Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri una lettrice attenta almeno quanto adirata mi segnalava il caso di una fondazione dal nome irresistibilmente umoristico di “Calabria Etica”, alla quale si devono 700 assunzioni (per un costo di oltre un milione e 300mila euro) di esplicita cifra clientelare da adibire  ad attività di carattere culturale e sociale. Mi fidavo, ma per consolidata consuetudine professionale, ho cercato conferma. E infatti: “Calabria Etica, titola il Fatto, indagato ex presidente. Assunzioni sospette per avere voti”. Nel mirino dei pm Pasqualino Ruberto, oggi candidato a sindaco di Lamezia Terme ed ex presidente dell’associazione, “diventata un assumificio funzionale alla candidatura con il centrodestra dell’aspirante primo cittadino”.

Si tratta di CoCoPro, certo, ma  precari eccellenti:  qualcuno ha potuto beneficare di un contratto triennale da 114 mila euro, per lo più erano parenti di parenti, famigli, fedelissimi e fan di un’altra associazione, la Labor presieduta sempre dal Ruberto, che avrebbe mobilitato per la campagna elettorale   numerosi dipendenti della Calabria Etica, con emolumenti che vanno da 24mila euro a 71 mila euro all’anno.

Sono insorti i dipendenti, macchiati dagli schizzi dell’instancabile  “macchina del fango”, così come si sono rivoltati  contro i veleni della irresponsabile “campagna mediatica” i dipendenti della cooperative coinvolte in Mafia Capitale.  Proprio come i lavoratori dell’Ideal Standard che contavano di essere “riconvertiti”,  insieme all’azienda, nel Sea Park, il parco acquatico che avrebbe dovuto essere realizzato con il contributo di capitali di un consorzio di imprese emiliane, la Cecam.  Come i dipendenti o aspiranti tali delle imprese coinvolte nello scandalo di Ischia, in quello del passante di Firenze, nel Mose, nella Tav, nell’Expo, nelle grandi opere, nessuna delle quali è indenne da infiltrazioni criminali, quelle della mafie e quelle delle leggi eccezionali, adottate per aggirare regole e controlli, per promuovere appalti opachi, per  avvantaggiare le cordate dei malfattori favoriti del sistema politico.

È che se la macchina del fango sembra essere  l’unica tecnologia che non teme la concorrenza dei paesi emergenti, l’unico lavoro che ancora resiste in Italia, l’unico settore che fa assunzioni sia pure avvelenate da familismo, clientelismo, arbitrarietà, discrezionalità anticipando  il nuovo sistema di regolazione del mercato disegnato dal Jobs Act è il malaffare. Non abbiamo dati certi: il più solido ed inattaccabile strumento di propaganda per spacciare la droga delle grandi opere  è la loro inafferrabile, non quantificabile, insondabile qualità di dinamici motori di occupazione e di benessere diffuso al servizio provvidenziale delle popolazioni interessate. Una buona fama e un’ottima stampa, che  condividono con le grandi navi, con l’Ilva di Taranto, con la Tirreno Power, con le innumerevoli fabbriche del cancro, produzioni di veleno, speculazioni per cementificare il paesaggio, piramidi faraoniche dall’elevatissimo impatto ambientale, perché pare non siamo più in condizione di scegliere tra salario sia pure precario e salute, tra posto sia pure non fisso e legalità, tra ricatto e diritti, condannati a piegarci alla necessità vera o artificiosamente alimentata per renderci schiavi.

Così c’è da sospettare che la corruzione non serva solo per rubare, per lucrare, per favorire lo scambio di favori e voti, sia pure dove le elezioni siano ormai una stanca liturgia di conferma di autonominati, per creare consenso di strati e ceti che ne sono avvantaggiati, per diffondere una contro cultura dell’anti stato, sicché giù per li rami tutti siano  indotti a piegarsi alle sue contro-leggi del più forte, dell’agevolazione personale intesa come scorciatoia se non addirittura come difesa necessaria contro soprusi, lacci e laccioli della burocrazia sempre più parziale, sopraffazioni di amministratori, padroni, controllori contaminati. E che sia invece l’ultima deriva rimasta per nutrire un’economia parassitaria, per occupare gente ormai fuori dalla idolatrata competitività, estranea alla divinizzata meritocrazia, che l’unico merito è l’affiliazione, la familiarità coi potenti e sottopotenti, la parentela o la fidelizzazione, l’assoggettamento e l’ubbidienza. In attesa che una auspicata guerra mobiliti eserciti di schiavi con la pala a fare ammuina, scavando e riempiendo trincee,  con le armi per sfamarsi di bottini e saccheggi e per giovarsi di violenze e bestialità ferina,   proprio quella della quale ci impartiscono ogni giorno lezioni  secondo una pedagogia che deve farci dimenticare solidarietà, uguaglianza, giustizia.