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Casal di Padania

mafie-al-nord-immagini Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non c’è film ambientato a Napoli nel quale l’improvvido turista derubato non venga consigliato dagli indigeni di rivolgersi all’esponente locale della camorra per negoziare la restituzione della valigia rubata o dell’orologio della laurea sottratto mentre transitava in taxi verso l’Hotel Royal. E non c’è film ambientato a Roma nel quale il ragazzino dei Parioli cui hanno “preso in prestito” il motorino fuori dalla pizzeria di Trastevere non vada a chiedere aiuto al capannello di piccoli malavitosi che bivacca nel solito bar di via della Scala o di Santa Maria.

Non stupiamoci dunque se il costume si è diffuso tanto che oggi veniamo a sapere dalle cronache che un direttore di banca di una filiale veneta la cui fidanzata era stata derubata di una borsa con la tesi di laurea,  si è rivolto ai Casalesi che in 24 ore hanno recuperato e riconsegnato la refurtiva. Così il protagonista dell’episodio, lo ha riferito il Procuratore nazionale antimafia Ferdinando Cafiero de Raho, diventato da allora ostaggio dei clan di Casal di Principe, è stato costretto a prestare la sua consulenza nei traffici illeciti.

Aveva ragione quel carabiniere ascoltato nel corso di un processo per infiltrazioni mafiose nel Nord, che disse che ormai tutto quello che non è Calabria, o Sicilia, Calabria o Sicilia è destinato a diventare. La Guardia di Finanza e la Polizia, coordinate dalla Dda di Venezia, hanno in questi giorni eseguito  50 misure cautelari (47 in carcere, 3 ai domiciliari) e 9 provvedimenti di obbligo di dimora e di altro tipo come il divieto si svolgere la professione di avvocato e sequestrato  beni per 10 milioni. Le operazioni   hanno avuto come teatro  Venezia e altre località della provincia, Casal di Principe, in provincia di Caserta,  e tra gli accusati di associazione a delinquere di stampo mafioso e altri gravi reati:  estorsioni per riscuotere crediti, truffe all’erario, traffico d’armi, violenze, e ricatti, ci sono il sindaco di Eraclea,  un avvocato e dei commercialisti e un direttore di banca  che permetteva ai malavitosi, come già faceva il suo predecessore, di operare sui conti societari senza averne titolo, concordando l’impiego di prestanome e omettendo sistematicamente di segnalare le operazioni sospette. Tra i filoni d’indagine ancora aperti c’è dunque  l’ipotesi di rapporti con la politica e il voto di scambio, i con il clan dei Casalesi che ruoterebbero attorno al settore dell’edilizia legato alle costruzioni lungo la costa adriatica veneziana, da San Donà di Piave a Bibione, Caorle e oltre.

Questa ultima operazione conferma i dati del rapporto semestrale di giugno 2018 della Dia che riferiva come il Veneto  sia “teatro di associazionismo criminale con tutte le più potenti mafie italiane ben radicate nel territorio” . E la Commissione parlamentare antimafia nella sua Relazione conclusiva ha scritto che esistono “diversi elementi fanno ritenere che siano in atto attività criminali più intense di quanto finora emerso perché l’area è considerata molto attrattiva”.  Nella  provincia di Venezia Cosa Nostra avrebbe riciclato capitali illeciti nel settore immobiliare, come accertato nel corso  dell’inchiesta Adria Docks.  L’indagine Jonny ha rivelato  “ciclici collegamenti della criminalità locale con la ‘ndrangheta, per consolidare la presenza  della cosca Arena di Isola Capo Rizzuto nel brand del traffico di sostanze stupefacenti e riciclaggio di denaro “sporco” .  Sono state denominate  Fiore reciso, Stige, Picciotteria 2, Ciclope,  le indagini che in questi anni hanno portato alla luce i sodalizi tra criminali locali e organizzazioni riferibile a mafia, ‘ndrangheta, camorra,  con l’ausilio di stimati esponenti dell’imprenditoria, delle banche e delle casse rurali, di professionisti e funzionari pubblici, impegnati a creare un humus favorevole al business criminale.

E si scopre in questi casi che l’ombra lunga dell’alleanza tra mala e mafie si proietta ancora  in quelle zone che parevano antropologicamente esenti: poco meno di un anno fa la Guardia di Finanza ha confiscato tre immobili nelle province di Lucca, Pisa e Firenze riconducibili al patrimonio di Felice Maniero, del valore stimato di circa 4,5 milioni di euro. E chissà dove è custodito ancora il bottino frutto di quel sodalizio. Chi ancora oggi ne gode i frutti dopo la resa dell’avventuriero che aveva soggiogato l’informazione per i suoi modi da guascone che facevano dimenticare i suoi efferati delitti.

