Anna Lombroso per il Simplicissimus

Diciamolo, quelli rubano, fanno i soldi col crimine e poi girano sui macchinoni e ci sfottono pure. Quelli sono dei parassiti, non pagano le tasse, ma godono di tutti i benefici dello stato sociale anche più di voi. Quelli ci mettono le mani nella tasche senza pudore e se li fermano,  se li denunciano, se li arrestano, poi sono subito fuori, i loro reati vanno in prescrizioni e loro tornano a delinquere come se niente fosse, certi della loro impunità. Quelli non riconoscono leggi né regole né  istituzioni e organismi dello stato, che irridono e sbeffeggiano. Quelli condannano i bambini all’ignoranza e alcune delle loro ragazze si vendono, magari per un cellulare, un gioiello, un paio di stivali alla moda. Eh si, sarebbe proprio ora di prendere i picconi, andare a stanarli dalle cucce dove stanno a spese nostre, metterli ai margini della società. Ecco.

Ma no, fermi tutti. Cosa avere capito? Mica stavo parlando  di amministratori regionali, imprenditori spregiudicati, evasori inveterati, politici corrotti, banchieri sleali, ministri che negano la scuola pubblica, esattori incaricati da potenze esterne. E nemmeno di nipotine eccellenti, di ladri di beni comuni che rivendono a quattro soldi, di cricche dedite alla malavita disciplinata per legge, in modo che possano finanziare personalità che si affacciano sulla scena pubblica.

No, parlavo di altre tribù, di altri “malviventi”, di altri pericoli per la collettività, parlavo dei rom nella “percezione” e nella propaganda del Salvini, costretto a contenere  il suo esuberante entusiasmo dichiarando che i loro accampamenti devono essere necessariamente messi a ferro e fuoco, devono essere beneficamente rasi al suolo per il bene di tutti, ma, purtroppo, solo dopo aver annunciata anticipatamente la pulizia etnica, in modo che possano “comprarsi o affittarsi casa come tutti gli altri”, insomma, lascia intendere,  come gli occupanti abusivi di alloggi, come gli sfrattati messi sul lastrico da speculatori, immobiliaristi, comuni ed enti strangolati dalle cravatte dei tagli e del fiscal compact. Anche loro malvisti, anche loro “fuori legge”,  oggetti indiretti di sostegni ingenti stanziati dal ministro leghista Maroni e da altre figure istituzionali centrali e periferiche, quelle  benevolenze umanitarie che puzzano, quelle si, visto che inchieste giudiziarie a varie latitudini hanno dimostrato che erano investimenti promossi per alimentare il brand dello sfruttamento. Come è avvenuto per gli odiati immigrati, per i poco sopportabili aspiranti rifugiati, condannati a integrarsi si, purché in quella tenebra della clandestinità, della marginalità, dell’esclusione, illuminata dai falò purificatori dei benpensanti, dalle bottiglie incendiarie dei ragazzi vivaci interpreti del malessere dei probi cittadini, dai riflettori dei servizi d’ordine pubblici o privati, incaricati di operazioni di recupero e restituzioni alla civiltà di territori degradati.

Ai Salvini, come ai sindaci sceriffi a cominciare dal fondatore del Pd, piace vincere facile. Nella progressiva normalizzazione della trasgressione, grazie all’assuefazione, alla legittimazione di comportamenti illegali tramite leggi o in virtù di necessarie rinunce all’onestà, alla morale, alla giustizia in favore di profitti,  potendo scegliere che diversi da noi colpire, meglio lasciar stare chi sta in alto, meglio accanirsi su chi è più estraneo, meglio trattare da criminali i ladruncoli, meglio dare addosso a chi nelle disuguaglianze è più differente, anche se per lo più è cittadino italiano, per abitudini, tradizioni, volontà più o meno consapevole, più o meno indotta, di non appartenere all’autobiografia nazionale, di non integrarsi.

“Per primi vennero a prendere gli zingari”? Ma no, prendiamoli anche per ultimi, dopo avere esaurito il business del loro sfruttamento, perché non c’è migliore obiettivo di loro  per una propaganda che si fonda su paura, razzismo, autoritarismo antidemocratico, sulla perdita di senso dell’antifascismo e sulla lettura aberrante della storia  resistenziale, sull’esaltazione delle monocrazie,  sulla perdita di rispetto dei valori costituzionali quindi anche di quelli della coesione sociale, dell’uguaglianza, del lavoro, dei diritti. E vista di buon occhio, come espressione dell’opposizione preferita, quella che si pone come impresa della paura, che fa della xenofobia un marchio di fabbrica, non in difesa di valori e identità di popolo, ma come legittima autodifesa e esaltazione di un differenzialismo che tuteli gli autoctoni tramite il rifiuto, il respingimento, la repressione degli “altri”, dei forestieri, dei diversi e a completamento dell’opera svolta dal susseguirsi di governi nazionali e locali per incrementare disuguaglianze, impoverimento del ceto medio e condanna all’esclusione dei più poveri, affermazione della precarietà, politica del ricatto e della minaccia, estrazione da dentro e naturale sdoganamento dell’invidia, del risentimento, dell’istinto alla deresponsabilizzazione e alla sopraffazione.

E poi, ammettiamolo, gli zingari rubacchiano, fanno petulantemente la questua, si arrampicano sui bus dove non pagano il biglietto con quei grappoli di bambini appesi al collo. Insomma fanno in dimensione di scala quello che fanno ben altri e molti altri e che non vorrebbero fare, perché anni di esclusione hanno probabilmente rimosso istinti, fatto dimenticare l’indole, imponendo il conformarsi allo stereotipo, che a nessuno può piacere stare in accampamenti esposti al gelo e alla calura, senz’acqua o corrente, dove negli anni  è stata mantenuta  al livello più basso possibile  la vivibilità in modo da nutrire emarginazione e isolamento, da favorire la permeabilità a comportamenti trasgressivi, non poi troppo diversi  da quelli dell’ “economia informale”, come all’insediamento di altri “diversi”, di altre etnie, quelle sfuggite alle guerre umanitarie e all’importazione di democrazia, in un perverso gioco di scatole cinesi, con una iniquità dentro l’altra, una sopraffazione sull’altra, miseri su più miseri ancora, diseredati che si accaniscono su chi è più disperato. Salvo appunto fargli passare sopra le ruspe a ogni campagna elettorale.

Si è coronato il sogno della regolarizzazione del razzismo, della sua accettazione, in un contesto apparentemente democratico, come difesa necessaria. Basta leggersi – se si supera la nausea, male sempre meno endemico – la pagina di Salvini sui social network, le migliaia di “mi piace”, i commenti  del popolo amico di Casa Pound.

Comincio a pensare che se un tempo avevamo paura di Berlusconi dentro di noi, ormai c’è da aver paura di molti “noi” dentro Salvini.