasta dopo anni di cenere e farsi interpreti compassionevoli del governo del denaro pareva l’unico modo di sopravvivere. Chissà cosa indusse il futuro lider maximo ad abbandonare per un attimo la “brutalità della prudenza” come dice Pasolini nelle Ceneri di Gramsci, confessando “che l’ora è confusa e noi come perduti la viviamo”. Così francamente non è una colpa l’ingenuità di aver creduto ai paradossi di Tsipras, ma certamente lo è quella di aver interiorizzato la brutale prudenza al punto di non riconoscere gli errori di fondo, i disastri politici  a cui essa ha portato e ancorarsi ad essi con futile disperazione .


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