expoDal 2008, giorno del festoso annuncio urbi et orbi di aver strappato l’Expò, tutto è andato storto: l’impresa si è rivelata un gigantesco magna magna del sistema politico affaristico con ritorni  vagi e indefiniti per il Paese. Ci si aspetta l’arrivo di 21 milioni di visitatori, previsione che se anche si verificasse, porterebbe nelle casse molto meno della metà del miliardo e mezzo che finora è stato speso, almeno ufficialmente, ma che potrebbe ( questa anzi è una certezza) più che raddoppiare. Certo c’è poi l’indotto legato al soggiorno e lo sperato rilancio dell’immagine Italia, cosa che dovrebbe avvenire con trasporti fragili e incompleti, strutture raffazzonate, messe in piedi in fretta e furia all’ombra delle mafie (nonostante i milioni spesi per affidare pseudo controlli a due società private), la mancanza assoluta di un tema globale riguardo all’alimentazione da affrontare seriamente. Tutto si risolverà in una sorta di confusa fiera gastronomica che nel complesso rischia di restituire un’idea dell’Italia  ancora peggiore di quella già ampiamente diffusa. Quanto agli affari e ai collegamenti economici posso direttamente testimoniare che essi non passano attraverso queste vetrine che appartengono ormai al passato e vengono buone solo ai Paesi in via di sviluppo, non certo a quelli sulla via del declino.

Parlare dell’Expo e delle sue piaghe è un modo di affrontare un tema più vasto e vitale: l’inconsistenza strutturale delle previsioni e il loro costante uso per buttare fumo negli occhi all’opinione pubblica. Come riporta Il Fatto, l’impresa era stata spacciata come un toccasana per l’occupazione: Confindustria prevedeva 200 mila posti di lavoro, sia pure temporanei, uno straordinario volano che giustificava anche il fatto che l’esposizione potesse fare da esperimento a una deregulation selvaggia del lavoro, modello job act. Più tardi la Regione ha ridimensionato il numero a 70 mila, mentre i sindacati dicevano 20 mila. Oggi siamo a meno di 5000. E questo tralasciando tutte le altre cose che non si sono fatte (vedi linea 4 del metrò) e che quelle che purtroppo si sono fatte (Expo mafia) o la difficoltà di recuperare fondi sui terreni comprati dagli enti pubblici: la loro vendita ad expò finito sembra non interessi proprio a nessuno.

Altra e fondamentale illusione propalata è quella che l’Italia – con i suoi prodotti di eccellenza –  fosse il luogo deputato per un Expò sull’alimentazione e che comunque quest’ultimo sarebbe stato un’occasione per far conoscere meglio i nostri cibi. Niente di più sbagliato: le produzioni di nicchia da noi come altrove, c’entrano assai poco con i problemi mondiali dell’alimentazione e con la nutrizione del pianeta. Semmai questa circostanza  avrebbe potuto essere presa a pretesto per imporre una discussione sulla qualità delle produzioni di massa, sui problemi legati ai brevetti, ai semi, alla libertà fondamentali di coltivazione, ma come si è detto non c’è alcuna bussola che fa luce sulle questioni che sono in campo ed è anzi è certo che saranno solo i delegati delle celebri multinazionali del cibo ad avere voce e parola. Inoltre è ben strana una scelta strategica di questo tipo in un Paese che è costretto ad importare il 50% dei suoi consumi alimentari: le eccellenze (peraltro già ben conosciute oltre i confini) per loro stessa definizione sono piuttosto rigide: più di tanto non si può produrre in un territorio ristretto senza ricorrere a trucchi che lasciano il tempo che trovano e si rivelano controproducenti. Sono un simbolo del Paese, certo, ma più di tanto non sono espandibili.

Insomma l’Expo si presenta come una vetrina della corruzione, dell’inefficienza e del degrado del Paese. Ma è soprattutto un grande inganno grazie al quale si è messa in moto una macchia speculativa che ancora una volta porta soldi pubblici in mani private con un ritorno minimo se non negativo per la collettività. Ed è anche un calco, un esempio di scuola della menzogna pubblica.