Che l’infiltrazione mafiosa nell’operoso Nord risalga ai primi anni ’90 si sapeva. Già allora i casalesi avevano conquistato il litorale oggi ambientazione dell’operazione investigativa, da tempo è stato denunciato che organizzazioni criminali comprano le vendemmie per occupare militarmente il comparto delle bollicine, che a Milano risiedono i più attivi riciclatori professionali in grado di trovare un miliardo in contanti in due ore tra le dieci di sera e mezzanotte, quando banche e finanziarie sono chiuse, e i più professionali addetti al trasferimento di denaro all’estero nelle Andorre, nelle Azzorre, a Gibilterra, nel Liechtenstein, nel Principato di Monaco, o che in Lombardia gli usurai mafiosi hanno sostituito quelli tradizionali perfezionando i sistemi di ricatto e intimidazione cruenta, bene introdotti dal gruppo di Coco Trovato, uno specialista del settore, che si era guadagnato una reputazione di rispettabilità grazie alla assidua frequentazione e allo scambio di favori e alla comunanza di interessi con le élite locali che hanno accreditato lui e altri padrini e che hanno favorito un modello imprenditoriale centrato sull’acquisizione di aziende in crisi trasformate in attività legali di facciata dietro alle quali svolgere  quelle illegali.

È emblematica la dichiarazione resa agli inquirenti in tribunale di Ivano Perego, della Perego Strade, una azienda partecipata dalla ‘ndrangheta, cui il fondatore si era rivolto quando l’impresa famigliare risentì della crisi: e il lavoro arrivò, racconta in aula, perché quello era un settore nel quale i mafiosi ci stavano già, e qua nel Nord non troverà un brianzolo o un bresciano a operare nei trasporti, hanno relazioni importanti, procurano appalti ghiotti, favoriscono finanziamenti per il leasing cui gente come noi non ha mai avuto accesso…. Come, non lo so, io ho fatto i miei interessi e non sto a vedere cosa fanno loro.

Per anni il ceto dirigente del Nord si è speso per smentire gli allarmisti (a cominciare dal generale Dalla Chiesa), rassicurare, minimizzare, rafforzando la narrazione di un territorio sano, intorno a una capitale morale inviolata dal crimine, perlomeno prima dell’invasione degli stranieri foriera di scippi, spaccio, rapine in villa da contrastare con la pistola sul comodino. Come se non fosse già risaputo da anni che era la ‘ndrangheta a farla da padrona all’Ortomercato di Milano, magari coperta- vi furono innumerevoli denunce – dai vigili che chiedevano la stecca in cambio della protezione,  come se la Dia e le Commissioni parlamentari non avessero riferito che sono le agenzie di collocamento mafiose a selezionare il personale di baristi, inservienti, buttafuori di locali, balere e night della movida delle pingui province padane. Come se il commissariamento dell’Expo non fosse stato deciso proprio dopo l’accertamento delle infiltrazioni mafiose e degli appetiti del malaffare contiguo nella grande fiera del cibo. Come se i giri di poltrone nei consigli di amministrazione e nei vertici della grandi opere non dipendessero da ingressi e uscite alla “porte girevoli” di tribunali e patrie galere, prima e dopo permanenze troppo brevi. E come se non fosse stato proprio il Cnel, per una volta efficiente, a diagnosticare e analizzare il processo secondo il quale mafiosi arrivati al nord, alcuni dei quali trasferitisi al seguito di carcerati eccellenti insieme alle famiglie in nuclei numerosi, hanno potuto estromettere gli imprenditori locali, acquisire attività, rilevare fabbriche, immobili, appezzamenti agricoli, greggi e allevamenti, boschi e vigneti grazie all’intermediazione e ai servigi di quelli che vengono chiamati “uomini cerniera”, colletti bianchi che la cronaca definisce “insospettabili”, commercialisti, funzionari delle amministrazioni pubbliche e di istituti finanziari, controllati e controllori.

