Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri siamo proprio venuti meno agli “schemi” e alle “funzioni” di Propp. C’erano le peripezie dei protagonisti, c’erano pericoli e trabocchetti del destino, ma non c’è stato il ristabilimento dell’equilibrio. C’erano l’allontanamento dai propri luoghi, l’infrazione: la “clandestinità”, il raggiro: gli scafisti, c’è stata la partenza. Purtroppo non c’è stato un salvifico oggetto magico, il salvataggio non è andato a buon fine, non c’è stato l’arrivo,  una felice conclusione e non ci sarà mai il sognato ritorno  a casa.

Come toccati dalla regina delle nevi della fiaba più vista e stravista di questi anni, come la piccola fiammiferaia dopo l’ultimo cerino, in quella  favola cattiva sul mare forza sette con venti a 35 nodi, sono morti di freddo quei naufraghi partiti dalla Libia su gommoni che sembravano gusci di noce, sono morti di freddo anche quando erano già sulle imbarcazioni di soccorso. Che ne hanno portati a Lampedusa 29, come statue di ghiaccio. Altri trenta sono vivi.

Ma forse in quel mare che sa essere così caldo, che pare essere così domestico stretto tra tante terre, che sembrava destinato al doux commerce, agli scambi, sulle cui coste si cantano canzoni che sembrano le stesse e si ballano danze che si assomigliano, ne sono morti forse trecento, gelati e annegati, trecento come nuovi martiri forse giovani e forti, forse ragazzini, forse donne stremate, tutti in fuga dalla guerra, dalla fame, dalla paura, a crepare di fame, freddo e terrore.

Sono morti come in una macabra allegoria del ghiaccio altero che stringe il cuore dell’Europa, dove alberga un iceberg che non si scioglierà a forza di dolore, non si spezza per la colpa antica e nuova, non si frantuma per la vergogna di veder morire le vittime di guerre che ha favorito, alle quali ha partecipato, schierandosi a intermittenza con nemici fatti amici e amici diventati nemici, non si schianta per la tremenda agnizione di non essere più una potenza, se la sua forza deriva solo dalla mortifera capacità di soggiogare popoli, avvelenare speranze, ridurre in servitù, derubare della ricchezza delle scelte e della libertà.

Non può che essere così in un continente unito solo da una moneta, governata dalle banche e dai loro vassalli, dove stati e popoli non contano più, sostituiti da caste, dove si vive in universi  separati e gerarchicamente sovrapposti. Signori, e servi. Eletti, e paria. Uomini, e topi. Dove c’è un piccolo numero di persone, quelle che stanno in alto, più in alto di tutti, dichiarate per legge al di sopra di ogni giudizio. Che godono, in quanto tali, per ciò che sono e non per ciò che possono aver fatto, del privilegio dell’impunità. Poi le altre, sempre più numerose, delimitate e separate dai buoni cittadini da un confine etnico – quelle che stanno in basso, più in basso di tutti – considerate invece, per legge, in quanto tali, per ciò che sono, non per ciò che possono aver fatto, colpevoli. Almeno potenzialmente. Pre-giudicate. A queste, se arrivano, se approdano, si prendono fin da bambini le impronte digitali, le si fotografano, perquisiscono, spostano, schedano e controllano senza limiti, come appunto con i delinquenti abituali, o per natura, o implacabilmente predestinati.

In mezzo, per ora, ci siamo noi. Che ci chiamiamo fuori per le lacrime che suscita  la favola crudele. Ci pare una virtù questa emozione. Ma è un modo per sentirci superiori, per convincerci che non potrà mai succedere a noi, ai nostri figli. Non state sereni, può accadere, non c’è casa abbastanza sicura, abbastanza tiepida,  cibo abbastanza caldo, né visi abbastanza amici. Se non siamo amici e compagni gli uni con gli altri.