cargo in difficoltà con i mezzi militari italianiI soldati italiani avrebbero dovuto mollare l’Afganistan a fine anno, ma a quanto pare dovranno lasciare un contingente sia pure ridotto a 800 uomini ( almeno questa è la cifra ufficiosa che gira) per chissà quanti anni ancora assieme a Germania, Turchia e ovviamente agli Usa che hanno cambiato idea riguardo alla fine della missione e ci costringono ancora a spese folli, grazie al servilismo dei governi che ci ritroviamo.

La grottesca guerra durata 13 anni è costata 53 morti e miliardi di euro, ma sono i modi del ritiro  che denunciano in maniera ancora più evidente sia l’inutilità della “missione di pace”, sia l’assurdità della politica estera che pratichiamo e che soprattutto ci facciamo imporre senza tentare la minima resistenza. Innanzitutto non è stato possibile un ritiro attraverso il Pakistan perché il Paese è stato letteralmente devastato dalla sua trasformazione in retrovia dell’impresa afgana ed è divenuto troppo pericoloso, infestato da clan guerriglieri, bande e gruppi integralisti di ogni genere come anche le cronache di oggi ci illustrano. Così si è dovuto portare via uomini e mezzi  per via aerea verso la penisola arabica, dove i materiali sono stati caricati su navi.

Un traffico gigantesco che oltre all’impiego di 16 cargo commerciali (spesso carrette del mare una delle quali non è colata a picco per miracolo) vede una incredibile situazione: il grosso è stato trasportato da aerei russi, con quasi 700 voli di Ilyushin 76 e uno del gigantesco Antonov 124 ( sono previsti altri 300 voli di Ilyushin). Così a toglierci le castagne dal fuoco, sia pure a pagamento, ci sono proprio i russi contro i quali spariamo bordate e ci rassegniamo a sanzioni imposte da Washington. Gli amici americani hanno contribuito (sempre a pagamento) con un solo volo di C17, lasciandoci praticamente soli. Tutto questo illustra ampiamente la condizione servile che accettiamo e soprattutto dimostra come la strategia di condizionare l’Asia centrale, attraverso l’Afganistan, sia sostanzialmente fallita, che stare aggrappati all’Hindu Kush in condizione precaria, sotto continuo attacco e con spese gigantesche, rappresenta una spina nel fianco dell’alleanza occidentale piuttosto che del complesso Russia, Cina,India.

Per il resto i modi con cui si è svolto il ritiro parziale americano dimostra che gli stessi vantati progressi nel territorio afgano, sono soltanto una narrazione. Gli Usa hanno distrutto 300 mila tonnellate di materiale bellico o logistico e non si sono nemmeno sognati di cederlo anche solo in parte alle forze del regime di Kabul, il cui addestramento e il cui potenziamento sarebbero la scusa ufficiale per continuare una sorta di semi occupazione. Nessuno crede che quel puzzle etnico, religioso, tribale, reso ancor più complicato dal coacervo di interessi di potenze globali e regionali, possa effettivamente reggersi da solo: ben presto gli armamenti sarebbero finiti in altre mani. La stessa lotta ai talebani si è paradossalmente smorzata perché gli integralisti sono divenuti un pretesto necessario ad evitare l’esplosione incontrollabile delle forze centrifughe. Tanto che da qualche anno il termine talebano ha lasciato posto a quello di insorti nei bollettini ufficiali.

Così quello che non si vedeva all’epoca della partenza, ciò che veniva tenuto nascosto, lo si vede perfettamente nell’ora della ritirata.