Eppure esistono da anni le mappe che segnalano quali clan e di quali provenienze si sono spartiti i territori, con la ‘ndrangheta preponderante rispetto a Cosa nostra e camorra, eppure basterebbe guardare a uno degli indicatori più rilevanti per valorate il controllo della politica esercitato dalla criminalità organizzata, la lista cioè dei comuni sciolti per condizionamento mafioso. Eppure basterebbe “seguire i soldi” per individuare i brand dell’impero mafioso: traffico di droga e armi, sfruttamento della prostituzione, tratta degli schiavi, e poi la rete commerciale degli esercizi: pizzerie, bar, palestre, ristoranti, night, discoteche. Cui si aggiungono i settori meno tradizionali: le imprese legali, le immobiliari, le finanziarie, le cordate delle costruzioni, quelle del movimento terra e dello smaltimento dei rifiuti. Eppure nessuno potrà dichiararsi innocente, nessuno potrà dire che anche questo fenomeno era imprevedibile e quindi incontrastabile.

Anche perché a ben vedere questa commistione di interessi illegali e regolari, le correità diffuse, l’omertà prodotto del ricatto, la speranza che la salvezza, il benessere, la sicurezza arrivino da altre fonti opache ma potenti non possono non confermarci che il sistema nel quale sopravviviamo è sostanzialmente criminale, occupato militarmente e governato da poteri scellerati secondo modalità e usi banditeschi che opprimono e reprimono, sfruttano e intimoriscono, quando i confini tra legale e legittimo sono sfumati e rispondono a criteri numerici che nulla hanno a che fare con la rappresentanza, quando il settanta per cento del conto della pizzeria va alla malavita e porzioni analoghe dei nostri investimenti in fondi vanno al crimine finanziario, quando ceti sono emersi grazie a clientelismo, familismo, corruzione e malaffare e pretendono impunità per il loro contributo sia pure in forma disuguale,  al benessere generale e pure al buon governo, avendo dato vita e nutrimento a dinastie di spregiudicati eredi pronti, proprio come nelle famiglie delle cupole, a prestarsi per delitti, ruberie, abusi e soperchierie come è d’uso nel racket dell’impero.

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L’etica dei parassiti

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri una lettrice attenta almeno quanto adirata mi segnalava il caso di una fondazione dal nome irresistibilmente umoristico di “Calabria Etica”, alla quale si devono 700 assunzioni (per un costo di oltre un milione e 300mila euro) di esplicita cifra clientelare da adibire  ad attività di carattere culturale e sociale. Mi fidavo, ma per consolidata consuetudine professionale, ho cercato conferma. E infatti: “Calabria Etica, titola il Fatto, indagato ex presidente. Assunzioni sospette per avere voti”. Nel mirino dei pm Pasqualino Ruberto, oggi candidato a sindaco di Lamezia Terme ed ex presidente dell’associazione, “diventata un assumificio funzionale alla candidatura con il centrodestra dell’aspirante primo cittadino”.

Si tratta di CoCoPro, certo, ma  precari eccellenti:  qualcuno ha potuto beneficare di un contratto triennale da 114 mila euro, per lo più erano parenti di parenti, famigli, fedelissimi e fan di un’altra associazione, la Labor presieduta sempre dal Ruberto, che avrebbe mobilitato per la campagna elettorale   numerosi dipendenti della Calabria Etica, con emolumenti che vanno da 24mila euro a 71 mila euro all’anno.

Sono insorti i dipendenti, macchiati dagli schizzi dell’instancabile  “macchina del fango”, così come si sono rivoltati  contro i veleni della irresponsabile “campagna mediatica” i dipendenti della cooperative coinvolte in Mafia Capitale.  Proprio come i lavoratori dell’Ideal Standard che contavano di essere “riconvertiti”,  insieme all’azienda, nel Sea Park, il parco acquatico che avrebbe dovuto essere realizzato con il contributo di capitali di un consorzio di imprese emiliane, la Cecam.  Come i dipendenti o aspiranti tali delle imprese coinvolte nello scandalo di Ischia, in quello del passante di Firenze, nel Mose, nella Tav, nell’Expo, nelle grandi opere, nessuna delle quali è indenne da infiltrazioni criminali, quelle della mafie e quelle delle leggi eccezionali, adottate per aggirare regole e controlli, per promuovere appalti opachi, per  avvantaggiare le cordate dei malfattori favoriti del sistema politico.

