Il merito dei Ciucci

Anna Lombroso per il Simplicissimus

E non si dica che il nostro ceto dirigente abbia fatto  della meritocrazia  una vuota parola da sventolare a fini propagandistici, che la classe politica e imprenditoriale non dia valore a speciali competenze maturate sul campo, a sperimentate abilità fuori dal comune.

Per un “tecnico” e manager efficiente costretto ad andarsene malgrado abbia dimostrato lodevole spirito di servizio e abnegazione, riconosciuti e premiati via via da tutti i governi, di un altro viene giustamente avvalorata l’esperienza acquisita.

A coronamento di una lunga carriera il presidente e amministratore delegato dell’Anas, Pietro Ciucci – già indagato con l’imputazione di abuso d’ufficio per la costruzione della statale 275 Maglie-Leuca e nel mirino della Corte dei Conti del Lazio che ne ha chiesto la condanna per danno erariale per aver “risarcito” lussuosamente grazie a un “accordo bonario” una società del Gruppo Astraldi, che aveva sorprendentemente sforato i costi –   è stato dolcemente persuaso a lasciare il suo autorevole incarico per via degli inopportuni e molesti cedimenti di due strade in Sicilia e Sardegna, peraltro già annunciati da tempo. Ma non se ne va subito, mica è stato licenziato come una colf e senza gli otto giorni. No, si dimetterà solo dopo l’assemblea di metà maggio, vittima sacrificale sull’altare della discontinuità e del cambiamento di rotta impresso dal nuovo Ministro.

Per fortuna non dobbiamo preoccuparci per la  vecchiaia dell’”uomo del Ponte”: anni industriosi  ed oculati spesi nella promozione di progetti sfarzosi e sontuosi che non cederanno e non smotteranno solo perché hanno la leggerezza della carta,  mentre gravano pesantemente sui bilanci statali,  gli hanno assicurato un trattamento più che dignitoso, condito  da una gratificante e opulenta liquidazione, frutto di una   acrobazia  previdenziale creativa ed ingegnosa: unico in Italia si è auto licenziato dall’incarico di direttore generale,  assegnandosi al tempo stesso  una buonuscita  di 1,8 milioni di euro, che si è doverosamente concesso  per il mancato preavviso a se stesso.

Ma per un intraprendente tecnico che se ne va, uno arriva e si accomoda in una funzione influente conquistata per manifeste benemerenze. All’Aquila,  la società che si è assicurata  il primo lotto da 30 milioni di euro  della più grande opera pubblica del dopo terremoto,   quella del rifacimento dei sottoservizi (acquedotto, fognature, reti elettriche e telefoniche) ha affidato la direzione dell’ufficio legale all’avvocato Antonio Boschetti,  un curriculum di ex consigliere regionale della Margherita, ex presidente della commissione Sanità regionale e poi assessore della giunta di Del Turco,   condannato a 4 anni nel processo Sanitopoli”, lo scandalo che nel luglio 2008 provocò   la caduta con arresti prestigiosi del governo regionale abruzzese.

Pubblico e privato riservano attenzione speciale a doti particolari, valutano con la dovuta considerazioni carriere che dimostrano una inclinazione naturale all’uso di mondo e alla capacità di intessere vantaggiose relazioni, scelgono personalità che mostrano un’indole alla profittevole spregiudicatezza e e a una fantasiosa fecondità, indirizzata ad aggirare ostacoli moralistici, regole conformistiche, norme inopportune. Basta pensare alle nomine ai vertici della grandi aziende pubbliche, basta pensare all’ammirazione  condita da applausi a scena aperta, dedicata all’operato di  manager  e imprenditori, in odore di criminalità delittuosa, basta pensare al garantismo ad intermittenza che si accende e spegne a corrente alternata, quando  inchieste  intempestive e sconvenienti vorrebbero sfiduciare famigli, depositari di aspettative ambiziose, basta pensare a cordate che si aggiudicano tutti i lavori e tutte le opere in regime di monopolio, a amministratori inamovibili, a soggetti di vigilanza dei quali si conoscono le perizie telefoniche come quando il dottore ti diagnostica la bronchite facendoti dire 33 al cellulare, basta pensare a difese ad oltranza passate e vigenti di innumerevoli governanti bipartisan nei confronti di spericolati e pericolosi boiardi, fino agli ultimi:  Lupi su Incalza, Lupi su Ciucci, Renzi su Descalchi, Renzi su De Gennaro.

A essere maliziosi c’è da sospettare che se qualcuno degli oggetti di tanta fiducia illimitata cade come un pilone, cede come un passante, scricchiola come una trave di una scuola, non dipenda da accertate responsabilità, non avvenga per una necessaria e improrogabile moralizzazione, imposta da una generalizzata condanna, né tantomeno per  la potenza giudiziaria di indagini, inchieste e condanne. Ma semplicemente per un avvicendamento fisiologico attribuibile alla necessità di un ricambio che accontenti nuovi appetiti, all’opportunità di issare in sella cavalieri graditi a finanziatori e padroni dispotici, all’urgenza indilazionabile di mettere a frutto legami, relazioni, intese consolidate in ambienti opachi quanto influenti. La rottamazione magari smonta le marionette, ma restano le dita che tirano gli stessi fili, rimangono le qualità che si richiedono ai burattini: ubbidienza/intraprendenza, fidelizzazione/astuzia, disinvoltura/ ortodossia al pensiero fortissimo dell’interesse privato contro il bene comune. Meritocrazia vuol dire che premio senza gara, privilegi senza capacità, posti senza lavoro, soldi senza fatica se li meritano solo e sempre loro, finchè non saremo noi a rompere il giocattolo.

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