1Dopo il giorno della memoria, anche quella del ricordo o meglio del falso ricordo voluto a suo tempo dal fascio berlusconismo per esaltare il sacrificio delle foibe e per rammentare l’esodo dei profughi istriani.  Tra i due giorni si inserisce come un funesto capolavoro di ipocrisia il lasciapassare al razzismo dato da un Pd ormai disposto a qualunque cosa: con i voti dei suoi adepti , appena distratti dall’insider trading del premier, la giunta per le immunità del Senato ha negato ai Pm di Bergamo l’autorizzazione a procedere per istigazione all’odio razziale contro Calderoli. Il quale aveva paragonato la ministra Kyenge a un orango: ma questa sarebbe solo una opinione “espressa nell’esercizio del mandato” .

Bisognerebbe davvero mandarli a fare, se non fosse che già lo fanno tutti i giorni con gli italiani. Con queste premesse è chiaro che memoria e ricordo diventano solo occasioni di ipocrisia “political correct”, celebrazioni vuote dietro cui si nasconde sempre un inconfessato verminaio, un cuore di tenebra in agguato. Del resto il giorno del ricordo sulle Foibe nasce integralmente dentro questo calderone e dovrebbe essere chiamato giorno dell’alterazione del ricordo, che per la verità è un’operazione quasi automatica per chi è abituato da secoli di cultura subalterna a inscenare il vittimismo per sbarazzarsi delle proprie responsabilità.

Innanzitutto andrebbe detto che l’orribile stagione delle foibe ha poco a che fare con la successiva migrazione dei profughi istriani, che fu determinata dai trattati di pace imposti al Paese dagli anglo americani dopo la rovinosa sconfitta nella guerra fascista. In secondo luogo andrebbe ricordato che fin dagli albori del regime mussoliniano fu condotta una campagna di italianizzazione violenta e forzata che aveva la sua radice nella dichiarata  “inferiorità slava” e che rese problematica una successiva convivenza. Per non parlare della inaudita ferocia dell’occupazione nazisfascista nei territori della ex Jugoslavia che provocò un milione di morti. Detto tra parentesi e per evitare un ulteriore fuga di responsabilità va detto che l’invasione tedesca fu determinata dalla necessità di salvare l’alleato italiano che stava crollando sotto gli attacchi greci dopo la ingiustificata e demenziale invasione voluta dal Duce per dare all’Italia fascista un posto al sole nero della guerra, sperando che prendendosela con la piccola Grecia, quasi sull’orlo di una guerra civile, si potesse riscattare l’inefficienza e la cialtroneria militare già dimostrata in pochi mesi. Anzi Hitler fu enormemente contrariato dal ritardo che la campagna di Jugoslavia impose all’invasione dell’Urss, anche se non poteva permettere per il momento che il bluff italiano fosse scoperto del tutto provocando un crollo del regime con tutte le conseguenze del caso, compreso quello di trovarsi impegnato su un nuovo fronte come di fatto avvenne tre anni più tardi.

Ora presentare la tragedia delle foibe, astraendola da tutto il contesto, non è solo un’operazione disonesta, ma una sorta di revisionismo per omissione cui infine si è presto anche il ministro dell’Istruzione, ora renziana per necessità di poltrona, nella sua circolare per il giorno del ricordo. Alleandosi idealmente con la canea fascistoide e ignorando che quelle ricordate sono in realtà le vittime di un regime che non si è risparmiato nulla per meritarsi una terribile vendetta. E allora sembra che le popolazioni italiane dell’Istria e della Dalmazia stessero giocando a tressette, quando inopinatamente sono arrivati i titini a far strage. Vergogna per un Paese che non ha memoria e quella poca se la costruisce per auto assolversi. I tedeschi hanno avuto centinaia di migliaia di morti tra i profughi provenienti dalle regioni orientali e che assommano in totale a 16 milioni, ma quella memoria collabora, insieme alla Shoà a rafforzare l’immagine nefasta del nazismo. Da noi invece avviene l’esatto contrario: la redenzione di un regime che è il primo responsabile prima dello scontro razziale e poi della perdita dell’Istria e della Dalmazia. L’ultima onta per le vittime di una tragedia.