È che se la macchina del fango sembra essere  l’unica tecnologia che non teme la concorrenza dei paesi emergenti, l’unico lavoro che ancora resiste in Italia, l’unico settore che fa assunzioni sia pure avvelenate da familismo, clientelismo, arbitrarietà, discrezionalità anticipando  il nuovo sistema di regolazione del mercato disegnato dal Jobs Act è il malaffare. Non abbiamo dati certi: il più solido ed inattaccabile strumento di propaganda per spacciare la droga delle grandi opere  è la loro inafferrabile, non quantificabile, insondabile qualità di dinamici motori di occupazione e di benessere diffuso al servizio provvidenziale delle popolazioni interessate. Una buona fama e un’ottima stampa, che  condividono con le grandi navi, con l’Ilva di Taranto, con la Tirreno Power, con le innumerevoli fabbriche del cancro, produzioni di veleno, speculazioni per cementificare il paesaggio, piramidi faraoniche dall’elevatissimo impatto ambientale, perché pare non siamo più in condizione di scegliere tra salario sia pure precario e salute, tra posto sia pure non fisso e legalità, tra ricatto e diritti, condannati a piegarci alla necessità vera o artificiosamente alimentata per renderci schiavi.

Così c’è da sospettare che la corruzione non serva solo per rubare, per lucrare, per favorire lo scambio di favori e voti, sia pure dove le elezioni siano ormai una stanca liturgia di conferma di autonominati, per creare consenso di strati e ceti che ne sono avvantaggiati, per diffondere una contro cultura dell’anti stato, sicché giù per li rami tutti siano  indotti a piegarsi alle sue contro-leggi del più forte, dell’agevolazione personale intesa come scorciatoia se non addirittura come difesa necessaria contro soprusi, lacci e laccioli della burocrazia sempre più parziale, sopraffazioni di amministratori, padroni, controllori contaminati. E che sia invece l’ultima deriva rimasta per nutrire un’economia parassitaria, per occupare gente ormai fuori dalla idolatrata competitività, estranea alla divinizzata meritocrazia, che l’unico merito è l’affiliazione, la familiarità coi potenti e sottopotenti, la parentela o la fidelizzazione, l’assoggettamento e l’ubbidienza. In attesa che una auspicata guerra mobiliti eserciti di schiavi con la pala a fare ammuina, scavando e riempiendo trincee,  con le armi per sfamarsi di bottini e saccheggi e per giovarsi di violenze e bestialità ferina,   proprio quella della quale ci impartiscono ogni giorno lezioni  secondo una pedagogia che deve farci dimenticare solidarietà, uguaglianza, giustizia.


Scambisti in Parlamento

Voto-di-ScambioAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri dunque con entrata in vigore immediata, è stata votata la legge sul voto di scambio secondo la quale non servirà più necessariamente lo scambio di denaro per punire penalmente il commercio politico-mafioso, ma anche “altre utilità” che presuppongono accordi tra politici e organizzazioni mafiose. Il reato, dunque, sarà allargato anche ad altro tipo di legami e favori, non solo dietro pagamento di denaro. La pena detentiva prevista per il reato punito dall’articolo 416 ter del Codice penale passa però da un minimo 4 anni a un massimo 10 anni, mentre nel testo uscito precedentemente dal Senato la pena prevista era minimo 7, massimo 12.

Questa misura “regressiva”, come sempre lo sono le indulgenze, frutto probabilmente dall’affettuoso tête-à-tête tra Renzi e Berlusconi o dal ruolo di influente suggeritore di Verdini, è stata accolta con violento disappunto dall’opposizione. E vorrei ben vedere. Non c’è giustificazione alcuna per aver reso ancora meno severa una legge che ancora una volta suona come una dichiarazione di impotenza e resa di fronte al malaffare, all’accondiscendenza alla criminalità, alla complicità diventata sistema di governo a tutti i livelli. E che rende palese nel ceto dirigente quella specie di divina indifferenza all’immoralità, quella potente cultura dell’illegalità che in tutto il Paese ha prodotto e incrementato antichi connubi fra borghesia imprenditoriale, Stato, poteri pseudoreligiosi come Comunione e Liberazione, che tace sull’infiltrazione della criminalità organizzata fino ad assecondarla. E che ne fa pratica quotidiana, come ha segnalato proprio ieri da Cantone, alla guida dell’Autorità contro la Corruzione, che ha denunciato come da quando il suo organismo è stato esautorata dal compito di esprimere un parere sulla conferibilità degli incarichi a chi viene condannato, messo in carico a un organo politico, come il Ministero per la Semplificazione, nessuno se ne stia più occupando.

E d’altra parte la legge sul voto di scambio è un corollario alla legge anticorruzione varata dal governo Monti, addomesticata e addolcita per accontentare e blandire il partito dell’allora incriminato, non per superare Tangentopoli, ma per poterla più compiutamente perpetuare. E che non reintroduce il falso in bilancio, svuotato da Berlusconi nel 2002: eppure il crac del San Raffaele cominciò proprio così. Non contempla un reato essenziale, l’autoriciclaggio: punito in gran parte d’Europa; reclamato, prima che da Bruxelles, dalla Banca d’Italia, pur sapendo che la non punibilità dell’autoriciclaggio “frena le indagini, non consente di indagare su quanti, avendo commesso un reato, utilizzano i proventi del denaro sporco per investirlo in attività lecite e turbare l’economia”, come in altri tempi denunciò l’attuale presidente del Senato. Una legge che elenca come attestazione di buone intenzioni, crimini punibili solo in teoria – traffico di influenze, concussione – visto che i trasgressori rischiano pene talmente ridotte che prestissimo otterranno la prescrizione.

Ma non è solo l’indulgenza sospetta a essere poco convincente in merito alla volontà di reprimere – che di prevenzione sarebbe vano parlare – possibili connivenze, correità, commerci infami. La nuova norma sul 416 ter rischia di essere inutile, allorché prevede che i voti siano procurati attraverso il metodo “mafioso”, ossia attraverso intimidazione o violenza, cosa che nella realtà non avviene quasi mai. E dire che sono molti i nostri rappresentanti che hanno avuto a che fare con l’inquietante controparte, siano essi temporaneamente a Beirut, abbiano assunto stallieri, abbiano ricevuto sostegno in campagne elettorali in tutte le latitudini. E dovrebbero sapere che la criminalità organizzata ha cambiato aspetto, dismettendo la coppola e preferendo la grisaglia, ha maturato formidabili competenze professionali, ha identificato nuovi brand più redditizi del pizzo, attribuisce meno rilevanza a business tradizionali, droga, prostituzione, entrando con determinazione e abilità nell’economia “legale”, diventata già così informale da aprire varchi e da garantire la penetrazione in aziende sane sia pure in crisi, da favorire l’accesso a appalti sempre meno trasparenti, da lanciare affari insospettabili. Le mafie entrano nei consigli di amministrazione di istituti di credito decidendo dell’”affidabilità” di clienti e l’erogazione di crediti, comprano collezioni di moda, acquisiscono vendemmie per collocare sul mercato i loro vini. In sostanza le forme del ricatto e dell’intimidazione sono marginali rispetto a persuasioni molto più convincenti e molto meno appariscenti. E per una legge che dovrebbe punire il reato di voto di scambio e quindi le insane alleanze dei politici e criminali, si sono affievoliti i controlli sui commerci tra magie e funzionari della pubblica amministrazione.

Ma soprattutto si registra un moderno e dinamico trend che mira – in nome della cosiddetta semplificazione – ad accelerare i tempi, a superare i vincoli, a rendere più agili le procedure di controllo e autorizzazione, a preparare il terreno per altri scudi, altri condoni, altri ravvedimenti operosi, di quelli che con una multarella compiacente permettono abusi, oltraggi, crimini. In modo che l’informalità e la licenza aprano la strada all’indecenza e all’illegalità. È una delle forme dell’involuzione autoritaria che è stata impressa a tutto il processo di “revisione istituzionale”. L’insofferenza alla critica che la connota la dice lunga, l’accusa di disfattismo di chi chiede severità, quella rivolta ai dissenzienti di inopportunità, di gridare “al lupo” immotivatamente, quella di ostacolare la crescita con le ubbie dei professoroni dimostra che il potere è determinato a vincere sul diritto. Gridano “al lupo” ma i lupi sono loro.


Di Vendola e della Lucania

elezioLe nuove strazianti giustificazioni di Nichi Vendola, quelle che le sue grasse risate con Archinà sarebbero state artatamente allungate nell’audio della telefonata, ci danno una dimensione nuova del personaggio che dall’ardire utopico dei pensieri lunghi, si arena sulla sfacciataggine concreta delle gambe corte. E tuttavia una spiegazione di Vendola, come di gran parte della ex sinistra e della situazione in cui versa il Paese intero viene dalla Lucania (mi rifiuto di chiamarla Basilicata*)  e dalle sue recenti elezioni regionali. Sappiamo che ha votato poco più del 47% degli aventi diritto il che non ci avvicina affatto alle democrazie mature, come con puntualità cronometrica fanno sempre notare i cretini, ma semplicemente alla disillusione dei cittadini.

Dunque se estrapoliamo i voti arrivati ai piccoli partiti da sempre esclusi dalla stanza dei bottoni, quelli delle formazioni personali e del M5S, troppo recente per avere ancora le mani in pasta, abbiamo 209. 954 schede andate alle forze politiche, diciamo così, tradizionali nel senso che direttamente come maggioranza o indirettamente come consistente minoranza hanno partecipato al potere locale. Questo magari di per sé non dice molto, ma se cominciamo a sommare la Regione con i suoi 20 consiglieri e i 1163 dipendenti, le due provincie di Potenza e Matera con i loro apparati, i 131 Comuni ognuno dei quali col suo consiglio e i suoi dipendenti, se a questi aggiungiamo i lavoratori delle municipalizzate, la schiera dei consulenti, chi lavora in strutture esterne a guida totale o parziale degli enti locali, ci ritroviamo con non meno di 40 mila persone, che volenti o nolenti sono nel giro della politica e da essa dipendono per le carriere, i contatti, l’eventuale uscita dal precariato, il mantenimento di posti di lavoro di per sé ridondanti o la possibilità stessa di lavorare. A questi vanno aggiunti tutti i privati, legati in qualche modo alla benevolenza e/o ai contratti della mano pubblica nella modalità scambista ormai tipica dello Stivale: aziende del settore edile, stradale ed energetico, servizi territoriali, attività agricole. La cifra sale prudenzialmente a circa 60 mila persone. Se a queste applichiamo un moltiplicatore di 2,5 ossia quello che si riferisce al numero di familiari con diritto di voto (ma è una media europea ed è possibile che in Lucania siano di più)  otteniamo la bellezza di 150 mila.

E’ presumibile che non siano certo queste le persone che si astengono dall’andare alle urne per rabbia, senso di impotenza o di disaffezione, per cui possiamo con una certa tranquillità e plausibilità sostenere che solo poco più di 50 mila suffragi si riferiscano a un reale voto di opinione. Certo il fenomeno non è nuovo, ma purtroppo è andato allargandosi a dismisura negli anni del berlusconismo e rischia di esplodere con l’astensionismo; una cosa è avere – per lo meno nelle regioni meridionali – un 40 per cento di voto eterodiretto, un’altra averne i tre quarti. In questo modo infatti il sistema politico elegge se stesso e si perpetua, senza dover alcuna prova di buongoverno, anzi ricavando vantaggi dal suo contrario.

Ma cosa c’entra Vendola con tutto questo? C’entra col fatto che in Puglia, di certo non un altro mondo rispetto alla Lucania, è molto difficile che qualcuno governi senza cedimenti in una realtà che fa della consociazione trasversale la sua struttura. Anche se fa parte di una formazione politica radicale. Anzi forse più è radicale la forza politica, senza praticamente sponde nel governo nazionale, più questi cedimenti e le relative garanzie devono essere ampi. Per questo non c’è alcun bisogno di allungare le risate in un audio che del resto è facilmente controllabile dal questo punto di vista: le giunzioni e le ripetizioni sono immediatamente visibili sulla forma d’onda.

Forse per uscire da queste logiche bisognerebbe avere il coraggio di mettere un quorum alle elezioni locali e regionali, smettendola di dire che meno gente vota e più si è moderni. No, c’è solo più vecchia e corrotta oligarchia.

*Mi rimane misteriosa la ragione di chiamare Basilicata la Lucania, abbandonando il nome romano in favore di quello di ispirazione bizantina adottato  dai Normanni che riunirono in un un unico “giustizierato” con quel nome generico, peraltro attribuito anche ad altri territori , i vari castaldati longobardi in territorio lucano. Tra l’altro gli abitanti si chiamano Lucani, probabilmente dal nome di un’antica immigrazione dall’Asia Minore da cui ha preo poi il nome il terriotrio e porta questo nome anche la lucanica  la tipica salsiccia che nel nord ha trasformato la c in g, come accade con molta regolarità linguistica ed ha testimonianza anche in parole impudenti. In pratica l’unico luogo dove la dominazione bizantina in Italia è stata effettiva, è l’Esarcato di Ravenna il cui territorio si chiama oggi, beffardamente, Romagna. 


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